Una flebo di fiducia


Nel capoluogo della mia provincia esiste un complesso ospedaliero di grandi dimensioni.

Nelle settimane passate l’ho frequentato parecchio.

Non perché mi fossero venute a noia chiese, musei o biblioteche. Si è trattata di una scelta obbligata: talvolta solo di passaggio, per portare o riprendere dei miei familiari, talaltra fermandomi per diverse ore, per assistere mio padre lì ricoverato.

Devo ammettere che all’inizio, per l’inveterata abitudine a caricare di significati simbolici ciò che vedo dinnanzi a me, il fatto che l’ospedale si chiamasse “Santa Croce” non mi ispirava troppo.

Mi ricorda chi è salito sul Calvario, e – se non erro – lì non dev’essersela passata granché bene. D’altronde “farci una croce sopra” è un modo di dire piuttosto eloquente.

Poco incoraggiante, quindi, come nome per un nosocomio.

La struttura è così vasta da disorientare, soprattutto agli esordi, e nonostante le indicazioni puntuali ed i colori differenti dei vari settori. Ma con il passar del tempo gli spazi ti diventano familiari, e man mano scopri dove stanno le macchinette del caffè, il bar, le zone esterne per i fumatori… insomma, prendi dimestichezza con il percorso congeniale a un vizioso qual sono.

Come sempre tutto sta nel sapersi accontentare.

Sarebbe azzardato sostenere che ti ci affezioni, ma alla fin fine il connotato sanitario passa in secondo piano, e finisci con l’abituarti agli odori di disinfettante, ai camici verdi o bianchi che incontri, perfino alle barelle che sfilano nei corridoi verso gli ascensori. A suo modo diventi uno di casa.

Non sei più uno sconosciuto per il personale del reparto, e dai saluti di cortesia capita di passare a scambi di battute, a considerazioni, all’invito perfino a fare un selfie con chi ha amici seguaci di Osho. Già, c’è stata chi ha intravisto in me una sorprendente somiglianza con il Maestro, e avrebbe voluto attestarlo alla propria cerchia di conoscenze! Vabbè… sorvoliamo.

Ematologia è al pian terreno, al fondo di un lungo corridoio che ti concede il tempo di renderti consapevole su dove stai dirigendoti e di sciogliere poco a poco quel nodo salitoti in gola appena sorpassata la portineria nell’ingresso generale. Nome evocativo: per un profano qual sono non rimanda a niente di buono. Anzi, ha tutto il sentore del sinistro, del preoccupante, dell’incognita.

Ti aspetti quasi che, come sottotitolo alla targa esplicativa che troneggia in alto all’entrata, ci sia la frase dantesca:

“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.

E dire che agli ospedali ero abituato fin da piccolo, quando andavo a trovare proprio mio padre, che ci ha lavorato una vita in quello cittadino.

Un conto però era guardare con occhi stupiti e ingenui il luccichio dell’acciaio; gli attrezzi, le pinze, le bende disposte in ordine maniacale sui carrelli, affiancate alla bacinella reniforme dove finivano poi i resti di garze, cerotti e fili dopo le medicazioni; i lettini coperti dalle lenzuola bianche contornate da una fascia verdognola, con sopra l’intitolazione del plesso; le piastrelle bianche che riflettevano la luce dei neon creando un’atmosfera così differente da quella di casa; l’odore intenso di alcool che connotava la sala del Pronto Soccorso.

Un conto, invero, è varcare la soglia di questo reparto.

Nel momento stesso in cui le ante dai vetri opachi scorrono in apertura entri in una dimensione di dolore; di aspettative legate a un filo fragile, esile, ondivago; di tensioni ogni volta animate dalla snervante attesa di reiterati esami; di esiti che dischiudono speranze flebili, che però si rafforzano man mano che le nuove cure iniziano a dare risultati prima soltanto vagheggiati.

Ecco dunque che si dilegua la febbre; si riduce, fino a cessare, la somministrazione della morfina; i dolori gradualmente s’attenuano; riprendono i movimenti delle articolazioni, che da misurati cauti difficoltosi ritornano ad essere naturali.

Il malato perde la cognizione del tempo, avvolto in uno stato di perenne oblio.

Le ore interminabili sono scandite soltanto da rituali sempre identici: la sostituzione delle soluzioni fisiologiche; il sopralluogo del medico; la prenotazione del pasto successivo; l’arrivo delle pietanze che seppur ben cucinate hanno sempre lo stesso sapore per chi è inappetente; il controllo della temperatura corporea.

Sul comodino stazionano le tazze di carta per bignè, ma anziché i dolci in crema contengono pillole.

E l’unico elemento mobile che assicura di non essere nel museo delle cere è il lento gocciolio che dal deflussore della flebo scorre lungo il tubo fino all’ago ipodermico. Il suono di preavviso dell’imminente fine della soluzione rallegra la monotonia come la campanella per la ricreazione a scuola o in collegio. Ed è tutto detto!

Eppure, nonostante la stanchezza nell’assistere il malato, e le paure che visitano i pensieri mentre lo osservi nel dormiveglia costante, capita perfino di sentirti rincuorato.

E il merito va a coloro che in queste corsie investono le proprie energie. Perché non avrei mai pensato di trovare del personale tanto capace di lenire le sofferenze dei ricoverati e le ansie di chi sta loro accanto prodigandosi senza sosta, con tatto e con un approccio umano speso di gran lunga più del necessario rispetto alle mansioni sanitarie.

Infieriamo contro le tasse, spesso senza renderci conto che servizi come la cura e l’assistenza ospedaliera sono garantiti proprio da quelle.

E il constatare la professionalità e la dedizione di cui eccelle un reparto così delicato… fa bene: è uno spiraglio di ottimismo, in una società troppo incline a notare le magagne e i disservizi – che purtroppo spesso esistono – e meno sensibile a riconoscere i meriti, laddove invece ci sono, eccome.

Ora mio padre è a casa. Lo aspetta una lunga convalescenza. Lo si deve all’ostinazione quasi testarda di coloro che non hanno rinunciato ad andare a fondo, fino a trovare la causa e la conseguente cura.

Questa è l’Italia di cui dobbiamo andar fieri!

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10 Commenti

  •    Rispondi

    Gli anni di studio hanno cominciato a privarmi di ogni goccia di entusiasmo, perché vedo il marciume, perché vivere un certo ambiente da futuro professionista piuttosto che da paziente ti apre gli occhi su un mondo di cui non sono più così sicuro di voler far parte. Eppure, quello che scrivi mi rincuora (prendo in presto un termine che hai evidenziato in grassetto). Forse non troppo e forse non abbastanza, ma spero davvero di poter offrire un piccolo contributo alla parte sana dell’universo ospedaliero, alla parte buona, alla parte contraddistinta da gentilezza, professionalità e dedizione. E per fare questo, mi permetto di divagare per un solo secondo, affermando che è importante non vivere per il lavoro, ma lavorare per vivere. Fuori.
    La convalescenza è una battaglia da vincere, sono sicuro che il papà ce la farà specialmente se supportato da questa valida realtà assistenziale che mi aggrada assai. Ne andiamo fieri puoi ben dirlo!
    Ps. Gli ultimi 3-4 post mi sono piaciuti un sacco!

    • Ignorante con stile
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      Innanzitutto grazie. E perdonami il ritardo nel postare il tuo commento e questo, a seguire. E’ proprio perché troppo spesso negli ambienti di lavoro mancano figure professionali capaci di essere all’altezza del proprio compito, e in settori come quello medico anche di integrare l’attività con una buona dose di umanità, che giovani come te sono una garanzia per la società tutta. Comprendo l’avvilimento, ma credo sia una tappa necessaria, perché è soltanto quando si ha la consapevolezza dei limiti, propri e del mondo che ci circonda, che sarà poi possibile avviare un cambiamento in positivo. Troppo spesso invece i più si ergono ad “arrivati” o a “eletti”, e così ci si chiude in un corporativismo che protegge ma, purtroppo, impedisce un’evoluzione sana e utile a noi e alla collettività. Vorrei dirti di non demordere; di tener duro; di non darla vinta alle incertezze e alla negatività… ma sono sicuro che tutto ciò già lo sai. Un grosso abbraccio!

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    Carla Pellegrino 23 novembre 2016 at 18:20

    Ma che bello!!! grazie!!!un saluto al super babbo!!!

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    ciao, Luca, grazie per questo tuo post, per il messaggio che contiene, un abbraccio a te e a papà Bedino 🙂

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    Alberto Rivarossa 22 novembre 2016 at 21:50

    Tanti saluti a papà Bedino…….sempre una cara persona, non sapevo fosse stato a lungo ospite dell’Ospedale di Cuneo. Quando tornate per una visita passate a salutarm

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    Luisa Manassero 22 novembre 2016 at 19:49

    Ciao Luca, ho avuto il piacere di conoscere il tuo papà e di parlargli quando sono venuta a Fossano per il 70° della Liberazione. Ero andata alla vecchia “birreria” Manassero a trovare la moglie di mio cugino Lele, e ho trovato il tuo papà e ci siamo messi a parlare: mi ha detto che era sofferente e , non mi ricordo come e perché, mi ha parlato di suo figlio……. Ti sono vicina saluti anche a Sabina

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