Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

A ciascuno la sua gabbia


Sono da alcuni giorni in Sicilia e qui vi rimarrò per un poco ancora, giusto il tempo che nella mia città cessino gli schiamazzi e le frenesie che una certa supposta rievocazione storica alimenta, mandando in subbuglio gli animi, scaldandoli per amore di uno stendardo conteso tra borghi artificiosi del quale, dopo manco un giorno, nessuno più si ricorderà l’esistenza. Non ho nulla in contrario, beninteso, solo non mi trovo incline agli entusiasmi facili, più simili ai fuochi fatui che alle lampade accese, e così preferisco l’esilio volontario.

Ebbene, m’ero portato appresso delle fotografie scattate la scorsa domenica, non proprio con lo stesso animo di chi, per timore della nostalgia, viaggi munito delle immagini dei propri cari, bensì perché pensavo di farne un articolo appena giunto qui, ma confesso che il clima favorevole, la buona tavola e una congeniale predisposizione d’animo verso questa terra m’abbiano distratto, facendomi procrastinare ad oggi le riflessioni.

Anche perché, per quanto possa sembrare azzardato, ho riscontrato delle analogie tra gli scatti nella mia città, durante un mercatino di piccoli animali, e quelli fatti poco lontano dalla cattedrale di Noto, ieri sera. A volte la vita riserva delle sorprese inaspettate laddove un animo ben disposto a coglierle non se ne faccia sfuggire l’occasione, coadiuvato da un vino alquanto benevolo nel favorire voli pindarici all’immaginazione.

Insomma, ben lungi nel strappare il merito d’unir l’Italia al buon Garibaldi, mi piace pensare che le bestiole in gabbia rispese in una piccola contrada del Piemonte ben possano legarsi ad altre bestiole esposte sulla pubblica via nella barocca città all’estremo sud della Penisola.

In poche parole il frutto dei mie bislacchi pensieri è tutto incentrato sulla libertà, o meglio, sulla mancanza della medesima, che avevo riscontrato passeggiando tra gabbie, voliere e caravanserragli domenica scorsa dalle mie parti e che ho rivissuto in queste terre baciate dal sole. Laggiù facevano mostra di sé, come schiavi sulle piazze d’un tempo, ogni sorta di pennuti, oltre che animali esotici e rettili. Non c’era distinzione di classe: uccelli nobili come pavoni o fagiani, oppure rari come rapaci diurni e notturni o pappagalli tropicali e grifoni condividevano spazi e sistemazioni alla medesima stregua di galli, galline, oche, papere, tortore, quaglie e arabe fenici. Tutti accomunati dalla cattività e dall’esser messi in vendita.

La loro condizione m’ha colpito parecchio, tanto da spingermi ad andare a casa, prendere l’apparecchio fotografico, ritornare e immortalarli. Son ben lungi da coltivare un animo sensibile e nobile, pronto a liberarli, un po’ perché il Romanticismo è ormai un lontanissimo ricordo da rispolverare leggendo Novalis o Goethe, un po’ perché mi rendo conto che la cattività per certuni è una sorte predestinata, come la povertà purtroppo per parecchi mortali, e farebbe assai più danno cercare di porvi rimedio, in quanto non sarebbe che una sorta d’illusione. Chi è avvezzo a una certa condizione può ambire a uno stato più felice, ma a ciò vi deve giungere gradualmente: se, invero, accade repentino come la civiltà portata dai missionari un tempo o la democrazia esportata dagli occidentali oggidì, la nuova vita nuoce più della precedente, perché impropria e innaturale. Lo si riscontra perfino negli arricchiti odierni, ai quali la fortuna ha arriso nei denari quanto il buon gusto nel rifuggirli.

La reclusione forzata mi commuoveva, perché in quelle bestiole intravedevo la comune sorte di un po’ tutti, o almeno la mia, in cui la libertà d’esprimermi e d’essere qual vorrei è una chimera alla pari, per un piccione d’allevamento, di far la spola tra le Alpi e le Fiandre come latore di spassionati messaggi d’amore. Hanno becchime e beveraggio quanto basta e, se fortunati, godranno di padroni amorevoli. Alla peggio possono finire onorati da bravi cuochi, com’è accaduto al coniglio alla siciliana che ho avuto il piacere di assaggiare oggidì, condito con capperi, olive, finocchio, carote e buon vino.

Come accennavo poc’anzi, ieri sera passeggiando per Noto la mia brigata è stata fermata da ragazzini che, con un gesto quasi istantaneo e senza preavviso, hanno posto sulla testa dell’amica di mia figlia un pappagallino, invitando loro a fotografarsi con l’uccello in capo. 13487488_1086045058137233_2106448581_nRitenendo oltremodo indecoroso per delle ragazze in giovane età prestarsi a una rappresentazione che avrebbe suscitato malevoli interpretazioni, dato che l’omina munda mundis ai nostri tempi è più raro di un politico disinteressato, le ho pregate di desistere. Invano, come è prassi da quanto l’autorità paterna ha il medesimo peso e valore di un prezioso al “cambio oro”. Ciò mi ha però consentito di notare che il povero pennuto, comunque meno disgraziato del suo sciagurato padrone, aveva le ali orrendamente monche: non era quindi mansueto perché addestrato bensì perché privato dell’occasione di adempiere a quanto la Natura l’aveva provvisto alla nascita. La vista di questa orrenda mutilazione mi ha fatto persino più male della prigionia in cui versavano i suoi simili dalle mie parti, perché a quest’ultimi potrebbe essere data la speranza, per quanto remota, di un’ipotetica libertà, mentre ai pappagallini ostentati sulla via Maestra della città vescovile sarà per sempre riservata o la dipendenza da un padrone o la morte certa. E non saprei quale di queste prospettive sia la meno peggio, a giudicare dagli imberbi aguzzini che li detenevano.

Da ciò mi son reso conto dei molteplici gradi di privazione della libertà, e di come la sua assenza differisca per gravità e per costrizione a seconda delle congiunture in cui ci troviamo.

Molto dipende quindi da come vediamo gli accidenti, cosicché, in conclusione di queste righe, mi permetto di citare una riflessione dell’amico Casanova, del quale ho avuto il piacere di leggere le memorie in questi giorni:

«Ci sono delle sventure, ne so qualcosa anch’io, ma la stessa esistenza di queste sventure prova che la fortuna è di molto superiore; orbene, poiché in mezzo a una moltitudine di rose si trovano delle spine, si dovrebbe ignorare l’esistenza di questi bei fiori? No: significa calunniare la vita, negare che essa sia un bene»*.


*CASANOVA, Memorie scritte da lui medesimo, Garzanti Editore, Milano 1999, p. 216.

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