Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

A destra, sempre avanti, poi scendere in fondo


La destra intesa come appartenenza politica è sempre più presente nel panorama televisivo nazionale e della comunicazione in generale. Se la gioca in visibilità con sante Messe, Angelus, commenti papali, trasmissioni a tema religioso, reportage devozionali.

Il rischio è di adombrare la pubblicità, che resta l’anima dell’informazione. Di questo passo “i consigli per gli acquisti” avranno un riscontro soltanto se improntati alla prosopopea dei documentari dell’Istituto Luce!

Da ragazzo l’unico riferimento di destra di cui sentivo parlare era il Movimento Sociale Italiano, poi scissosi in Alleanza Nazionale e in Fiamma Tricolore.

Il telegiornale di tanto in tanto mostrava il volto serio di Almirante, che mi restò impresso per i baffi sempre curati. A volte in trasmissioni più mondane faceva la comparsa pure sua moglie, donna Assunta, chiamata a recitare un ruolo che almeno per me rasentava i limiti del caricaturale.

Archeologia, ormai.

E poi c’era Fini, il delfino, l’ultimo politico – a parer mio – degno di quel nome nell’alveo della destra.

Negli anni successivi emersero Forza Nuova e Casapound: una destra “senza se e senza ma”. Roba per maschi alfa, virili, gagliardi… pare.

Di recente la Lega di Salvini e talune posizioni dei Pentastellati hanno palesato l’orientamento a destra dei loro movimenti. Non che non lo si intuisse già da prima, come capita con i veri signori, dei quali si desume la natura anche quando sono in tenuta da spiaggia, ma almeno ora si è sgomberato il campo dall’ambiguità. Meglio tardi che mai!

D’altronde un’ondivaga incertezza penalizza sempre, perché genera fraintendimento e dà l’impressione che si corra dietro a umori passeggeri, volubili e incostanti. Un po’ come taluni corteggiatori – ché è meglio perder che trovare – pronti a dichiarare una cosa e a rimangiarsela subito dopo, a seconda del vantaggio nel far colpo sulla vittima di turno.

La destra è un universo variegato che fa del razzismo, della xenofobia, dei richiami al Ventennio, della difesa di un’identità nazionale “contro tutto e contro tutti” il proprio fiore all’occhiello.

L’entità dei gruppi e delle associazioni che spaziano da quella moderata a una ben più estrema è numerosa quasi quanto le congregazioni di suore nella cristianità, e stando a una ricerca sull’HuffPost Italia è ben strutturata perfino sui social network*.

Mi spiace molto, moltissimo. Ma è altrettanto indubbio che il mondo sarebbe un luogo alquanto piatto se tutti la pensassimo alla stessa maniera.

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Come fa la destra ad avere un seguito così rilevante?

Me lo chiedo con un certo stupore.

Tra le mie conoscenze non so di nessuno che difenderebbe lo stalinismo, o per lo meno il comunismo nella sua variante totalitaria. Vero è che non ho l’età per bazzicare in taluni centri sociali. Invece il duce e il fascismo sono oggetto di condivisione e di propaganda. Perché?

Innanzitutto tra coloro che mi capita d’incontrare – simpatizzanti di destra – c’è un’abissale ignoranza delle vicende storiche.

Li posso anche capire, sebbene non mi riesca di giustificarli.

Per come viene spesso affrontata la Storia a scuola, in una sequenza noiosa e nozionistica di date e di eventi, il fascismo plana veloce nella mente alla pari della Restaurazione o del Risorgimento, come una foglia secca distaccatasi dall’albero, che lo sguardo cattura soltanto nell’istante in cui si libra in aria.

Ecco dunque che vedere su facebook un breve video su quanto avesse fatto LVI – elencando imprese infondate e inesatte – sia giocoforza persuasivo, se confrontato con le soluzioni attuali.

Di rado chi apprezza la visione del post ha le competenze per rilevare le imprecisioni, le falsità, la parzialità dei dati; neppure conosce a fondo le problematiche delle congiunture attuali e le dinamiche per affrontarle.

L’antipolitica basta e avanza per credere che “si stava meglio quando si stava peggio” Condividi il Tweet

Mi accade, appunto, di conversare con simpatizzanti di destra, con i quali talvolta ci scappa una birretta insieme, e due chiacchiere in aggiunta. Spesso il pretesto per la discussione nasce da articoli postati sul blog. La qual cosa, per inciso, mi fa piacere.

Ebbene, noto che la componente culturale non ha rilevanza.

L’adesione agli orientamenti di destra nasce dalla chiarezza degli obiettivi dichiarati da chi ne propugna le idee.

Pochi e ben definiti. E a costoro sono sufficienti.

A monte c’è una semplicità comunicativa diretta, dai toni forti, penetranti, persuasivi.

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La destra parla alla pancia, e così non sbaglia

A me, per quanto sia paradossale e all’apparenza indecente constatarlo, vien da pensare che non possa accadere diversamente.

Esiste una massa significativa che pensa con la pancia. Alcuni solo con la pancia; altri anche con la pancia.

È un dato di fatto: basta uscire dai salotti ovattati, dai convegni impegnati, dalle stanze del potere, e scendere tra la gente comune per constatarlo.

Una marea di persone non ha gli strumenti per un’alternativa.

Non possiede le basi. Chi per scelta; perché non le ha mai ricevute; perché è escluso da un linguaggio incomprensibile.

Non si tratta di puntare il dito con disprezzo, anzi, dovrebbe essere motivo di autocritica, perché la responsabilità spesso è nostra, della società, e di chi ha il dovere di fornire i mezzi e le capacità per aiutare a pensare.

Ecco allora che si comprende perché parecchi simpatizzino per la destra.

Perché i suoi messaggi – per quanto carichi d’odio e di astio – parlano lo stesso linguaggio dei moltissimi che vivono il malessere dell’esclusione, dell’abbandono, dell’umiliazione sociale. O molto semplicemente non comprendono una comunicazione differente, complicata, lontana dal quotidiano.

Non può che finire così, quando non hai l’opportunità di trovare in te o in ciò che ti circonda un riscatto dalla condizione svantaggiata, e le voci di condivisione e di sostegno tacciono impunemente o, al massimo, echeggiano troppo distanti da te.

Un tempo esisteva l’invito cristiano a soffrire oggi per riscattarsi nell’aldilà; lo stoico insegnamento del distacco dai travagli del mondo; la rassegnazione nell’essere nati e nel crescere in una classe sociale anziché in un’altra, oppure l’impulso a reagire per sovvertire lo stato di fatto, in uno spirito di corpo omogeneo e compatto: la lotta di classe.

Adesso le opportunità frustrate di mobilità ascendente e lo sdoganamento del “vaffà” – che da solo ha cancellato un senso del pudore durato secoli –, nonché un diffuso declino o – peggio, il tradimento – dei valori solidaristici, consentono di definirsi di destra – e finanche razzisti – senza manco suscitare scalpore, tanto che un Salvini qualsiasi può enunciare dichiarazioni da far accapponare la pelle e ricevere ovazioni dalla platea plaudente.

La destra accomuna; crea spirito di corpo; ti fa sentire parte di una comunità dai contorni precisi, alla portata di chiunque abbia una ragione da rivendicare, un torto del quale ottenere ragione, un avversario da additare come causa dei propri mali.

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Non giova scandalizzarci della destra

È controproducente perfino la consolante affermazione di credersi nel giusto soltanto perché ci si lava la coscienza aderendo a una marcia di solidarietà, sostenendo una raccolta firme virtuale, partecipando a un incontro impegnato, commemorando feste della Liberazione nella maggior parte dei casi ammantate di sola retorica.

Perché nel concreto i neofascisti, i leghisti e certa destra scendono nei quartieri periferici; si fermano nei mercati rionali; aprono circoli di riferimento; si radicano sui social con costanza; si mostrano apparentemente coerenti tra ciò che dicono e ciò che fanno: dalle ronde sulla sicurezza alle lotte pubbliche intorno alle loro discutibili tematiche.

Biasimevoli, è indubbio. Ma intanto loro ci sono, tra la gente.

Le contraddizioni; le condanne penali; la cattiveria gratuita della destra, con il bagaglio di efferatezze e di atrocità compiute nel passato non contano – purtroppo –, perché il bacino elettorale dal quale attingono è refrattario a qualsivoglia ideologia, a prescindere; e sentirsi dire che destra significa anche perdita della facoltà di esprimersi liberamente, della censura, della sottomissione gerarchica a un capo… non li scalfisce affatto, perché già adesso non posso dire la loro, ignorati da chi conta e da chi li dovrebbe rappresentare.

Ho il sentore che alle prossime elezioni si porteranno a casa un risultato eclatante: spero di potermi ricredere ma mi sa che a loro si accoderà pure una buona parte dei consueti astenuti, sedotti dal grido aggiornato in chiave odierna:

«Muoia Sansone con tutti i Filistei».

… e chi ha orecchie per intendere intenda.

Il peggio – o il patetico – sarà lo sprezzo di chi li giudicherà accusando la società d’ignoranza e di bassezza, anziché percuotersi il petto con sinceri mea culpa tralasciando per un attimo la degustazione del formaggio slow e l’assaggio del vino bio preso da Eataly.

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* ringrazio il blogger Simone Bennati per la segnalazione dell’articolo, postato sulla community di #adotta1blogger