Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

A piedi in centro storico


Anni fa, parlando con una nobildonna della mia città ormai passata a miglior vita, appresi che le finestre son fatte per cambiar aria in casa e dare luce agli ambienti. Ogni altro utilizzo è da disapprovare, compreso osservare ciò che accade sulla pubblica via. Adesso, dando la stura al pargolo che alberga in me, contravvengo alle regole proprio come si addice ai bambini che smaniano d’infrangere i divieti.  Lo faccio in modo simbolico: spero sia un’attenuante degna del perdono dei bennati. Non vorrei perdere il sonno dilaniato dal senso di colpa.

Appoggio gli avambracci sul davanzale, allungo la testa verso l’esterno, e dall’alto, non visto, mi godo lo spettacolo sottostante.

La scena è struggente: sulla piazza centrale due opposte fazioni si scontrano intorno alla chiusura o meno di parte del centro storico.

Da un lato i contrari, a loro volta divisi tra uno schieramento di accorati difensori del traffico, ché temono un calo drastico di vendite nei negozi e nei bar a causa del divieto di transito dei veicoli, e uno di tifosi che s’accodano per svariati motivi: per solidarietà; per partito preso; per ripicca contro la  classe politica locale; per il puro piacere di opporsi; per ingannare il tempo; per conservatorismo; perché “è sempre stato così”; per legami affettivi o di parentela con i primi; per indolenza a camminare; perché hanno appena comprato un’auto nuova; perché sobillati dalla potente lobby dei benzinai, nonché per una svariata miriade di cause, sacrosante o biasimevoli.

Dall’altro lato i favorevoli, anch’essi ripartiti sia in accesi fautori della pedonalizzazione che rivendicano perché voluta dall’amministrazione attuale, sia in sostenitori mossi da molteplici inclinazioni: salutisti; supporter politici; progressisti; amanti delle novità e dei cambiamenti; camminatori; flaneurs; liberi pensatori; gente che viaggia parecchio; i corrotti dall’altrettanto potente lobby dei ciabattini, e coloro che appoggiano la decisione per una smisurata miscellanea di motivazioni, ponderate o utopiche.

La suddivisione, vista dal secondo piano da cui m’affaccio, difetta di manicheismo. È quasi certo che giusto e ingiusto, scendendo sulla strada, siano più eterogenei e non stiano in maniera netta da una o dall’altra parte. Ma quando l’animosità comincia a prendere piede l’obbiettività che dovrebbe albergare nei cuori dei savi vien meno, soffocata un po’ dalle grida di chi urla più forte, un po’ dagli interessi di parte.

Non ho la stoffa del paciere né il ruolo di giudice saggio quindi non mi permetto di sentenziare su chi abbia ragione e chi torto. Però possiedo un cervello: non è un’esclusiva personale, ce l’hanno tutti i bipedi. Vorrei poterlo usare con maggior intelligenza rispetto a quanto la Natura m’abbia concesso, ma spesso mi tocca ridimensionare le ambizioni. Arrivo soltanto fino a un certo punto. Con ciò, pur consapevole dei limiti, mi sforzo d’usarlo. Bene o male sono gli altri a doverlo dire.

La mia città è singolare. Non possiede piazze come di solito s’incontrano nel Bel Paese: grandi, belle, armoniose; con locali tutt’intorno; panchine su cui sedersi; alberi che ombreggiano; un solenne monumento al centro; le fontanelle per dissetarsi; l’edicola per i giornali; una o più chiese in affaccio.

Ci sono piazze, sicuro, ma nessuna di queste ha tutti i requisiti insieme, o la maggior parte d’essi. Al massimo ne ha due: può vantare un castello con una grossa piazza e una fontanella ma nessun altro elemento perché delle travi orizzontali non ambiscono a definirsi panchine; oppure c’è quella che le panchine le ha, ma solo quelle, perché degli alberelli mezzo incrociati con i bonsai e costretti a sopravvivere nel corten non s’avvicinano ai platani o ai tigli neppure se li si guardasse da ubriachi; o c’è la piazzetta con una chiesa, l’edicola e perfino un bar ma nessuna panchina pubblica, monumento, fontanella, pianta rigogliosa.

Cosa ha comportato tutto ciò? Le piazze “classiche” sono da sempre i luoghi deputati all’incontro tra persone civili. Gli altri scelgono le bettole, gli anfratti semiclandestini; le stazioni o i porti di mare.

Ci si accomoda ai Caffè; ci si rinfresca all’ombra; ci si rifocilla seduti sulle panchine pubbliche o sorseggiando dalle fontane; si commentano i giornali; si va e si viene dalle chiese; ci si dà appuntamento. Insomma, c’è socializzazione.

È una linfa vitale, la socializzazione: genera amicizie, empatia, umanità; aiuta a ingannare il tempo; rende le giornate più vivibili; ci fa sentire esseri pensanti e legati gli uni agli altri.

Strappare al traffico un’area per dotarla degli elementi mancanti di una piazza a mio avviso non soltanto compenserà l’assenza delle vetture ma genererà inequivocabilmente aggregazione, quindi passaggio di persone e, di conseguenza, beneficio pure al commercio.

Siamo tutti animali socievoli, chi nell’intimo chi più disinvolto. Una volta ricreate le condizioni idonee perché il ritrovarci tra noi sia fattibile, avverrà il miracolo, ne sono più che sicuro.

L’area inibita alle macchine è circondata da portici, così c’è chi sostiene che questi giustifichino le vetture in strada, perché le persone camminano lì sotto, con il bello e il cattivo tempo. Vero. Camminano. Al più – chi può permetterselo – si siede al bar; per il resto basta salutare un attimo dei conoscenti per bloccare gli altri pedoni, dunque chi usufruisce dei portici di norma passeggia. Ma è tutt’altra cosa del sostare, fare crocchio, riposarsi, lasciar scorazzare i bambini, rilassarsi tra le fioriere.

Un’area pedonale è un ritaglio di vita quieta e rasserenante dal caos della contemporaneità.

Un po’ come un parco verdeggiante è un’oasi contro la cementificazione delle città.

La brezza della novità lambisce il passato: è la carezza del giovane sul volto rugoso dell'anziano. Condividi il Tweet

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L’immagine è per corroborare il testo ma non ha riferimento con la mia città: l’ho scattata a Reggio Emilia.
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