Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

A piedi nudi


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Da piccolo sognavo di ritrovarmi sul tragitto per la scuola elementare e di accorgermi di essere senza scarpe. Ricordo che provavo un grande disagio. Ieri lo raccontavo a Daniele, un amico mio concittadino che con me ha condiviso la marcia torinese a piedi nudi. Il corteo era aperto da un furgoncino sul quale suonavano due musici. Dietro, lo striscione che connotava l’evento, come è giusto che sia: di questi tempi si rischierebbe di far confusione tra le varie iniziative, se non fosse chiarita la motivazione. Capitasse mai che qualcuno dal cuore ancora verde fraintendesse una marcia senza scarpe con certi slogan relativi allo stato di mendicità in cui, a detta di fervide menti, rischiamo di trovarci.

Un corteo sommesso, senza fischietti, senza megafoni, senza bandiere o simboli di movimenti e partiti. Non poteva essere diversamente, perché questa sfilata silenziosa, sottotono, sussurrata, riproduceva – come meglio poteva – lo stato d’animo di chi è costretto davvero a procedere a piedi nudi, e non tra le due ali sontuose degli eleganti portici torinesi. Neppure sul lastricato ben levigato di Via Po’.

«Il silenzio a denti stretti cammina, a piedi nudi, lungo i sentieri», come avrebbe detto il pacifista Jean Giono*.

Comunque, devo ammettere, è imbarazzante camminare senza scarpe. Perlomeno se non lo stai facendo sul bagnasciuga di una spiaggia caraibica. In città, sotto gli occhi di tutti – magari pure di qualche feticista – mette a disagio. Vero è che non si tratta dello stesso che provi allorché leggi commenti xenofobi o ti tocca ascoltare discorsi pieni di rancore, di rabbia, d’ignoranza, perché stare senza scarpe è più una situazione incomoda… questo invece è a dir poco sgradevole.

Molti uomini e donne di colore, rari i politici, tra cui il buon Viale con il quale abbiamo scambiato due considerazioni, e Leo, la cui presenza fa onore ben più di quando lo si vede con un libro aperto, tra le sentinelle in piedi. Ma son punti di vista differenti.

Un frate, alto, sorridente, dall’aria rassicurante troneggiava nel suo saio nero: un Conventuale, immagino. Neppure un Carmelitano scalzo manco a morire: eppure sarebbe spettata loro di diritto una marcia come questa. Due suorine, a piedi nudi pure loro, rappresentavano il clero femminile: beh, si sa che a Torino di religiose ce ne sono pochissime. Il Cottolengo, ad esempio, è gestito solo dalla Provvidenza, come voleva il suo fondatore. Sul momento ho pensato che la presenza di politici e autorità ecclesiastiche avrebbe dato un segnale forte. Poi mi son reso conto che ragionavo con i parametri sbagliati; con l’idea che la nostra società sia rappresentata da costoro non soltanto sulla carta; che senza l’intervento di chi ha un potere amministrativo o morale l’evento resti marginale. Mi son ricreduto in piazza Castello quando il colpo d’occhio è andato ai tantissimi giovani, alle persone anziane, ai molti cittadini dai volti sconosciuti ma felici d’esserci.

Il fatto che ricordiamo i personaggi famosi sui libri di scuola non significa che a fare la Storia siano soltanto loro. Proprio i grandi movimenti migratori di questa umanità anonima lo stanno dimostrando chiaramente: ciascuno di noi può determinare il cambiamento, e se lo si fa in tanti insieme le possibilità di svolta sono enormi.

Certo, non basta partecipare a una marcia. Non basta dire “io c’ero”. Me ne sono accorto alla fine dell’evento. Mi son seduto su un gradino e ho tirato fuori dalla sacca dei fazzoletti inumiditi. Di quelli, per intenderci, con i quali si nettano i bambini dopo aver levato loro i pannolini usati. Stavo pulendomi i piedi e ho incrociato il volto di un’anziana che avevo notato in precedenza sullo stesso autobus, il 18. Mi sorrideva benevola osservando i miei gesti. Ho contraccambiato il sorriso ma in quel frangente mi sono accorto di quanto, in questa mia precauzione igienica, si palesasse tutto un mondo di regole, di prescrizioni, d’ingessature che null’altro è che l’altra faccia di uno stile di vita formale, impaludato, perfino finto. Come se il ripulirmi corrispondesse a un rituale purificatorio e il mio ruolo fosse terminato.

Ne devo ancora fare parecchia di strada, insomma, prima d’immedesimarmi davvero nelle disgrazie, nelle traversie e nei dolori altrui.

Ma certe esperienze di solidarietà, va detto, aiutano.


*GIONO, JEAN, Accompagnés de la flûte. Lettres à Lucien Jacques, 1923-1924, Editions de l’Artisan, 1924.

 


 

 

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