Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

A saperlo prima…


Stavano preparandosi per uscire; francamente lui non vedeva l’ora.

La vacanza, se così si poteva definire questa prova di sopportazione, ogni anno presupponeva il soggiorno di una settimana in una cittadina della Riviera ligure, sfruttando l’alloggio dei suoceri come punto d’appoggio. Alloggio era un termine pretenzioso per una sorta di buco nel quale, con la moglie e la figlia, restavano stipati come sardine in scatola.

Era comunque una soluzione benaccetta perché consentiva alla famiglia di risparmiare sulle spese, controbilanciando gli esborsi da usura per un paio di sdrai in spiaggia, che dissanguavano la già misurata economia domestica.

Vivevano al terzo piano di un condominio che nulla aveva da invidiare ai palazzi di periferia di una grande città, che qui caratterizzavano il panorama marino al punto di quasi lambire le onde dell’arenile, tanto avanzavano in avanti, prospicienti alla spiaggia.

In casa cercavano di trascorrere meno tempo possibile, perché la mancanza della più flebile corrente d’aria rendeva l’ambiente insopportabile, e pure il sistema nervoso di ciascuno risentiva della ristrettezza di spazio, minando quell’equilibrio mentale necessario a prevenire la classica strage parentale.

Quella sera, poco prima di lasciare l’appartamento, il padre notò una moneta da venti centesimi luccicare sulle piastrelle del pavimento; la raccolse e la porse alla bambina:

«Tieni, te la regalo».

Lei la osservò, e ricambiò il dono con la gratitudine tipica dei pargoli quando non chiedono altro che farsi detestare di cuore:

«Che me ne faccio di venti centesimi! Anche no!», e allontanò sgarbatamente la mano paterna, indignata come se avesse ricevuto un affronto.

Lesa maestà.

«Come vuoi. La lascio qui… mai cambiassi idea», e poggiò la moneta sulla mensola sopra il calorifero.

Sulle prime stava per esordire con: «Gutta cavat lapidem», ma si rese conto che l’espressione latina non avrebbe cambiato di una virgola la situazione.

Nemmeno spiegarle pacatamente che goccia dopo goccia si crea un buco nella pietra sarebbe servito. Con la complicità del caldo – e della congenita insofferenza della sua creatura verso qualsivoglia ammaestramento verbale -, il rischio di un’apocalisse si prospettava assai reale.

Desistette.

In strada la brezza della sera giovò a rasserenare l’animo. Passeggiarono, come di consueto.

Il tragitto era talmente scontato che quand’anche avessero perso l’uso della vista potevano percorrerlo senza trovare ostacoli.

A un certo punto, una volta sorpassati i crocchi di anziani intenti a giocare a carte sul lungomare, s’incontrava la giostra nota ai più come “Ciàpalo“.

Il termine alludeva all’invito ad agguantare un cencio malconcio, ricettacolo di acari e di polvere, che da generazione in generazione il gestore lasciava pendere dall’alto, mentre in un circuito circolare passavano in rotazione veri pezzi d’antiquariato: cavallini, motociclette, aeroplani, autoambulanze in miniatura, testimoni di fasti lontani. Manco a dirlo erano sormontati da imberbi creature che tentavano di acciuffare il cimelio.

Ciàpalo, per transizione, era anche il giostraio, che con sadico divertimento alzava o abbassava la preda, oppure la faceva quasi cadere nelle mani dei bimbi allorché al prezzo del gettone qualche genitore avesse aggiunto una lauta mancia. Il tutto per incentivare nel proprio figliolo, già in tenera età, la vocazione alla vittoria e al successo.

In perfetto stile italico – ovvio – per cui il merito resterà sempre un affascinante mito dell’epica antica.

Superata la giostra… qualche centinaio di metri più avanti c’era un gelataio.

Una tappa pressoché obbligata, a quell’ora, a meno che eventuali capricci nella giornata non avessero compromesso la speranza di un cono nel dopocena.

Difatti, con prevedibile spavalderia, la bambina rivendicò il pegno:

«Mi prendi un gelato, papà? … per favore».

Aveva la premura di inserire una formula di cortesia quando si trattava di una supplica dall’esito incerto. Era una sorta di parola d’ordine, ben scandita, verso la quale difficilmente il babbo arretrava.

«Ma certo, piccola mia, perché no?».

Non chiese alla moglie perché la di lei ritrosia verso la golosità era proverbiale. Oltretutto i gelati le facevano venir sete.

Si avvicinarono entrambi alla vetrina, dove una moltitudine di colori annunciava gusti di dubbia naturalezza, ma allettanti proprio in ragione dello sfavillio di tinte che dal giallo fosforescente viravano fino all’azzurro brillante.

«Quanto… per un cono piccolo?», chiese lui, ben conoscendone il costo.

«Un euro», si sentì rispondere dall’esercente, che lo osservava come si guarda un imbecille con il cartello dei prezzi piazzato proprio dinnanzi agli occhi.

Il padre indugiò un attimo.

Rovistò nelle tasche dei pantaloni e tirò fuori ottanta centesimi. Li contò e ricontò ad alta voce e poi, con l’espressione del più puro, schietto e desolato rammarico, si girò verso il sangue del suo sangue:

«Mi mancano venti centesimi per fare un euro: per caso hai con te la monetina che c’era a casa stasera?».

La bimba scosse la testa in segno di diniego. Non disse nulla.

Nemmeno il babbo aggiunse altro, limitandosi ad aprire le braccia sconsolato.

Proseguirono verso casa nel più totale silenzio.

Vi sono casi in cui un gesto ponderato è ben più eloquente di tante parole.

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