Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Addio Kiki. E grazie


Era una domenica uggiosa, quella appena passata. La tipica giornata autunnale: fuori una pioggerellina fine, poco più insistente della nebbia, invitava a restare in casa. Nel primo pomeriggio avevo appena pubblicato un articolo quando m’è arrivata la notizia: la tragedia della tua scomparsa.

Ti sapevo in viaggio. Ci eravamo salutati alla vigilia della tua partenza. Non stavi nella pelle. Per tutta l’estate eri stato costretto a restare qui. Un sacrificio immane… per un animo libero come il tuo.

Sono uscito. Non ce la facevo a rimanere chiuso tra quattro mura. Mi sentivo mancare l’aria.

Ho fatto una lunga camminata. Confuso, stordito, incredulo.

Sui viali deserti le foglie cadute dai platani tappezzavano il percorso alberato. Buttavo lo sguardo oltre la balaustra, sulla vallata circostante, verso le colline, perso in quella atmosfera ovattata, quasi sacrale, pregna di quel sonno profondo che questa stagione, ciclicamente, ci porta.

Occupavi i miei pensieri in modo confuso: ricordi, emozioni, esperienze vissute, le chilometriche discussioni intavolate insieme.

Eri così legato a quanto scrivevo che ogni volta che ci si ritrovava riprendevi il discorso, lo argomentavi, t’infiammavi.

Coltivavi una passione viscerale per le vicende della vita: mai che ti passassero sopra lasciandoti indifferente. Mai. Anzi, talvolta toccava mitigare l’ardore, perché ti accendevi e ti accaldavi al punto che soltanto chi ti conosceva bene sapeva che non stavi inalberandoti contro qualcuno. Piuttosto contro le ingiustizie, che non sopportavi; contro i razzismi e gli intolleranti.

Me le ricordo, le nostre chiacchierate. Eccome.

Prendevi a discutere chinandoti un po’ in avanti; univi la punta del pollice con quelle dell’indice e del medio, e poi la mano andava su e giù, con o senza sigaretta tra le dita. Chi ti osservava dall’esterno poteva pensare che stessi per attaccar briga: il gesto pareva indicare un «…ma che diamine stai dicendo???»; invece te la prendevi con il ragionamento in se stesso, quasi a dare più forza, più vigore, più intensità alle parole. E poi mutavi la mimica: la mano si faceva piatta, distesa in orizzontale davanti al viso; gli occhi sempre vividi, attivi, in movimento, si serravano un poco. Era il momento dello sfogo contro l’ipocrisia, contro il politico incapace, contro l’ingiustizia dilagante.

Le prendevi seriamente, le discussioni.

Parecchio. Si percepiva che le sentivi dentro. Facevano parte di quel mondo tutto tuo, unico e singolare: molto, molto più vasto e aperto di quello che ti circondava. Era come se volassi mentre gli altri restavano a terra. E a passare del tempo con te si restava contagiati.

Talvolta c’era chi si indisponeva perché non aveva l’apertura e la profondità necessaria per apprezzare. Ma non esisteva una via di mezzo, perlomeno all’apparenza. Perché di fatto bastava una battuta, una considerazione ironica, e a te s’apriva un sorriso spontaneo, e a seguire una risata altisonante, che talvolta pareva volesse dirti «grazie! senza questa tua uscita sarei finito per scoppiare!». Perché prendevi tremendamente a cuore tutto: gli amici e le cause; la birra in compagnia e i progetti sempre in divenire; tutto in un incessante mutamento, pronto per essere rimesso in discussione a favore di nuove e più suggestive alternative.

Come l’ultima idea di cui mi parlasti: imparare a fare video e riprese per indagare ciò che ci sta intorno, e trarne dei racconti di vita.

Non ne eri consapevole, ma il racconto più duraturo e meglio riuscito sei stato proprio tu: unico, ineguagliabile, autentico.

E non c’è dono più prezioso che un giovane uomo possa fare a quelli che l’hanno conosciuto e amato… che lasciar loro il ricordo genuino di se stessi.

Grazie Kiki, di cuore.

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