Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Altro che una vita in vacanza: c’è chi non esce dalla stanza


Una vita in vacanza era la canzone vincitrice di Sanremo della scorsa primavera, parecchio ottimista rispetto a quanto comunicato da Save the Children qui ad inizio mese.
Confesso che tutto subito non credevo al titolo:

vacanza
La vacanza da piccolo

Arrivo da una famiglia piuttosto numerosa – quattro fratelli –, e sebbene non ci sia mai mancato nulla si facevano economie per garantire una vita comunque più che dignitosa.
Certo, a volte mi sentivo in imbarazzo quando arrivavo a scuola con la riga del precedente orlo dei pantaloni visibile; o allorché m’immaginavo come fossero le sciate invernali sulla neve, vissute dai miei compagni di classe, alle quali non partecipai mai.
Eppure ogni estate andavamo in vacanza.
In Riviera si scendeva nel fine settimana, di tanto in tanto, ad eccezione dell’esperienza orrenda della colonia marina: l’unica volta che fui costretto a frequentarla vi passai più tempo a piangere che a gioire.
Invece la vacanza in montagna caratterizzò tutte le estati fin da quando ebbi memoria.

La Certosa

Uno zio era missionario in una congregazione che gestisce anche un’antica certosa in una vallata montana nel parco del Marguareis, e così all’epoca soggiornavamo lì, in stanze che in precedenza furono dormitori.

L’ambiente era austero; le sale odoravano di umidità e la vacanza lassù era piuttosto spartana, non fosse perché condividevamo i pasti con i pochi religiosi laggiù in pensione, e ci si accontentava di quanto la mensa offriva.

Di contro noi bambini ci sentivamo padroni di quegli spazi enormi: il chiostro costeggiava due dei lati del monastero e affiancava un parco enorme, nel quale troneggiava un monumentale pino strobo che diventava il luogo prediletto per i nostri giochi.

Alcune celle antiche conservavano le “ruote” in cui secoli addietro s’introducevano le pietanze per i monaci; affreschi medievali decoravano gli spazi della certosa; dei percorsi lungo i boschi portavano agli eremitaggi.

C’era perfino una sorta di museo etnografico: raccoglieva animali imbalsamati, manufatti e testimonianze provenienti dalle missioni.

Entrando, un forte odore di canfora arrivava alle narici, mentre il parquet di legno scricchiolava ad ogni passo.

Conoscevamo a menadito ciascuna didascalia, e di volta in volta si ritornava da quelle povere bestie impagliate, dallo sguardo vitreo, ogni anno più impolverate e consunte dal tempo, per rassicurarci che fossero ancora al loro posto.

Chissà che la curiosità mai sopita che ho tutt’oggi non sia nata proprio frequentando quel posto.

Certo è che gli anziani preti in talare gioivano all’idea d’intrattenersi con noi, e facevano a gara nel raccontarci storie del passato, delle loro esperienze in terre esotiche, delle vicende di quel luogo e di come vivessero i certosini nel monastero.

Ascoltavamo e ci lasciavamo condurre dalla fantasia.

La montagna silenziosa

Crescendo mi fu concesso di raggiungere il nonno materno che tutte le estati se ne andava un mese in vacanza in una borgata in alta montagna.

Stava a pensione in una locanda, adesso chiusa da parecchio.

Quarant’anni fa era gestita da una vedova che ho sempre pensato nutrisse delle mai dichiarate simpatie per il nonno, pure lui vedovo da decenni.

La vacanza con lui significava lunghe camminate per sentieri montani in cerca di ciclamini o di lavanda; a raccogliere lumache dopo i temporali estivi, che l’ostessa poi ci cucinava; nel cercare funghi nei castagneti più a valle.

Erano passeggiate spesso in silenzio, nelle quali ho appreso quanto sia appagante il profumo dell’erba appena falciata o del fieno lasciato a seccare nei prati; l’incanto delle lucciole all’imbrunire o il volo di decine e decine delle farfalline colorate intorno a una pozzanghera, nei pomeriggi assolati.

Salivamo alle malghe dove i pastori ci offrivano formaggio d’alpeggio, e si intrattenevano con il nonno a bere un bicchiere di vino, chiaccherando per un tempo interminabile.

Stavamo seduti su una panca, tra il fango e il letame delle vacche; il rumore assordante delle cicale; il gorgoglio incessante dell’acqua che usciva da un tubo di gomma e finiva in un tronco svuotato, vicino alla stalla.

Nulla di che, eppure era una condizione fiabesca.

Non andare in vacanza è una privazione incalcolabile

La mia fanciullezza non ha contemplato visite a musei importanti, capitali europee, voli aerei, spiagge e mari cristallini come invece ha vissuto mia figlia.

Ciò nonostante quelle estati – per quanto modeste e semplici – hanno contribuito a formare ciò che sono, nel bene e nel male, s’intende.

Adesso sapere che a un bambino su due sia preclusa addirittura una breve vacanza fuori casa m’indigna e mi rattrista tantissimo.

Sento tutta l’impotenza per rimediare in qualche modo, ma anche tanta rabbia verso una società che induce alla rassegnazione chi non può permettersi che di sognare.

Ma come si fa a fantasticare senza aver sperimentato nel concreto?

E poi c’è chi sbandiera l’importanza del merito per avere una vita di successi: spiegatemi come potranno mai farcela coloro ai quali è negata anche una semplice vacanza di pochi giorni!

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