Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Anime belle


Certe notizie ti restano addosso anche quando non vorresti, un po’ come l’aparina sui lacci delle scarpe e sulle braghe quando passeggi tra i campi, in estate. Passano i giorni e ciò che hai letto continua ad arrovellarti in testa. Una di queste è la memorabile impresa dei liceali cuneesi in gita nella Città Eterna, ai danni di un coetaneo. Un lavoro sopraffino: quando si dice “spirito di squadra”. E poi si sostiene che la scuola oggi non prepari alla vita: al contrario! Il gesto collettivo insegna quanto produttivo sia lavorare in sintonia, in equipe. E che risultati sorprendenti si possano raggiungere allorché si superano i personalismi e si uniscono forze e idee! Voglio dire: ce ne vuole di sinergia per progettare una depilazione sull’altrui corpo. Un conto è l’idea nascente di un singolo, che dev’essere abbastanza carismatico per trovare consensi e non ricevere sfottò; un’altra è trovare la disponibilità di chi terrà gli arti; di chi fungerà da barbiere; di chi – ancora – presterà arnesi per il lavoro. In aggiunta c’è l’apporto degli artisti che riprendono le scene. In ogni attività collettiva ci sono coloro che non vengono mai menzionati, attori soltanto all’apparenza di second’ordine, sebbene forniscano un loro pur necessario contributo. Mi pare doveroso ricordarli, per non lasciare la scena tutta agli artefici diretti: una citazione dunque è d’obbligo per chi avrà plaudito e incoraggiato; per chi si è prestato nell’ingrato ma delicato ruolo di “palo”; per chi ha messo di tasca propria le caramelle per conferire dolcezza “alle vergogne”. Le gite scolastiche, ormai ridotte al lumicino dai tagli finanziari, spesso non si ricordano per ciò che si è visitato ma per le notti in albergo, tanto che non comprendo perché le scuole non prenotino direttamente negli hotel cittadini due o tre notti consecutive – e Cuneo peraltro dispone di ottime strutture recettive. Le gesta sorprendentemente in linea con le congiunture attuali hanno il merito di conferire ai ragazzi cuneesi la patente di “giovani all’altezza dei tempi”, smentendo così la proverbiale fama dei cittadini della Granda, che ha fatto la fortuna di parecchie barzellette. Comunque non è questo aspetto della notizia che mi è rimasto dentro. E’ la sensazione di disgusto profondo e di empatia per quel ragazzo, a me sconosciuto. Perché credo che si debba aver provato l’essere vittime del bullismo, per percepire – ormai a distanza di decenni e decenni – il dolore straziante ricevuto: vivere sulla propria pelle la lacerazione che soltanto l’umiliazione può causarti. Non si tratta semplicemente di un senso d’impotenza perché si è inermi e indifesi – che comunque già di suo è un peso – bensì delle coltellate che ricevi nella dignità. Perché anche in un ragazzo esiste, vive, pulsa… la dignità, mica bisogna essere adulti per provarla. Anzi, è proprio nell’adolescenza che essa si forma, talvolta sommessa, celata, però presente. E l’offesa alla propria dignità, compiuta non da sconosciuti ma da chi ti è compagno di banco, compagno di viaggio fino a Roma, compagno di stanza… immagino sia massacrante.

Nelle medie ero preso di mira da alcuni prepotenti. Giocava a loro favore la mia timidezza e un’indole succube a un’educazione familiare ferrea, che imponeva di non reagire alle provocazioni né di rispondere con parolacce o, peggio, con gesti fisici alle angherie altrui. Era talmente radicata in casa questa regola che non mi sarei mai sognato di esternare delle lamentele davanti ai miei su ciò che subivo a scuola. Ne avrei ricevuto un rimprovero aggiuntivo, e non sarebbe stato il caso d’integrare con una dose domestica le pene quotidiane.

Uno degli episodi che non dimentico ancor oggi accadde fuori dall’ambiente scolastico.

Un pomeriggio rincasavo da lezione. Due di questi bulli, provenienti alle mie spalle su un’unica bicicletta, cominciarono a chiamarmi a gran voce, salutando con il braccio in segno amichevole. M’ero voltato al loro richiamo. Ricordo che stavo passando nei pressi di un giardino fiorito, limitrofo a un convento di frati. Ricordo inoltre una giornata luminosa, di sole. Uno di quei momenti in cui l’animo è rilassato e percepisce il rifiorire della primavera tutt’intorno. Mi stupii dell’accoglienza che i due mi dimostravano, mentre si avvicinavano a me. Ne fui contento: mi aveva preso, spontaneamente e d’istinto, un sollievo e una pace davvero sincera. Alcuni secondi, di certo. Poco più di qualche attimo. Bastevoli però a darmi l’illusione fugace che il mondo tutto fosse pacificato. Mi chiamavano. Sorridevano. Feci per avvicinarmi di più, quando s’accostarono a me. Senza fermarsi mi riempirono di sputi. Mentre proseguivano ridevano a crepapelle. Non saprei dire il perché, di tanti soprusi ricevuti, la mia mente abbia conservato il ricordo nitido, reale, concreto proprio di questo rispetto ad altri. Sono consapevole della sua portata insignificante in confronto a quanto successo al liceale cuneese; come comprendo che la sensibilità e l’emotività di ciascuno sia differente per natura e per peso. Però, proprio perché un gesto minimo come quello che rammento persevera nel mio animo a distanza di oltre trent’anni, mi chiedo se gli autori di tanta efferatezza – e coloro che alle loro spalle hanno l’ardire di scusarli – riusciranno mai ad essere un minimo consapevoli della ferita interiore inflitta al loro compagno. E a ravvedersene compiutamente.

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