Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Api e vespe


Vespe a Elva

 

 

Capita talvolta di finire in campagna, soprattutto in questo periodo estivo: per fare un picnic, per trovare la vecchia zia senza altri eredi, per andare in camporella, o per il puro piacere di respirare l’aria lontano dallo smog, con quel suo inconfondibile profumo di fieno secco… o di letame o peggio di liquame suino: nulla di più tonico per dilatare le narici! Accade anche che api o vespe, malauguratamente finite per sbaglio sotto la maglietta o tra le pieghe della coperta, lascino un segno della loro presenza: non è mai un’esperienza piacevole, a meno di essere dei masochisti patentati. Spesso ho notato che si tende a confondere i due insetti, nonostante dinamiche ed effetti siano differenti l’una dall’altra. La vespa morde ma non ti lascia il pungiglione come invece fa l’ape. Quest’ultima esala l’ultimo respiro dopo averlo inculcato nella pelle altrui. Insomma, ne fa una questione talmente di principio – tipo i duelli d’altri tempi o i gentiluomini in via d’estinzione– da preferire la morte piuttosto dell’umiliazione, pur di lavare l’onta dello scontro impari. Eh, le api: un esempio di abnegazione e di lavoro: fin dal mattino presto su e giù, per chilometri, a cercare nettare, a impollinare fiori, a fare il miele, la cera, i fuchi. Mai un attimo di tregua. Un modello di obbedienza alle gerarchie, di sottomissione, di spinta motivazionale, senza pensare alle ferie o alla pensione; un esempio inoltre per intere generazioni… per apprendere come nascessero i bambini; perfino più efficace delle cicogne o dei cavoli!

Le vespe invece? Le vespe – vabbè, altra pasta – in gironzola, a piluccare qua e là frutta matura, a ronzare intorno ai fiori, a ciò che sa di dolce o di profumato, sempre assetate; al più intente a farsi nidi dove capita e a trascorrere il tempo a godersi la bella stagione. Ora, non è che abbia intenzione di spacciarmi per un entomologo, tutt’altro.

Ci pensavo ieri, quando con amici abbiamo deciso di organizzare una giornata in vespa, partendo dall’amena pianura cuneese per salire a Elva, a oltre 1600 metri d’altezza da percorrere lungo un’antica mulattiera, in alternativa all’Orrido di Elva fatto di gallerie scavate nella roccia, con la via a strapiombo sulla vallata. Nessuno aveva fatto testamento ed io ero l’unico con un’assicurazione sulla vita, giusto per non lasciare in miseria vedova e figlia orfana.

Ci riflettevo mentre ronzavamo in seconda, salendo su – non eravamo uno sciame ma cinque vespe – e mi veniva in mente l’analogia con i due insetti: durante l’anno, volenti o nolenti, ci tocca fare le api. Si lavora, si contribuisce alla crescita del proprio alveare, ci si adegua ai ritmi della squadra, dei committenti o dei clienti, a seconda dell’attività. Si cerca insomma di darsi da fare, di essere operativi, di portare a casa “la pagnotta”. Quando però arriva il bel tempo, è la vespa – a suo modo – a prendere il sopravvento.

Avere una vespa, muoversi con questa, spostarsi con altri è, oltre al piacere di viaggiare, anche una sorta di “filosofia di vita”. Una capacità cioè di godere delle piccole cose, che inizia fin dalla messa in moto del mezzo: nessuna presunzione di andare forte, di mangiare chilometri e chilometri in poco tempo. Al contrario un approccio moderato, tranquillo, che consente di apprezzare il paesaggio che si percorre, di concedersi soste per un caffè e una sigaretta, di prendercela con calma. Tanto da posticipare perfino la partenza di un’ora rispetto al previsto senza che nessuno battesse ciglio.

Non c’è il rombare di motori che attira l’attenzione nei paesi: si transita senza costringere nessuno a girarsi, nelle piazze o lungo la via, ma nel contempo quel procedere in fila indiana, in una gamma di colori e di modelli usciti da tempi ormai lontani, evoca in chi li osserva la nostalgia di un’epoca radiosa, di un’Italia produttiva e vincente; magari, ad affiorare, sono altresì i ricordi della propria gioventù, delle prime uscite in coppia, delle notti brave con gli amici…

Non c’è ostentazione; piuttosto il sottile, genuino piacere di mostrarsi capaci di accontentarsi della semplicità e dell’essenziale.

Si saliva sempre più in alto; le curve si facevano più strette e irte; l’aria a tratti pungente. Non sempre si riusciva a restare vicini: eppure nessuno permetteva di perdersi di vista. Ci si aspettava e, nel togliersi in casco per domandare se tutto fosse a posto, già intuivi l’immancabile battuta di spirito a seguire, per strappare l’altrui sorriso, o la considerazione puntuale per suggerire una dritta alla guida.

Mi piace pensare che se la nostra società di oggi sapesse adottare questo spirito di vita – pur solo a piccole dosi – fatto di condivisione di gesti e di scelte semplici, di spensieratezza, del sapersi accontentare senza frenesie, senza presunzioni, senza dover dimostrare alcunché di superlativo… la dimensione umana, quella dei rapporti tra noi, non subirebbe la stressante competizione di apparire a tutti a costi, di fare a gara a chi arriva primo, dell’ostentazione volgare delle ricchezze, dei titoli, della posizione sociale. Saremmo insomma tutti più “alla buona”, “alla mano”, appagati dall’amicizia e dalla vicinanza l’uno dell’altro, come di sicuro è capitato di vivere alle cinque vespe in alta montagna, ieri.

 
 
Fotografia dinnanzi alla parrocchiale di Serre (Elva), m. 1637.
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1 Commento

  • Grande Luca, proprio un bel articolo. Voglio Condividerlo su Facebook anche hai miei conoscenti. Saluti Carlo

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