Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Aria calda, aria fritta, aria profumata: a Collisioni comunque si respira


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Sabato sono andato a Collisioni, a Barolo. Non che l’evento sia tra quelli che ti segni sul calendario, come la processione del Corpus Domini ché sarebbe un peccato perdersi, però lo metti in programma. Già salto per partito preso la Fiera del Libro e dunque “marinare” l’incontro culturale per eccellenza ad inizio estate, tra colline e vigneti, rischierebbe di farmi perdere il sonno. Diciamo che ho un certo disagio per il contesto, non per i relatori, che sono ciò che di meglio si può sperare d’incontrare da quando di bravi predicatori non v’è neppure più l’ombra. È l’ambiente che mi mette in imbarazzo. Un po’ per la fiumana di gente che incroci: una buona parte trasuda un alone di elevatezza, di impegno, e anche di altri odori per colpa del caldo afoso. Mi sento in soggezione, soprattutto nel vederli così compiti, così compartecipi a ogni parola pronunciata da chi si alterna sul palco, mentre io al contrario aspetto invano frasi ad effetto o l’illuminazione che ti cambierà la vita, ma nel frattempo riscontro una certa banalità, un parlare per parlare. Voglio dire, non è che basti avere un microfono in mano, tenere incrociate le gambe, starsene adagiati con disinvoltura mentre il giornalista lì accanto t’intervista e ciò sia sufficiente per assurgere a oracolo divino. Eppure chi ti sta vicino plaude, fa fotografie con tablet o con obbiettivi lunghi come cannoni, si esalta galvanizzato. Mi scopro un insensibile. Prendo appunti, in tutti gli incontri, perché m’aiuta a restare concentrato e nel contempo potrò portarmi un ricordo a casa, meno frustrante almeno della ruota della vespa bucatasi al rientro: la mia memoria vacilla e ho bisogno di riprendere quanto sentito. Non ce la farei a immagazzinare tutto ciò che viene detto e magari ricordarmelo pure. Insomma, avrei buttato via il mio tempo, e andare fin lì solo per poter dire “io c’ero” mi pare un briciolo riduttivo, manco fosse il giubileo per l’anno santo.

In secondo luogo “mi piange il cuore” nel constatare la marea di persone che hanno sfidato il caldo e che riempiono, a migliaia, le piazze, mentre invece le chiese restano vuote. Non è giusto: giovani e meno giovani stanno ore e ore ad ascoltare; si contendono i rari centimetri di terra ancora liberi pur di garantirsi un spazio idoneo se non a vedere almeno a sentire, mentre altrove comodi banchi di noce massello, incerati e numerosi non accolgono che la polvere, silenziosa e statica: ma perché? Ma perché, mi chiedo!

Tra l’altro, non avendo la benché minima intenzione di fare una relazione su quanto ho ascoltato perché da sempre sono geloso dei miei appunti in maniera maniacale, mi limito a riportare una considerazione fatta da Mauro Corona, che avrebbe dovuto presentare il suo libro La voce degli uomini freddi ma ha avuto la bontà d’animo di spaziare anche su altri versanti. Per inciso, tra i diversi che ho seguito, è colui che più ho apprezzato. Ebbene, a proposito del suo rapporto con il sacro, Corona afferma: «Io credo in Dio e non nei rappresentati di Lui sulla terra». Fin qui nulla di eclatante, se non l’ennesima attestazione di presa di distanza dal clero. In aggiunta specifica che «è inutile andare a messa la domenica… ché ci vorrebbe la frusta, per certi che sono razzisti e xenofobi… Mentre i preti dovrebbero occuparsi di anime: sono ministri di Dio o ministri dello Stato? Basta chiarirsi…». Lui parla, io scrivo, alzando la testa soltanto quando un’ovazione ha sottolineato le sue considerazioni. Poi però, da montanaro verace qual è, se ne esce con un’altra frase, prima di cambiare discorso. Una frase che ai più farà sorridere o non dirà nulla. A me, per qualche insondabile scherzo del destino, invece è piaciuta; l’ho trovata calzante, nella sua concreta semplicità.

«Il pastore deve saper odore di pecore».

Vale per i preti, vale per gli intellettuali che declamano la solidarietà, vale per tutti noi se proclamiamo la giustezza della coerenza: si è credibili solo se c’è corrispondenza tra quello che diciamo e ciò che facciamo. Non possiamo profumare di violetta se pascoliamo un gregge in alpeggio. Proprio no.

Il resto, che sia detto da un pulpito o da un palco, da un giornale o da un comizio, è come quelle bolle di sapone tanto belle a vedersi ma che quando scoppiano ci rivelano di che aria sian fatte…

L’immagine è un particolare da Arthur Berzinsh, “Cherubs amused by fart bubbles”, 2012, in:

http://www.berzinsh.lv/pictures.php?gallery=photo&picname=e4

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