Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Arrivano gli stranieri: tremate oh Muse!


Ieri sera mi sono trovato con un amico che di formazione è archeologo orientalista – tra gli ultimi peraltro che riuscì a compartecipare come stagista a degli scavi in Siria anni fa – ma che ha fatto “di necessità virtù” e adesso si occupa di gallerie d’arte, a Milano. Giocoforza che uno dei discorsi cadesse sulle nomine degli stranieri alla direzione di alcuni dei maggiori musei italiani. Gli avevo accennato che avrei voluto scriverne in merito, e la conversazione che ne è seguita mi ha rinfrancato perché un conto sono i pensieri di un ignorante, un altro quelli di chi sa.

Innanzitutto lascia attoniti appurare quanti biasimino queste nomine. Ora, già mi fanno sorridere le conversazioni sulle strategie che dovrebbero adottare certi mister del calcio allorché la quadra del cuore gioca in campo. Critiche, dritte, puntualizzazioni solitamente a freddo, a partita avvenuta. A un profano come me lasciano a bocca aperta: spiace vederli ridotti a commentare dietro il bancone del bar o sui lettini in spiaggia, anziché fungere da allenatori. Margaritas ante porcos. Per le scelte selettive alla guida dei più illustri musei scopro, con piacere – ci mancherebbe –, che l’Italia non è soltanto piena di appassionati di queste istituzioni culturali, ma ha in dotazione fior fiore di specialisti che sanno valutare i perché e i per come lasceremo in balìa dei forestieri i nostri beni culturali. Chapeau!

Rischio di perdere il sonno per questo complotto planetario ordito ai danni dei Pico della Mirandola nostrani. Si capisce, peraltro: in passato, ogni volta che qualcuno varcava i nostri confini, ne seguivano danni: dai lanzichenecchi dei cantoni svizzeri ai nazisti della Germania, passando per i papi stranieri. Ma oggi come oggi non mi capacito dell’esterofobia quando ci sono casi eclatanti di forestieri chiamati in Italia a ricoprire ruoli altrimenti sprovvisti di una guida, che alla prova dei fatti si rivelano più che soddisfacenti. Penso ai sacerdoti africani che prendono il posto dei preti locali a dirigere parrocchie. Si capisce che, tutto subito, certe vecchine di provincia o talune zitelle di sacrestia siano a disagio nell’esternare le proprie colpe in confessionale a un consacrato di colore che non parla neppure dialetto, ma superato l’imbarazzo momentaneo nessuna più reclama, anzi. E che dire delle badanti filippine o dell’Eurasia alle quali sempre più spesso c’è chi affida la cura del proprio padre o dell’amata nonnina? Non voglio neppure lontanamente credere che ci si accaldi per la professionalità di stranieri a sovrintendere musei ben più che sulla verifica delle competenze di chi prende in carico i nostri cari, la loro vita e pure le chiavi dell’appartamento.

Stranieri a capo dei musei… no! Non va bene. Non siamo dei provinciali: l’idea sarebbe peregrina! È che riteniamo le opere esposte o immagazzinate alla stregua dei gioielli di famiglia: vanno custodite gelosamente e mostrate all’occorrenza, per far vedere quanto gusto avesse la nostra trisavola per i tali orecchini o il bisnonno per quel certo orologio da tasca d’oro. Salvo poi girarsi dall’altra parte quando i siti archeologici vanno in rovina, prestigiose biblioteche chiudono, musei languiscono in programmi culturali riproponendo sempre e solo la stessa salsa o, al massimo, sfornando la mostra a firma di un nome politicamente “di grido” giusto per far cassa.

Poi, è singolare la preoccupazione verso i direttori quando spesso nemmeno si sa chi siano e cosa facciano i conservatori, e – del restante personale museale – a malapena si distingue un usciere da un’addetta alla sorveglianza in sala, se non fosse che quest’ultima incanta osservarla per la maestria all’uncinetto, mentre vaghiamo distratti nelle sale semideserte.

Addirittura mi colpisce chi rinfaccia loro – preventivamente oltretutto – l’incapacità di attrarre finanziamenti e risorse economiche reputate basilari in ambito culturale. Questo quando in altre occasioni ci si squarcia la gola a sottolineare che l’arte non va mercificata come prodotto per attrarre consumatori, perché al contrario è un bene immateriale legato alla percezione intellettuale, emotiva o spirituale.  Delle due l’una, verrebbe da chiosare.

E’ umano – e di sicuro spiace – constatare che non vi siano figure professionali di tale livello tra i connazionali, salve rare eccezioni. Ma anziché dolercene perché quei posti non sono andati ai nostri compatrioti – o magari ai due marò in India – buttiamo lo sguardo su come funziona l’università italiana. A ogni tentativo di forgiare una futura classe dirigente all’altezza attraverso un percorso di studi più selettivo si alzano scudi contro, paventando un classismo eugenetico. Come se a sfornare ignoranti come capre – che è quanto sempre più di frequente accade di constatare riguardo a chi esce dalle discipline umanistiche – si possano pretendere risultati appaganti.

Ben vengano i sette nuovi direttori, ché magari finalmente si sentirà cantare:  «Hey ho! Andiam a lavorar…»: ci faranno sentire meno provinciali e più aperti alla realtà globale.

E poi – francamente – chi meglio di loro può comprendere i gusti e le necessità della stragrande maggioranza dei visitatori dei nostri più importanti musei? Son tutti stranieri.


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