Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Astinenza


Sono cresciuto in una famiglia molto cattolica. Né più né meno una tra le tante un tempo diffuse nelle città di provincia.  A casa mia le osservanze religiose erano prassi non sindacabili e tra le queste vigeva l’astenersi dal mangiar carne in Quaresima: il Mercoledì delle Ceneri e ogni Venerdì.

Un digiuno non rigoroso. Cambiava il menù, reso ben poco appetibile al punto che da piccini era preferibile saltare il pasto anziché ingurgitare minestre di verdure o, peggio, il merluzzo.

Un santo in erba, insomma. Falciata anzitempo, riflettendoci sopra con il senno di poi.

Oggi questa pratica potrebbe essere il manifesto dei vegetariani più che la consuetudine dei fedeli, se non fosse che il trionfo del pesce rende felici i venditori al mercato; rassegnati i macellai; disillusi i vegani.

Non ho idea di chi osservi ancora i giorni “di precetto”, e neppure m’interessa. Certo, se penso che in passato trasgredire avrebbe comportato la segnalazione alle autorità ecclesiastiche, mi vien da sorridere al lassismo odierno. Zelanti delatori facevano la spia – caritatevole e intramontabile comportamento animato dalle migliori intenzioni – e i rei venivano sospettati di simpatie ereticali: toccava ai malcapitati arrampicarsi sui vetri per convincere il vescovo o l’inquisitore di non aver alcunché da spartire con la perniciosa setta luterana.

Giusto per dire che taluni comportamenti un tempo ritenuti immorali dalla Chiesa – e basta aver dimestichezza con gli archivi ecclesiastici e le visite pastorali per appurarlo – adesso ci fanno sorridere. Eppure all’epoca più d’uno avrà perso il sonno nel timore di finir male, e comunque d’essere additato dai compaesani come immondo e sospetto.

Immagino che non sarà differente in futuro, per chi studierà la nostra illuminata ed emancipata condizione contemporanea. Scuoterà la testa, incredulo che nei primi decenni del secondo millennio vi fossero addirittura dei cattolici pronti a puntare il dito contro le scelte morali altrui, pretendendo l’astinenza dalla carne pure in senso lato, e non soltanto in Quaresima, per salvar l’anima.

Facevo i fioretti, in tenera età. Rinunce che per miracolo si trasformavano in un assortito, variegato, etereo mazzo floreale da offrire a Gesù.

Avrei guadagnato il Paradiso. Inoltre la pia pratica serviva per interiorizzare un senso di distacco dal mondo e di rinuncia ai piaceri terreni evitandomi, crescendo, la diabolica tentazione di accumulare beni materiali. In merito ci ha pensato la crisi, per la verità.

Fiducia genitoriale mal riposta: son stato un vero fiasco. Così, giusto per rispolverare i savi, saggi, ascetici moniti della fede cristiana ho tirato giù dallo scaffale uno dei manuali cult della tradizione cattolica. Insomma, il classico libro che ogni fedele degno di questo nome – mi piace pensare – non può non conoscere, e che di solito conserva sul comodino da notte, là dove i lussuriosi invero tengono la panacea del piacere. Essendo un pubblicano della peggio ispecie, ho faticato a ritrovarlo tra i piani alti della libreria, tutto impolverato. Ne L’imitazione di Cristo è riportato, tra i molti e avvincenti dialoghi del Padreterno, quello Dell’annegazione di se stesso e della rinuncia d’ogni cupidigia, nel quale Domineddio dice:

«Figliolo, tu non puoi godere della perfetta libertà, se non rinneghi totalmente te stesso. Tutti coloro che hanno attacco alla roba, che si amano con eccesso; che sono avidi, curiosi, vagabondi, che cercano sempre i loro comodi e non gl’interessi di Gesù Cristo, sono come prigioni tra’ ceppi, e si figurano e formano spesso de’ progetti che non dureranno: poiché tutto ciò che non deriva da Dio, perirà. Tieni a memoria questa breve e perfetta sentenza: Lascia tutto, e tutto troverai; lascia la cupidità e troverai il riposo. Medita bene, e quando l’avrai messa in pratica, intenderai tutto»*.

Azzz… parla di me! Spero che quaranta dì bastino per liberarmi dai ceppi, che in effetti mi stanno piuttosto stretti. Digiuno e astinenza, dunque, facendo a meno del dietologo e con il vantaggio di scampare all’inferno. Un gran brutto posto, tra le fiamme che ardono perennemente. E proprio non riesco a comprendere chi lo sottovaluta, come ho letto soltanto pochi giorni fa di Vittorio Zucconi:

«Un Dio che condanni a tormenti eterni un uomo perché si prende cura di un bambino insieme con un altro uomo, non mi interessa. Scomunicatemi»**.

Da infliggergli non quaranta giorni ma quarant’anni. Nel deserto. Senza manna dal cielo.


*TOMMASO DA KEMPIS (?), L’imitazione di Cristo, Tip. Orcesi, Lodi 1834, p. 315.

**tweet di @vittoriozucconi, 8 febbraio 2016.

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