Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Attenti… lui ti vede!


Dita nel naso

Le dita nel naso non si mettono. È un gesto di maleducazione conclamata, quasi come il chiederti di pagare al tavolino di un bar dove sei cliente da una vita, anziché alla cassa quando ti alzerai. Eppure la sottile suadente piacevole tentazione di rovistare di quando in quando nella cavità buia nascosta dalle cartilagini laterali l’abbiamo avuta un po’ tutti. La tentazione – dico – non la messa in opera dei cantieri di scavo. Ci mancherebbe. I depravati che ci provano sul serio lo fanno nell’intimità domestica. Come è prassi per qualsivoglia attività poco urbana. Un tempo ci si lasciava andare a questo rito, eccezionalmente ammissibile nell’abitacolo della macchina, fermi al semaforo, ma oggi con le rotonde un po’ ovunque il privilegio è raro come la speranza di non essere licenziati perché si è sgraditi alla moglie del padrone. Insomma, nessuna legge proibisce di estrarre gli umori corporei depositati nel naso come la perla dall’ostrica o la lumaca alla parigina dal guscio. Lo suggerisce il comune senso della buona creanza. Questo e mille altri comportamenti trovano il loro ostacolo, vivaddio, in quel tribunale della coscienza che è il giudizio della gente. Già: cosa direbbero se mi vedessero fare un’operazione simile? È il monito che senza bisogno del grillo parlante induce ogni bennato a evitare scelte inconsulte. L’opinione pubblica ci muove a comportamenti dignitosi non sempre perché li riteniamo tali, bensì per il timore del giudizio altrui. Esso arriva severo feroce inappellabile.

D’altronde ci sono persone che non aspettano altro che analizzare, scrutare e censire i comportamenti del proprio prossimo in pubblico. Talvolta si sforzano di farlo pure per la sfera privata e se le indagini non sono supportate da prove efficaci se le inventano, pur di sostanziare supposizioni, maldicenze, dicerie. Fino a un po’ di tempo addietro i censori civici proclamavano le loro sentenze in particolari luoghi deputati per tradizione e contesto a ricevere e ad ampliare gli esiti della morale spicciola e fai-da-te della vita di provincia. Le sale d’aspetto dei medici, quelle delle parrucchiere, dei barbieri e nei bar, le sacrestie e gli spazi davanti alle macchinette del caffè negli uffici pubblici. Luoghi privilegiati, dove le pareti, se mai avessero il dono della loquela, dischiuderebbero storie curiosissime, ben più fervide dei maggiori romanzi di fantasia, di spionaggio, di erotismo.

Adesso i social network stanno soppiantando questi templi della conoscenza spicciola dell’animo umano. O meglio, i gruppi nati, ad esempio, su facebook. Già, perché nei profili privati resiste un barlume di pudore: i commenti esitano a scodellare considerazioni dirette su questo o quel malcapitato. Invece i gruppi, in virtù della componente amicale e del sentirsi quasi in casa propria, proiettano in certuni la sensazione di trovarsi davvero tra le mura domestiche, in compagnia di conoscenti. Così, come nel tinello si sorseggia il caffè gentilmente predisposto nelle tazze posate sulla tovaglia di merletto, e si chiacchera di cos’abbia fatto l’una o di che storia abbia avuto l’altra, alla pari si riversano giudizi all’universo mondo o alla collettività chiusa – si fa per dire quando si è in migliaia – nell’interno del gruppo. Ultimamente accade perfino che intraprendenti personaggi vadano in giro a fotografare situazioni, persone e sprazzi di vita quotidiana considerati degni di essere messi al bando. Li pubblicano in pasto ai sodali pronti a dileggiare e moralizzare, e infine si risentono se qualche navigante dotato ancora di senno li invita a desistere dal linciaggio. I primi agiscono rispettando a dovere il manuale d’uso del perfetto maldicente: ciò che importa è sparare la notizia, meglio se suffragata da una foto. Nessuna preoccupazione preventiva per comprendere se il presunto reo o se l’apparente situazione siano nate per motivi plausibili o per circostanze che non conosciamo. No. Anziché denunciare all’autorità competente ciò che si ritiene sia un reato o un delitto o il presupposto per una strage o un genocidio, ci si erge a giudici. Peggio… più prosaicamente ci si autonomina giustizieri. A tempo perso, per passione.

Che poi, sia chiaro, alla fin fine la mia preoccupazione più grande è di finire immortalato in uno scatto inatteso senza aver tenuto indietro la pancia.

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