Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Attimi di spensierata leggerezza


La leggerezza di certi momenti talvolta mi capita di viverla incrociando altri per strada e si rivela un’opportunità di coinvolgimento inaspettata.

Di recente tre episodi mi sono rimasti impressi, benché effimeri e tutto sommato ordinari.

Una bella notizia

Ero in pausa pranzo, seduto con mia figlia a un tavolo all’esterno di un locale sotto i portici della mia città.

Una sorta di galleria all’aria aperta dove chiunque transiti nei paraggi è ben visibile già da lontano.

Addirittura, quando la zona è poco frequentata, il profilo di chi sta arrivando è incorniciato dalle arcate dei portici, e la figura assume un rilievo altrimenti non così definito: in una piazza o su una via all’aperto resterebbe una sagoma indistinta nel contesto vasto e dispersivo dell’ambiente circostante.

Accade allora che la pur minima alternativa al solo camminare catturi lo sguardo mentre si sta seduti tranquilli a sorseggiare un caffè.

Un uomo di mezz’età procedeva verso di noi intento a leggere il cellulare. Nulla di straordinario.

Ciò che invece aveva di particolare era lo sguardo mentre indugiava a passo calmo, tutto preso da quanto scorreva sul telefono.

Il volto illuminato da un sorriso cheto, radioso, di piena soddisfazione.

Nulla si poteva arguire del contenuto, ma la quiete e la serenità che emanava mentre con misurata lentezza ci passava dinnanzi, quasi non esistesse altro intorno a lui se non ciò che si presentava sotto gli occhi, ci ha contagiati.

Come se la leggerezza con cui l’ignoto lettore si gustava le sensazioni benevoli del messaggio ci avesse accarezzati con lo stesso calore, rendendoci compartecipi ignari della sua felicità.

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Far di conto

L’altra mattina invece mi stavo recando al lavoro.

Poco prima di arrivare c’è una fila di portici da attraversare, in una via laterale che introduce alla grande piazza del castello.

Di norma a quell’ora incrocio i pendolari che dalla stazione ferroviaria salgono in centro. Insolitamente però ero in anticipo, e anziché imbattermi nei profili ormai quasi familiari sebbene di sconosciuti, mi son passati accanto una bambina con il suo papà, diretti a scuola.

Si tenevano per mano e lei decantava le tabelline ad alta voce. Quella del “tre”, per la precisione: «…3 per 7, ventuno; 3 per 8, ventiquattro…»

Lui ascoltava, con il volto leggermente serio per la concentrazione – forse ancora un po’ intorbidito dalla sveglia mattutina –, ma era ben calato nella situazione.

La piccola sciorinava la sequenza di numeri sicura come una devota “mena” le litanie a fine rosario.

Il babbo annuiva con la testa, composto. Immagino con legittimo orgoglio: a fine anno scolastico fa piacere che la pargola abbia assolto il proprio dovere di scolara.

Ebbene, quel quadretto di armonia familiare, di pazienza paterna, di rituali vissuti da tutti a suo tempo, nella sua leggerezza domestica m’ha rassicurato per il futuro a venire: fino a quando ci sarà chi perpetua pratiche semplici, ma per nulla scontate, la nostra società conserverà solide basi.

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La leggerezza dell’essere se stessi

Infine, qualche pomeriggio addietro, camminavo in prima serata dal centro verso il sobborgo dove abito.

Nello stesso mio quartiere risiede un ragazzo che conosco soltanto “di vista”. Per il poco o nulla che so è un tipo semplice.

Una descrizione vaga – lo ammetto – ma non possiedo un idoneo bagaglio lessicale della psicologia per definirlo in modo puntuale. Potrei attingere ai termini di cui abbondano i documenti storici però suonano terribilmente svilenti: mentecatto o fatuo oppure deficiente, che all’epoca non avevano intenzionalità denigratorie ma che oggi sono equiparati a insulti, e di certo non tocca a me riesumarli per mera piaggeria anacronistica.

Tornando al giovine, l’ho incrociato mentre scendevo a casa; lui ovviamente risaliva in senso opposto.

Aveva una radiolina appoggiata all’orecchio, come di consuetudine quando passeggia.

La musica che tiene a volume alto scandisce il ritmo altalenante dell’incedere, e invita la testa a compiere un movimento ondivago piuttosto marcato. Oltre a segnare il tempo, i brani che ascolta sono accompagnati dal personale contributo canoro che ne preannuncia l’arrivo prima che il medesimo sia visibile ad occhio umano.

Passandogli accanto mi saluta: ruota il palmo aperto della mano libera con vistosa energia, e fa un cenno del capo tirando indietro la testa in un unico scatto rapido e tanto veloce da temere che le si stacchi dal collo.

Poi prosegue, senza proferir verbo. Felice come una Pasqua, immerso nel proprio mondo.

Immancabilmente mi strappa un sorriso, e riesce a rasserenarmi perché la leggerezza di un animo semplice ha un potere lenitivo.

Ci mostra a suo modo quanto occorrerebbe per star meglio: spontaneità, un certo distacco dalla realtà, meno aspettative da se stessi e dagli altri.

 

 

 

 

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