Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Aurora, l’ora d’oro, contro il buio della crisi.


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Inaugurare un locale è un azzardo tale in questi tempi tutt’altro che floridi, che verrebbe da chiedersi se sia più incoscienza o masochismo. Dalle mie parti tengono bene esercizi commerciali che smerciano oggetti sacri perché tra battesimi, prime comunioni, cresime e ordinazioni sacerdotali tutto sommato un “presente” viene da farlo, e vuoi non regalare una statuina della Madonna di Lourdes alla figlioccia? Non chiedeva altro! Probabilmente la pargola te ne sarà grata per sempre, e ogni volta che indirizzerà lo sguardo devoto alla Vergine della grotta penserà al bel gesto.

Un bar ha dell’inverosimile: l’unica attenuante che lo giustifica è il fatto che già preesisteva. E’ stato rinnovato, però, e l’inaugurazione solenne ha consentito di ammirare il cambiamento radicale. Un po’ come accade quando la madre di un tuo amico t’invita a cena e stenti a riconoscerla perché è passata sotto le mani d’oro di quei novelli benefattori della società che han fatto della chirurgia estetica la concorrente del Creatore, per giunta in meno di sette giorni.

Lo stupore però non si esaurisce apprendendo dell’inaugurazione. Anche perché non ci sono stato: in queste occasioni c’è sempre troppa calca… pare di essere alle poste il giorno che consegnano le pensioni, e poi c’è un sacco di leccornie da mangiare e bevande ricercate da bere: ti tocca trattenerti per non fare la figura del morto di fame perché è tutto offerto, e ciò comporta un esercizio di volontà a cui non son portato. Inoltre tutti si presentano con l’abito migliore, come è giusto che sia, e siccome io lo indosso praticamente soltanto per i funerali, temo sempre di portare sfiga a presentarmi con il completo da esequie. Lo stupore, dicevo, mi ha preso quando ci sono andato il giorno successivo, al mattino, per un caffè. Già, perché solitamente da un locale ristrutturato ti aspetti un ambiente “alla moda”, insomma, un’imitazione di quelli metropolitani, come s’usa oggi, che ti fa sentire emancipato, meno provinciale. Posti minimalisti, con le pareti bianche che sembrano sale d’attesa di un pronto soccorso; qualche ramo secco infilato in un vaso dalla sembianze di una supposta messo in un angolo; sedie strette, alte, sottili, congeniali più a uno stilita che a un cristiano; un unico quadro su cui delle croste d’intonaco dorato spiccano tra spruzzi di vernice. E invece? Invece il gestore ha creato un ambiente caldo, accogliente, familiare senza però farti pensare a una bocciofila. Un locale di buon gusto: roba da chiedere all’Unesco di metterlo in lista. Mi vien da parlarne perché ritengo giusto riconoscere a chi ha avuto il coraggio di mettersi in gioco il merito non solo di spendere denaro, d’intraprendere le gratificanti avventure burocratiche – che son sempre soddisfazioni -, di scommettere sulla fedeltà della clientela, ma di averlo fatto cercando “nel bello” la chiave del successo. Anche fuori, all’esterno, ha collocato un dehor rifiutando i modelli consueti, standardizzati e preconfezionati come i mobili dell’Ikea. L’unica pecca che gli si potrebbe rimproverare è di non aver installato dei deterrenti contro gli insetti fastidiosi. Infatti proprio la sera dell’inaugurazione sono comparsi, com’era intuibile, i classici mosconi: la musica, che non poteva non esserci siccome non si inauguravano delle sale mortuarie, deve averli irritati, e subito hanno cominciato a ronzare, ronzare, ronzare.

Come ci si può difendere? Beh, credo non resti altro che scacciarli con un plateale gesto del braccio.

L’immagine è di Salvator Dalì, Aurora, 1948.
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