Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Buonismo: il termine più inflazionato dai razzisti


 

 

 

 

– Non è per criticare… ci mancherebbe… -.

– Non ce l’ho con i froci anzi ne conosco pure di simpatici, però… -.

– Non sono razzista, ho pure amici negri, ma… -.

Il repertorio di frasi fatte poste come premessa per giustificare atteggiamenti diametralmente opposti alla dichiarazione d’intenti iniziale è vasto, e ciascuno di noi non può non averne esperimentato l’ipocrisia sottesa, più o meno velata, più o meno consapevole. Con il razzismo si convive quotidianamente: da quello raffinato di certi sedicenti dottori – soprattutto coloro che non mancano di sottolineare i propri titoli in qualsivoglia occasione, che guardano dall’alto in basso chi non può vantare una parete incorniciata dalle lauree, e poco importa se pagate fior di quattrini e non s’abbia mai frequentato l’università, al razzismo di massa, indotto dalla paura o dall’ignoranza più becera. Da bambino pativo le differenze di classe che quotidianamente subivo rispetto ai coetanei più abbienti: sebbene non mi sia mai mancato nulla, essere il primo di quattro fratelli marcava parecchio le privazioni che ci toccavano. Niente settimane bianche e lezioni di sci; nessuna vacanza esotica; vestiti ordinari, puliti ma “vissuti” fino all’ultimo. Più che alle letture intraprese negli anni successivi, i film e i documentari visti nel tempo, le esperienze fatte, i rapporti instaurati con chi ho incontrato sulla mia strada, sono state l’infanzia e la preadolescenza a insegnarmi il significato dell’essere emarginato, d’essere visto con supponenza o, talvolta, di essere escluso perché “diverso” rispetto a chi contava di più, a chi poteva permettersi un tenore e uno stile di vita maggiormente gratificanti. I libri, sì, m’hanno insegnato a non portare rancore verso coloro che si ritengono “di razza superiore” – e ci sono mille modi per esplicitarlo senza bisogno di pronunciare il termine – ma più che commisurarmi con costoro, di frequentarne le messe in chiesa o i gruppi impegnati, mi viene naturale solidarizzare con chi è reputato differente, “un altro” rispetto al gruppo sociale con cui ci si identifica.

In questi giorni ho avuto occasione di spostarmi in piccoli centri nel deserto egiziano: solo ieri sera, dopo tre ore passate in compagnia di un ventiduenne del posto, nel momento del commiato il ragazzo m’ha chiesto l’accendino, per tenerlo per sé. In cambio mi ha lasciato una scatola di fiammiferi. Ha detto che l’avrebbe conservato, che non l’avrebbe ceduto ad altri, che esso avrebbe perpetuato il ricordo della serata trascorsa in chiacchere, nel berci un caffè e fumare, nel passeggiare per le vie impolverate e poverissime del luogo. Nulla di eclatante, ma il valore simbolico di un gesto compiuto e palesato senza remore né tabù, senza filtri mentali o il timore di apparire patetico, mi ha colpito molto. Un momento, per me, di forte impatto emotivo: un giovane conosciuto per caso, con il quale fino a quel momento nulla avevo da spartire, ha condiviso tre ore di risate, compresa un’assurda mia proposta di metterci in società per accompagnare immaginari turisti in quel villaggio dimenticato da Dio. Ebbene, lui, con istintiva e genuina spontaneità, mi ha richiesto un pegno per ricordo. Certo, riconosco che per indole attribuisca un eccessivo valore ai gesti, alle frasi, alle scelte mie e di chi incontro sulla via, ma per me una delle priorità nel cammino in questa valle di lacrime sta nel vivere con gli altri, alla ricerca di un arricchimento reciproco. Ecco perché conoscere e accettare coloro che il destino mi pone dinnanzi è un valore aggiunto e me ne guardo bene di stigmatizzarli, di temere che mi sottraggano l’aria che respiro o che attentino alla mia vita. Ecco, anche, perché non mi riesce di rivolgere ai razzisti biasimo o condanna, ma di provare soltanto una gran pena: non hanno la benché minima idea del piacere enorme che si ha nel conoscere e condividere le reciproche esistenze gli uni con gli altri.

Ancor meglio se sono “dei diversi” da noi.

 

 

 

 

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