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Il calar del sole sugli studi umanistici


Alcuni giorni fa La rivista il mulino ha descritto la situazione poco rassicurante degli studi umanistici, sulla base delle mancate sostituzioni dei docenti universitari andati in pensione o datisi alla geoponica nell’ultimo decennio.

Una strategia di morte per consunzione: si logora quanto basta il settore, lo si priva di risorse e di personale, e il gioco è fatto.

Talvolta segue pure il farisaico dispiacere per la deplorevole fine, all’apparenza inevitabile.

Non credo neppure che la consolante idea di «pochi ma buoni» lenisca il dramma.

Proprio la settimana scorsa un giovanissimo mio concittadino, iscritto al primo anno di università, mi confidava il rammarico per non aver scelto Storia nel suo percorso di studi. L’ho rassicurato che almeno si eviterà la poco esaltante prospettiva di chiedere l’elemosina, in futuro.

Spiace ammetterlo ma basta guardarsi intorno per constatarlo.

 

L’oblio degli studi umanistici

Leggendo le considerazioni del professor Zannini notavo che, ancora una volta, la spiegazione sia la precedenza alle discipline scientifiche, economiche e tecnologiche. Vero, certo.

Ipotizzo altresì ulteriori risposte:
a) un gomblotto. Poco ma sicuro: le scienze umane educano a pensare con la propria testa. Al contrario, i tecnocrati viaggiano su binari prestabiliti. I restanti invece li si controlla con il bastone e la carota;
b) la cultura appaga ma non paga;
c) chi ha un sapere umanistico è meno incline al consumismo quindi va scoraggiato;
d) più si legge più si è dubbiosi: sostenere gli studi umanistici è un incentivo all’ateismo.

Ne avrei anch’io una mia, del tutto personale. Temo sia poco ortodossa, ma sono pronto a mutarla qualora ricevesse una sonora smentita.

La società è satolla del linguaggio criptico

È un vero peccato ma si apprezzano sempre meno testi, tomi, manuali, saggi, articoli redatti con uno stile altisonante, infarcito di dissertazioni tronfie, ridondanti e per giunta incomprensibili ai più.

Spiace ammetterlo ma è raro trovare raffinati intenditori ai quali piaccia “l’aria fritta” ben condita con frasi iperboliche e terminologie di nicchia.

A forza di martellare l’umanità dicendo che rende ciechi o fa crescere i peli sulle mani, perfino l’onanismo intellettuale non ha più il credito di un tempo. Certuni umanisti raggiungono solitari orgasmi mentali, in virtù della meticolosità e della perizia con cui han reso le proprie pagine ostiche a leggersi, ciò non di meno è una fatica oggidì trovare adepti nel settore.

La diffidenza verso le società segrete

È palese l’ostilità diffusa per i muratori, complice una campagna di stampa denigratoria e martellante. Eppure molti detentori degli studi umanistici ritengono superfluo istruire e arricchire l’altrui conoscenza: impongono invece un approccio ai loro saggi alla stregua di un rituale d’iniziazione, ventilando ai novelli Sisifo la cooptazione in una cerchia di eletti se sorreggeranno il peso di pagine grevi come macigni.

Nel caso si snobbi l’opinione pubblica avversa, a questo punto però è giocoforza che risulti più accattivante l’uso di compassi, squadre, livelle con AutoCAD, che è monopolio delle discipline antagoniste agli studi umanistici.

 

La prosopopea degli acculturati

Non tutti, ma una bella fetta di chi si è dato agli studi umanistici e ne ha fatta una professione non disdegna di creare una consorteria chiusa, elitaria e autoreferenziale. Ci sta: favellano e discettano, con una spiccata propensione verso l’effimero o il superfluo.

I mortali non capiscono questa missione sacrale.

E gli altri, di rimando, ricambiano l’incomprensione ben guardandosi di spendere il proprio patrimonio di sapere a favore della collettività pubblica.

Battersi per migliorare la società tutta non ha più senso da quando è stata coniata la frase «non date perle ai porci».

Lo hanno afferrato nel loro piccolo pure parecchi insegnanti, che a scuola scoraggiano l’amore per la letteratura, l’arte, la filosofia.

Il metodo è semplice e i risultati sono incoraggianti.

Basta affiancare all’insegnamento nozionistico una calibrata voce monotona – che fa tanto persona saggia – e si ottiene fin da subito un’oculata scrematura: i pochi che si appassionano alla Storia dopo aver mandato a memoria nomi e date infinite saranno dei loro!
Si tratta di leve sottratte alla Matematica e ciò genera invidie: presto o tardi c’era da aspettarselo… che sarebbe arrivato il conto!

La torta si è rimpicciolita, anzi, restano le briciole

Parecchi umanisti sono stati abituati nei tempi d’oro ad essere foraggiati da fondazioni, da enti e da istituzioni che investivano somme ingenti in pubblicazioni di rara beltà, e altrettanto raro, rarissimo interesse.

Erano vocate alla bella figura sugli scaffali della libreria di casa o in ufficio, conferendo prestigio al proprietario.
La moda oggi è di sostituirle con vasi d’orchidee, almeno non vanno spolverati.

In più non tocca mentire alla domanda se quei poderosi volumi siano mai stati letti.

Viene quindi meno l’opportunità per gli studiosi di rimpinguare il proprio portafoglio; di sdebitarsi con gli accoliti o di aspettarsi un coinvolgimento editoriale alla prima occasione da parte di chi era stato chiamato come collaboratore; di farsi un nome da spendere dove tornava utile.

Il rischio d’estinzione è dietro la porta, ahimè: altro che taglio alle cattedre!

Stesso discorso per i convegni: da quando chiunque può trovare a buon mercato sonniferi, ansiolitici e sedativi, i simposi sulle tematiche letterarie, storiche o filosofiche di nicchia sono sempre più disertati.

Ciò affievolisce le reti accademiche che si tessevano in quei frangenti, nonché i rapporti feudali utili a rinforzare legami di casta, a tutto vantaggio invece delle lobbies degli ingegneri, degli economisti, degli scienziati, i cui convegni son ritenuti più accattivanti, non fosse che per la frequente proiezione di immagini, di filmati e di grafici colorati.

Briciole pure per le curatele delle mostre.

Sempre più rare infatti le rassegne temporanee in grado di fare il pieno soltanto all’inaugurazione, e di perpetuarne il ricordo grazie ai monumentali depositi di cataloghi invenduti, che giacciono impolverati nei magazzini fino al Giudizio universale.

Oggi si punta a ben altro, con lo spettacolare come filo conduttore, dal vernissage alla proroga. Inconcepibile per un homme de lettres.

Infine gli studi umanistici vengono boicottati dalle case editrici, sobillate dagli ambientalisti. Si tende a stampare sempre meno libri infarciti di termini sovrabbondanti e di concetti reiterati, unica soluzione per rendere i tomi voluminosi e consistenti quanto il guadagno per chi li scriveva.

 

Arriva il buio

La società sono certo che rimpiangerà la sicumera dei dotti, ostentata e scientemente voluta come parametro di eccellenza, di qualità e di superiorità intellettuale.
Ci resterà soltanto lo snobismo degli arricchiti, che non reggerà mai il confronto con l’elitarismo degli uomini d’essai e con i philosophes.

Può essere che i medesimi concetti, le stesse prove documentarie, gli identici risultati di ricerca finora retaggio ermetico di pochi continuino a essere veicolati in forma più accessibile, senza rinunciare alla terminologia appropriata, rifuggendo dal divulgativo, che è informazione anziché conoscenza.

Può essere.

Sono fiducioso perché l’uomo ha un bisogno insopprimibile di sondare l’animo, di provare emozioni, di cercare risposte esistenziali, di anelare al bello. E per quanto ci mettano d’impegno gli eventi culinari o le sagre paesane, non sarà mai la stessa cosa.

Sono comunque tra coloro che apprezzano chi adopera termini sostitutivi alla banalità delle parole scontate e logorate dall’uso quotidiano:
un discorso variegato arricchisce anche i concetti che sottintende Condividi il Tweet

Ma quando sento o leggo che un certo mondo umanistico è al crepuscolo mi preparo allo spettacolo: i tramonti hanno sempre un loro perché, e vanno assaporati appieno.
Sorgerà un nuovo sole, dopo l’oscurità, e brillerà radioso più che mai.

studi umanistici

 

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