Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Il campanilismo oltraggiato: “Da noi si vive meglio”


Il campanilismo – l’affezione smodata per il proprio paesello – qui da me ha ricevuto un affronto senza precedenti. È un bene che i duelli siano relegati ai romanzi storici, altrimenti l’onta si sarebbe lavata con il sangue.

La supposta insolenza è giunta per mano di una concittadina d’adozione in una conversazione virtuale di pubblico dominio, tra gli iscritti di un gruppo locale di facebook.

Tutto è partito dalla proposta vagheggiata dall’esule di dedicare alla Taranta, nota danza popolare del Sud, un apposito evento sul territorio, il quale si trova al centro della “Provincia Granda”.

Sto alludendo al baluardo incontrastato del conservatorismo del profondo Nord subalpino, nella piana lambita da una parte dalle pendici delle Alpi e dall’altra dalle ridenti colline delle Langhe.

L’incauta deve aver pensato che fosse un’ottima idea, visto che iniziative analoghe hanno avuto un loro seguito, per giunta nel capoluogo. Infatti, da alcuni anni a questa parte, a inizio estate si tiene l’Illuminata nella via centrale, che subito dopo quella copernicana è annoverata tra le rivoluzioni epocali.

Come se non bastasse, da decenni nella mia città si sono affiancate alle trattorie addirittura le pizzerie, in virtù delle caserme di notevoli dimensioni che un tempo accoglievano militari di leva e allievi carabinieri. Locali di copertura, che di fatto fungevano da consolati e da ambasciate per i tanti giovani in terra straniera.

Inoltre perfino le rinomate pasticcerie nostrane da parecchio non si fanno scrupoli ad accostare alle “bignole” pure i babà al rum, troneggianti in bella mostra nelle vetrine.

Espressioni della cultura e del folklore mediterraneo non hanno comunque contaminato la nostra sana identità.

Infatti si continua a lavorare da mane a sera per risparmiare soldi che andranno a beneficio di più o meno ignoti nipoti; a sorridere placidamente a tutti anche quando talvolta si prova il peggior disgusto per l’altro; a elargire fiducia soltanto a chi conosciamo dall’infanzia; a ritenere i forestieri brave persone ma senza dar loro eccessiva confidenza… ché non si sa mai; a lasciare che nostra figlia socializzi con chiunque ma sperando in cuor nostro che metta gli occhi sull’erede di un bell’allevamento suinicolo.

I più progressisti hanno invitato la signora a organizzarsela da sola – la taranta-, dato che ci teneva a tal punto. Che è un po’ come suggerire a chi volesse risolvere la fame nel mondo di mettersi a cucinare per tutti.

Ben risoluta a non demordere, ma passando a una più generica proposta, l’imperterrita navigatrice del web anziché calare l’ancora ha dispiegato le vele e, con il vento in poppa, ha azzardato una festa di fine estate.

Inconsapevole che da queste parti ogni serata rionale, o della più sparuta frazione di campagna, assurge alla dignità di festa per l’affinità del termine con baldoria, è stata lapidata alla stregua di un protomartire, perché di “feste” ce n’erano eccome!

Lei ha controbattuto infierendo sull’orgoglio dei locali, toccandone il campanilismo, bollandoli come freddi e gelidi rispetto ai suoi conterranei del Sud.

Buona parte dei presenti è intervenuto – me compreso – purtroppo però con un ventaglio di toni e di modalità peculiari all’indole soggettiva: di conseguenza la discussione è stata chiusa con una censura draconiana, impedendo ai posteri di godere della lettura di riflessioni specchio dell’umana natura, delle sue virtù e dei suoi vizi.

Da quel florilegio di pensieri mi son rimasti impressi alcuni aspetti.

Da una parte la nostalgia di chi ha abbandonato luoghi cari, pregni di ricordi, di belle esperienze, di una dimensione alternativa di vita reputata più congeniale a sé, introvabile nel nuovo posto in cui si sta adesso. Ci si adatta, per forza maggiore, ma è una costrizione, al punto di biasimare chi in questa terra d’adozione ci è nato e ci vive. Da qui il vilipendio al campanilismo.

Dall’altra chi è oriundo, al quale è dato di optare tra tre possibilità.

  1. Si può accettare chi arriva da fuori senza smuovere di una virgola il proprio stile di vita, lasciando che sia l’altro a mutare del tutto se desidera integrarsi. Se non accade, la frase scontata ad indirizzo dell’altra persona è: «se non ti piace, tornatene da dove sei venuta».
  2. C’è chi, all’opposto, si sente in dovere di ridiscutere perfino la propria identità pur di mettere a proprio agio l’adottata. Magari facendo sparire dalle targhe delle vie cittadine i nomi di Mazzini, di Garibaldi e dei padri della Patria per non offendere la sensibilità borbonica di chi giunge dal Mezzogiorno.
  3. Oppure, ancora, si può scegliere di far convivere le peculiarità degli uni con quelle altrui.

Ecco, a parere mio – per il poco o nulla che può valere – questa terza via è la migliore.

Sarà perché la pizza con la toma di montagna e i porri di Cervere la trovo buonissima.

campanilismo

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