Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

C’è ancora chi porta il fuoco, nel suo piccolo


Ieri, a mezzogiorno, sono uscito dal lavoro e mi son diretto verso casa, con la stessa abitudinarietà del buon Kant, tanto che chi mi vede potrebbe regolare l’orologio come accadeva incontrando il filosofo per le strade di Königsberg. Ho davvero una vita densa di emozioni!

Il caso ha voluto che si verificasse un’eccezione. Il solito percorso prevede, a un certo punto, l’imbocco dei portici sulla via maestra. Proprio lì vengo fermato da dei giovani sconosciuti. In genere scorgo da lontano i ragazzi che vendono matite o ammennicoli vari e, a differenza di don Abbondio con i bravi, tiro fuori il coraggio leonino che alberga nel profondo del mio cuore e… cambio direzione.

Stavolta mi si son parati dinnanzi inaspettatamente. Soltanto allora noto che poco distante c’è un banchetto, con una tovaglia e alcuni pieghevoli adagiati sopra. Nessun cartello ai lati o dietro mi consente di comprendere chi siano. Non vedo le classiche schede per raccogliere firme né cassette per un obolo. Ciò mi ha rincuorato non poco.

Mi propongono alcune domande, con una cortesia bendisponente. M’aspetto proposte di conversione o racconti strappalacrime. Confesso che di solito sono “una punta” prevenuto verso chi – non solo in strada – mi prospetta l’opportunità di una vita felice dopo la morte, alla pari di coloro che suggeriscono di finanziare progetti a favore di pargoli a me ignoti, in terre lontane, per farmi sentire un uomo migliore.

Fatto del tutto inusuale, la prima domanda è stata: «Qual’è l’ultimo libro che ha letto o che sta leggendo?». Voglio dire… di solito danno del “tu”.

Gli ho risposto che non leggo, sono un ignorante patentato, ho in orrore i libri. Non m’hanno creduto. Come se una giacca, un farfallino, un cappello in testa, una borsa di pelle o una barba lunga bastassero a fare di un presunto analfabeta un divoratore di tomi. Certo… con un fazzoletto verde al collo avrei vinto facile.

Ho insistito, dandomi un tono greve, serio, convinto, e per glissare oltre ho chiesto il motivo di questa originale domanda. A quel punto m’hanno rivelato di lavorare per una grossa casa editrice. Meglio sarebbe definirla “la casa editrice”, visto che di recente è arrivata a detenere praticamente il monopolio del mercato librario nel nostro Bel Paese. In Italia, risaputa nazione di accaniti divoratori di libri, è quasi come possedere il petrolio in paese arabo. Quasi, ovvio.

Ne è seguita una mia reprimenda, pure piuttosto accesa, contro lo strapotere economico di pochi a discapito dei tanti piccoli editori, delle stamperie artigianali, del librai di provincia. Ho passato in rassegna i nomi di alcuni sedicenti scrittori che vengono ritenuti tali oggigiorno soltanto perché lanciati da questa casa editrice con il solo scopo di far cassa, senza più alcuna premura di valorizzare la narrativa di qualità. Anzi, peggio scrivono e più vendono. Li ho abbandonati lì, senza troppi complimenti. Cinico nei loro confronti. Per giunta fiero di aver potuto dire la mia.

Nel secondo pomeriggio sono risalito in centro a fare due passi. Tanto per non deviare dalle mie abitudini, non sia mai: caffè, chiacchierata con chi incontro sulla via, passeggiata sul viale panoramico. Mi piace viziare il novantenne che è in me. M’ero scordato del banchetto. Erano ancora lì. Li si poteva vedere benissimo perché non è che ci fosse proprio la fila come all’Expo. A questo punto mi son reso conto di quanto fossi stato saccente e prevenuto in mattinata. Mi sono avvicinato; m’hanno subito riconosciuto. Quale epiteto possa esser passato loro in mente vedendomi, non voglio neppure immaginarlo, ma riconosco che me lo sarei meritato. Ho ribadito di non aver cambiato idea, ma per farmi perdonare la cafonaggine precedente ho preso quattro caffè al bar vicino. Questo, oltre a recuperare un barlume di dignità persa, mi ha consentito di comprendere meglio ciò che stessero facendo.

E ancora una volta mi tocca riconoscere quanto importante sia conoscere, informarsi, dialogare, superare i propri preconcetti. Davvero, è fondamentale. In questo caso abbiamo discorso di librerie torinesi, di scrittori,  e della loro attività di promozione. Voglio dire: c’è un ché di eroico nel portare il fuoco della passione, dell’amore, del desiderio per i libri nelle piazze e per le strade, tra l’indifferenza, la superficialità, la sonnolenza dei più! E al giorno d’oggi è una battaglia improba, ancor più se condotta sommessamente, non urlata. Questi quattro giovani hanno trascorso l’intera giornata per proporre a degli estranei, a dei passanti, perfino a un indisponente come me, l’opportunità di leggere. Nel tempo in cui mi sono intrattenuto con loro ho scoperto la differenza tra la mia spocchia e il loro impegno per veicolare un prodotto che non va di moda, che non si sbandiera come un oggetto di lusso, che non si ostenta tra amici.

Alla fin fine perfino la scelta di non addobbare il banchetto, che a una percezione superficiale dava l’idea di trascuratezza, ha una sua ragione: non è necessario imbandire una tavolata di cartelli e di materiale pubblicitario… perché il piacere di leggere è sempre essenziale, pudico, riservato.


L’immagine è di Heinrich Fueger, Prometeo porta il fuoco all’umanità , 1817.

Ti è piaciuto l'articolo? Puoi condividerlo:
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: