Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

C’è cannone e cannone


Talvolta la mente gioca a farci scherzi bislacchi. Volevo buttare giù due righe sul significato di una manifestazione notevole – ne son certo – come quella che avverrà sabato 3 ottobre nel capoluogo lombardo, alla quale prenderò convintamente parte, e questo spazio mi serviva proprio per riordinare le idee. Invece che mi succede? Beh, accade che al posto di sviscerare le tematiche proposte dagli organizzatori, mi ritrovi i pensieri assediati da un rimando anacronistico a dir poco stravagante.

Tutto è partito pensando a Milano. Mi prefiguravo la folla di cittadini riuniti per la manifestazione di piazza. Io lì, in mezzo a loro, insignificante, anonimo, un Renzo qualunque con i capponi in spalla, giunto dalla mia amena e lontana cittadina di provincia. E fin qui nulla di eccezionale: chissà quanti si mettono in viaggio da soli, per centinaia e centinaia di chilometri, per esserci all’evento. D’altronde non è un giubileo pianificato con pullman da ricorrenza e orde di fedeli, o le convention azzurre dei bei tempi andati, allorché una poderosa macchina organizzativa spostava masse di umanità che manco si chiedevano dove fossero dirette.

Piuttosto – e qui è il punto – il singolare sta nell’aver focalizzato subito dopo, nell’immaginario, la custodia in pelle con tanto di stemma nobiliare affisso sul piatto che custodisco sopra un mobile alle spalle della mia scrivania, in ufficio. Dentro vi è conservata una sciabola. Un’arma preziosa, con lama damascata; impugnatura d’avorio; monogramma del proprietario inciso sull’elsa. Appartenne a un mio concittadino. Pure lui andò a Milano per una manifestazione di popolo. A differenza mia aveva ruoli e compiti diversi. Fiorenzo, così si chiamava il mio compaesano – che di cognome faceva Bava Beccaris – probabilmente usò proprio la sciabola ora “dormiente” nel mio ufficio per dare il segnale per far fuoco sulla folla riunitasi a manifestare. Con i cannoni, giusto per essere certi di non sbagliare obbiettivo. La storia la conoscono quasi tutti, concorsi di bellezza a parte. Era il 1898. Per dire che vi sarebbe piaciuto vivere a quell’epoca bisognerebbe essere nati emigranti, tanto a quel tempo non c’erano i C.a.r.a.

Ecco, a distanza di ben oltre un secolo un altro concittadino, custode suo malgrado di quella sciabola, degli apparati e dei titoli onorifici conseguenti all’impresa, perfino dell’elmo con pennacchio… risale a Milano per una manifestazione di piazza. Non ho una goccia di sangue blu; non porto i baffi all’umbertina ma la barba; sono obiettore di coscienza e pacifista; non ho un mandato dall’alto. In compenso ho un’insofferenza crescente, una sopportazione ormai al limite dell’umana ragione, un’indignazione esacerbata verso un sistema politico dai colori sempre più sbiaditi, che continua a ignorare le rivendicazioni progressiste, sacrosante, intime di una larga maggioranza di connazionali. Rivendicazioni che nulla, assolutamente nulla tolgono a coloro che non necessitano di usufruirne. Ma che privano di una vita dignitosa – o di una morte altrettanto pari – chi vorrebbe praticarle, e questo perché un potere alternativo, che non è organo dello Stato, si fa autoritario nell’imporsi, e condiziona aprioristicamente la mancata approvazione. Chi dovrebbe ignorarlo, non fosse che per onorare i bersaglieri di Porta Pia – ché scomodare la Rivoluzione francese sarebbe esigere troppo – al contrario si genuflette, incrocia le mani e inclina la testa di lato, con gli occhi al cielo e le labbra un poco dischiuse. Dando le spalle al popolo, in tridentina postura.

«Nei secoli passati la religione era una foresta dietro la quale potevano tenersi e nascondersi gli eserciti. Ora, dopo tanti tagli, è appena più una macchia dietro cui possono talvolta appiattarsi dei furfanti. Bisogna quindi guardarsi da quelli che la tirano in ballo ad ogni occasione, e risponder loro col proverbio: “Detràs de la cruz està el Diablo”»*.

Il filosofo poteva pur aver ragione, ma ciò non toglie che le libertà continuino ad essere negate, anche a distanza di tanto tempo. Motivo per cui sarò lì, insieme agli intrepidi che non si faranno scoraggiare dalla pioggia, per invocare un Paese davvero libero, dove il diritto di vivere in uno Stato Laico sul serio; di morire come meglio si crede; di sposarsi con chi più ci aggrada; di avere una scuola pubblica non dissanguata dalle risorse dirottate alla privata…  possano trasformarsi in realtà.

Non ci sarà l’esercito ad accoglierci, come nel “98, e a Milano vorrei avere la presunzione di riscattare simbolicamente e moralmente il danno del mio concittadino verso le manifestazioni del popolo. Partirò ottimista perché certe premesse già ci sono: la scelta del ritrovo infatti ha tutto il sapore della rivalsa ironica… Piazza del cannone.

Saremo puntuali, in tanti, tantissimi, a rivendicare le nostre vite, la nostra libertà!

 

 

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Info: https://www.facebook.com/events/133002797038289/176418029363432/


 

* SCHOPENHAUER, ARTHUR, Parerga e Frammenti postumi, Milano 1981, 322.
L'immagine dell'evento è di Matteo Mugnaini, Creative Studio, Prato.


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2 Commenti

  • Luca carissimo. Girotondi, sentinelle, fiaccolate, marce a piedi nudi… Nel vecchio west un padre rimproverava il figlio perché aveva barattato per un orologio la sua pistola. Quando il padre gli chiese: “Sciagurato! Che farai quando ti metteranno i piedi in testa?” Rispose: “Gli dico l’ora”…

    • Luca Bedino

      Amico mio! Tempus fugit… e la consapevolezza di ciò mi obbliga ad accelerare il passo: vorrei vedere i mulini a vento prima che scenda il buio.
      Un grande abbraccio!

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