Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

C’è indignazione e indignazione


L’ indignazione per la chiusura della libreria Comunardi di Torino sta toccando i cuori di molti. L’ultima volta che ci son passato è stata per la presentazione di un libro, dopo cena, un annetto fa: veniva giù a dirotto e giungemmo lì – l’amico che mi ospitava ed io -, bagnati come pulcini.

La notizia l’ho appresa dai social.

Mi hanno incuriosito i commenti che, come capita di frequente, hanno solo una vaga attinenza con l’articolo.

Lì si specificava come la questione fosse legata alla scadenza dell’affitto e al cambio di proprietà dei locali. Quelli invece vertevano sull’ indignazione per la cultura libraria caduta nell’oblio e per l’ennesimo supermercato con pasta per dentiere, lamette da barba, detersivi e quant’altro sugli scaffali, al posto dei volumi.

Vesti stracciate, urla di dolore, reazioni di stizza.

dalla indignazione al pianto

L’insuperabile attrattiva dell’ indignazione

Allo sdegno si cede più che alle tentazioni.

Di norma l’ indignazione è maggiore se l’impegno concreto richiede il minor coinvolgimento possibile.

Nella città dove vivo uno dei maggiori rovelli è il tormentone “qui è un mortuorio”, in commento a chi posta foto di vie inanimate nel cuore della notte. Immagini eloquenti, come non potrebbe essere altrimenti, almeno che non vi sia un raduno di nottambuli o il festival dell’insonnia!

Mai che a questi analisti della vita sociale venga in mente che alzando i propri onorevoli glutei dal divano e scendendo in istrada a far due passi il presunto dramma della desertificazione urbana in fascia post serale sarebbe risolto.

Tocca agli altri farlo. Chissà poi perché non a loro.

Un’ indignazione per tutto

Per non parlare del disappunto con cui si stigmatizza l’inquinamento ambientale, salvo prendere la macchina perfino per qualche centinaio di metri, tanto che se inventassero la monoposto dalle ruote in microfibra per non rovinare il parquet ci si sposterebbe dal salotto al bagno senza alcun senso di colpa.

Di recente conversavo con una conoscente, la quale abita in pieno centro storico, che mi ha deliziato con la sua animosità contro la nuova via pedonale. Le ho chiesto il perché di tanta indignazione.

«Così ci saranno sempre meno parcheggi in giro».

Con garbo le ho fatto presente che abita nel cuore della città e pure con autorimessa a disposizione, dunque non comprendevo quale fosse il danno a suo svantaggio. Le commissioni infatti le può fare benissimo camminando per le vie.

Mi ha risposto che lei si sposta al supermercato in periferia per le spese, ma tiene la macchina nelle strisce davanti al suo palazzo, perché non vale la pena fare lo sforzo di parcheggiare in garage:

«è tutto un aprire e chiudere, un sali e scendi»;

meno parcheggi urbani, più competizione nel trovarne uno a disposizione!

Il suo non è un caso isolato; è una prassi più frequente di quanto ci si immagina:

il bisogno di lamentarsi e di prendersela con qualcuno o con qualcosa ha il sopravvento addirittura sul buon senso.

Quando l’ indignazione è strumentale alla politica

Ieri sera rincasavo a notte fonda. A piedi, come di consueto.

Nel percorso verso casa ogni volta mi ritrovo nella piazza del sobborgo dove abito, attigua proprio a un supermercato.

Un tempo si chiamava “della paglia”, perché era consuetudine girarsene una lì, in virtù del luogo deserto e indisturbato. E anche perché si svolgeva il mercato del bestiame.

Tuttora è un ampio spazio in cui al massimo staziona qualche camion fino al mattino successivo. Per il resto non vi è anima viva.

Ebbene, al termine della piazza c’è una discesa, incanalata tra due alti e lunghi rialzi artificiali, sostenuti da poderosi pannelli in cemento. La rotonda in basso al fondo, in parte circondata da una protezione della riva costellata da piante e alberi, da lontano sembra una balconata verso il non distante parco fluviale.

All’inizio della rampa c’era una ragazza dall’aria molto giovane, a me del tutto sconosciuta.

Mi son fermato poco distante da lei.

Armeggiava il cellulare, con l’intento d’inquadrare la luna.

Nel silenzio più totale, in un luogo quasi surreale, lei se ne stava lì, sola, ammaliata dall’astro di un colore rosso davvero suggestivo.

In quell’istante, in cui indugiavo a proseguire per non rovinarle lo scatto, pensavo a chi cavalca le paure e fa incetta dell’ indignazione di coloro che dipingono la mia città come luogo sempre più insicuro, degradato, in decadimento: se così fosse di quella poveretta non dovevano esserci manco più le ceneri.

Ecco: ieri notte – ho guardato l’ora: le 00:50 – in un posto solitario il fascino della luna ha magnetizzato una giovane; le ha ispirato una fotografia; infine l’ha indotta a conversare con un perfetto ignoto.

Una breve chiacchierata, spontanea, incentrata sulla magia del cielo; sulla spettacolarità di quel momento; sulla fugacità degli istanti, dato che di lì a poco le nuvole hanno riportato il buio.

Una sorta di ben augurante auspicio per il presente e il futuro prossimo, che culla i pensieri mentre t’infili nel letto, con buona pace per chi preferisce vedere tutto nero e tetro, lanciando strali di indignazione pur di raccattare consensi, incapace di vedere il bello e il buono nella realtà che ci circonda.

Che pur ci sono… eccome!

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