Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

C’è sempre chi può essere più povero di un povero


Parabola dei ciechi

Di poveri ormai ce n’è a ogni angolo. A tal punto che quando uno sconosciuto ti avvicina per chiederti se hai da accendere viene d’istinto di rispondergli «no, grazie, ho già dato», talmente l’abitudine è radicata. Se i Testimoni di Geova non girassero due a due come un tempo i gesuiti, scambieresti perfino l’edificante Torre di Guardia per quei cartoni che i mendicati ti mettono sotto il naso per muoverti a pietà, narrando delle loro traversie.

Il fatto è che a colpirmi maggiormente è un’altra povertà ben più dilagante, che esonda ovunque perfino più dei corsi d’acqua in questo periodo di diluvi universali. È la povertà mentale, diversa dalla sua parente materiale. Quest’ultima è timida, ritrosa, schiva. D’altronde a nessun farebbe piacere rendere di pubblico dominio il non riuscire a pagare l’affitto, il mutuo o le spese ordinarie. L’indigenza in cui purtroppo si cade quando non si ha o lavoro o una rendita nobiliare o un appannaggio da politico è ammantata dalla vergogna, sebbene spesso non dipenda neppure dalla propria volontà, anzi, si è vittime nolenti.

La povertà mentale invece non si fa scrupoli a rivelarsi. Nessun pudore; al contrario rivendica visibilità, anche perché non ci si rende conto di esserne vittime. E della povertà mentale, rispetto all’altra, siamo direttamente responsabili in prima persona: non possiamo incolpare nessun altro se non noi stessi. Questi nuovi e peculiari poveri, allo stesso modo in cui i mendicanti d’un tempo si ammassavano davanti ai sagrati, ora si accalcano soprattutto nelle piazze virtuali: digrignano i denti l’un contro l’altro per accaparrarsi la posizione più in vista – e dunque potenzialmente più redditizia – per essere notati: il like o la condivisione sono l’equivalente dello spicciolo o della carta moneta nel cappello; imprecano contro quelli che a parer loro sono avvantaggiati o godono di maggiori attenzioni; calunniano, maledicono, insultano, e nel comportarsi così aprono – metaforicamente – le loro bocche cariate o senza denti, e mostrano con i pugni digitali le loro mani sporche e ossute; sputano sugli altri l’acredine che li mantiene vivi. È uno scontro quotidiano, in una gara a inveire verso chi si ritiene più disperato ma, sotto sotto, ingiustificatamente più tutelato. E se tra gli ultimi ve ne sono che danno motivo di scandalo, gli altri fanno subito “di tutta un’erba un fascio” pur di sentirsi meno peggio e di credersi migliori.

Alcuni giorni addietro un amico che vive in Africa mi annunciava in videochiamata del suo rientro in Italia, di qui a un mese, dopo un periodo trascorso lontano. Lui segue su internet il clima nostrano e constata quanto sia preoccupante. Non per la pioggia ma per il livore e la rabbia che emergono sempre più incessanti negli articoli, nei commenti, nei dialoghi. Lo spaventa: i suoi bambini, figli suoi e di madre africana, adesso sono sereni e felici ma lui si chiede in che società vivranno… dove l’intolleranza, il pregiudizio e l’ottusità si direbbe che la facciano da padroni.

Nelle settimane passate una consigliera leghista invocava le camere a gas per i Rom; episodi gravidi di odio e di razzismo sono sempre più all’ordine del giorno, generando non soltanto assuefazione ma addirittura consenso indiretto o, perfino, coinvolgimento attivo. Nella mia città, dove nell’arco di una settimana ci sono stati furti eclatanti, alcuni hanno scritto testualmente: «…magari sarebbe ora di smettere di fare i buonisti ad oltranza. ..», o altri, in uno sfogo ben più virile: «Maletti extracomunitari nullafacenti! Al rogo! Bisognerebbe punirli con pene severe vedi come le passa la voglia! Oramai la giustizia dobbiamo farcela da soli».  La povertà mentale sta riducendo al lastrico la ragione di una collettività intera. I nuovi poveri mentali non hanno più di che nutrirsi: libri, cultura, conoscenze, esperienze d’interazione, ideali, valori condivisibili. È una società che s’inaridisce, che perde la ricchezza che l’ha resa capace nei tempi passati di superare le grosse difficoltà del Paese basandosi sull’aiuto fraterno, sulla solidarietà tra chi stava peggio, sull’appoggio di coloro che avevano gli strumenti per consigliarli, confortarli, sostenerli.

Un pomeriggio della passata settimana ho visto due ragazzini sfrecciare in bicicletta sotto un porticato. Un uomo li ha aspramente rimproverati, facendo loro presente che avrebbero potuto investire dei passanti. I due l’hanno ignorato. Costui, per pochi minuti e forse senza manco volerlo, ha fatto ciò che avrebbe dovuto compiere il loro genitore: redarguirli e metterli in guardia. Evidentemente i due non hanno genitori che li seguono. Evidentemente vanno male a scuola perché non studiano e bighellonano. Evidentemente gli altrui genitori dissuadono i propri figli dal socializzare con questi perdigiorno che non promettono nulla di buono. Tutti questi “evidentemente” per dire cosa? Per dire che questi due ragazzini di più o meno tredici anni sono isolati dagli altri, non hanno chi li educa, sono lasciati a se stessi, allo sbando. Non hanno altra colpa che essere nati in una famiglia che, per chissà quali motivi magari pure plausibili, non si cura di loro. Non troveranno lavoro per la nomea di disadattati che si portano dietro; desidereranno emulare i loro coetanei che potranno permettersi ciò che a loro non è dato, oppure svilupperanno un odio viscerale per questa società che li ha esclusi. Provo una gran pena per loro e mi sento addosso tutta l’impotenza di non poter fare praticamente nulla. I poveri di spirito alzeranno il dito contro, al momento opportuno: non aspettano altro che di linciarli senza pietà.

La povertà mentale impedisce di capire che i primi artefici di questa situazione siamo noi, e che se ci si guardasse l’un l’altro con maggior solidarietà diverremmo capaci di vedere i veri responsabili di questo stato di miseria. Continuiamo invece a farci la guerra, mentre chi alimenta incessantemente lo scontro sociale brinda allegramente alla faccia di tutti, con la pancia piena e la soddisfazione del regnate che può dire tra un ghigno e l’altro: «Dividi et impera».

L’immagine è di Pieter Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi, 1568.
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1 Commento

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    Luca, tante volte abbiamo già snocciolato questo argomento assieme, trovare una risposta giusta è difficile, lavoro ormai… sembra diventato un utopia, non ce ne per gli italiani e non c’è per gli “extracomunitari”. Io conosco qualche marocchino, senegalese, albanese e chi più ne ha più ne metta, sono tutte buone persone, c’è un fatto però, e di questo ne ho già discusso anche con loro, in tutta questa “fiera” dell’immigrazione di queste persone buone, ci sono anche tanti delinquenti, esseri che dopo aver fatto terra bruciata nei loro paesi, approfittano di questi flussi migratori per trasferirsi in altri stati e continuare i loro malaffari, con italiani della stessa risma. Per tornare al tuo argomento, secondo me più che di povertà mentale si tratta di morte, non tanto quella fisica che a tutti fa paura, ma della morte che ci circonda, nell’indifferenza, nel cinismo, nell’adorazione del dio danaro ecc… Purtroppo, secondo la mia modesta opinione, a tutto ciò non ci sarà rimedio, almeno fino a quando non si arriverà ad un implosione. Non può esistere per tanto, troppo tempo, un società senza valori. La politica ( se così vogliamo ancora chiamarla ) che si chiami lega, pd, forza italia, pippo ecc… dove l’unico obbiettivo è il proprio interesse, l’apparire, l’avere la ministra più bella e pazienza se prima di questo incarico facesse la spogliarellista o l’atleta e di politica non ne capisca un cazzo. La chiesa, a parte quel buonuomo del Papa e di qualche raro prete dimenticato (ovviamente) che se sei nelle sue grazie (per non dire da altre parti…) allora ti si aprono come le acque, le porte delle banche o di posti ancora più prestigiosi (dipende il livello di santità dello sponsor). Quindi siamo in balia dei giochi di queste belle persone, le regole sono queste, tutti contro tutti, guerra al prossimo, nero,bianco, giallo… Per la vittoria finale del grande dio DANARO e SUCCESSO. Ahh, e morale, sensibilità, valori…? Ma vadano aff….lo

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