Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Cenerentola non calzava scarpe rosse


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Sono in giardino, seduto a un tavolo, rilassato, tra le piante fiorite e la luce abbagliante di un pomeriggio finalmente solare. In una condizione di tale pacatezza i pensieri dovrebbero librarsi soavi e leggeri, invece nella mente continua a riproporsi l’immagine di stamattina. Quella delle tante scarpe rosse esposte davanti al duomo. Mi ha colpito il luogo: su quel sagrato fino a poco tempo addietro facevano bella mostra di sé Biancaneve e i sette nani. Una fiaba ieri, una ben più triste storia adesso, per ricordare un uxoricidio efferato avvenuto di recente nella mia città: un epilogo che niente ha da spartire con “… e vissero felici e contenti”.

I personaggi della favola erano lì per invitare i passanti ad abbandonarsi ai sogni: «Colui che sogna ad occhi aperti sa di molte cose che sfuggono a quanti sognano solo dormendo» [Poe]. Così recitava una delle frasi a spiegazione dell’allestimento. Le scarpe rosse, al contrario, ricordano con il loro simbolico impatto visivo e emotivo che la realtà non ha nulla a che vedere con i sogni. Che non basta sognare di un principe azzurro perché il rospo che hai accanto prima o poi si trasformi in un personaggio delle favole a forza di baci e di gesti d’affetto.

La nostra società chiede a gran forza provvedimenti legislativi contro la violenza sulle donne e qualcosa si sta muovendo, poco a poco. Ma finché, a parer mio, non ci libereremo di una certa coltre mentale il dramma resterà comunque: ci si ostina troppo spesso a edulcorare il nostro vissuto con i sogni, con le pie illusioni, con le speranze di un risarcimento postumo nell’aldilà, per le tante sofferenze se non per la morte violenta subite. Ci hanno insegnato che il sacrificio vale più di tutto… ché Cristo ha sofferto tanto non per nulla… ché una buona compagna deve chinare la testa, accettare, non parlarne in giro; ché una madre assennata piuttosto manda giù nel silenzio e nell’intimità il boccone amaro perché deve pensare ai figli, all’unione familiare; ché ribellarsi a un uomo, abbandonandolo, non è da donna tutta d’un pezzo. Pesa il giudizio della collettività, la stessa che comprensibilmente si sente ferita davanti a gesti eclatanti e tragici, ma che raramente pone attenzione a quelle morti lente, centellinate e silenziose come le porzioni di veleno somministrate poco a poco: le umiliazioni quotidiane inferte alla compagna; le disattenzioni e le assenze del marito; la negazione, giorno per giorno, dell’affetto e della stima; l’indifferenza e il distacco dalla vita familiare. Cianuro somministrato discretamente con il contagocce, che rode e uccide senza far rumore, senza il richiamo dei media e dei giornali: eppure le vedi, in giro, queste donne avvelenate a piccole dosi.

Trascurate, sciatte, vecchie di cent’anni – sebbene te le ricordassi solari e piene di vita fino a qualche anno prima – che aspettano i figli davanti a scuola, sempre e soltanto loro, mai accompagnate, mai una volta con l’uomo a fianco; donne cariche di borse della spesa, sempre sole ai supermercati, dal medico o ai saggi dei figli; donne interdette da qualunque dialogo in casa, zittite perché c’è la partita, perché si sta navigando su internet, perché si sta bevendo con gli amici; donne alle quali si risponde appena con un cenno di capo a una loro considerazione, salvo poi pendere dalle labbra della cameriera di un bar, davanti alla propria compagna, ascoltando il cinguettio di una battuta banale.

La morte brutale per un colpo d’arma da fuoco ti strazia per la sua violenza. Colpisce come le scarpe rosse calzate da una donna.

La morte sottocutanea non si palesa ma non per questo non esiste: è una candela bianca, che si spegne lentamente, dalla luce flebile e tremula. Una volta consumatasi, di lei resta, effimero, solo l’odore di fumo che si dissolve nell’aria.

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