Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Che ne sarà di loro?


Vi fu un tempo in cui molti di noi erano cortesemente invitati a leggere I promessi sposi, costretti nei banchi senza la possibilità di porre resistenza. Non so se accada oggidì, ma all’epoca dovevamo accontentarci di ciò che passava il convento, perché Volo non era nel novero dei classici. D’altronde accadeva di peggio sui manuali di Storia, obbligati a studiare le scaramucce di Napoleone soltanto perché Renzi non lo aveva ancora surclassato con le sue epiche gesta.

Sta di fatto che nel celebre romanzo ottocentesco vi era un passo capace di commuovermi. Vero è che – recluso in collegio – avevo più occasioni di versar lacrime che abbozzar sorrisi, eppure ancora adesso, sebbene il cinismo abbia compiuto un’opera meritoria sull’animo, tocca le corde del mio cuore inaridito.

Mi riferisco alla descrizione della madre e della figlia – Cecilia – deceduta di peste:

clicca qui per il rimando a I promessi sposi

Quel quadretto carico di pathos m’è rimasto impresso nella memoria. Così, pur senza rivangarlo come un’ossessione, ogni volta che osservo in giro una madre con figli al seguito non mi riesce di restare indifferente, anche se per fortuna la prole scoppia di salute, e le scene sono ben più banali dell’arrivo dei monatti con i carri stipati di cadaveri.

A tre ho assistito di recente. Una differente dall’altra.

Ben lungi dall’emulare Manzoni, ci tenevo a riportarle qui per ricordare – almeno a me stesso – il perché parte delle nuove generazioni talvolta reagisca in maniera all’apparenza inconsunta: non è detto che la colpa sia loro. Ci sono degli antefatti, insomma.

Scena prima: la dea bendata ama i puri di cuore.

Ero entrato in tabaccheria per comprare l’occorrente necessario ad alimentare il deprecabile vizio del fumo. Al bancone, davanti a me, c’era una signora con il proprio bambino di quattro-cinque anni. La donna ha invitato il pargoletto ad allungare al negoziante il gratta-e-vinci che lui, piccino, teneva nella manina. Lei ha accompagnato l’esortazione con sorrisi, moine e affettato compiacimento. Presumo che il padre dell’enfante prodige sia re Mida. Il bimbo, per nulla intimidito, ha sporto obbediente al rivenditore la prova tangibile di una vincita. In cambio la madre ha richiesto altri biglietti, che avrebbero grattato altrove. Ci ha risparmiato la scena, forse per evitare le potenziali invidie dei presenti, ché un conto è avere una gallina dalle uova d’oro, un altro il proprio pupillo. In barba all’audentes Fortuna iuvant del buon Seneca, qui più che gli audaci il Fato premiava il candore puerile, stando all’interpretazione materna.

Scena seconda: l’analfabetismo funzionale è attivo anche senza leggere.

Stavo percorrendo una via secondaria della mia città per rientrare al lavoro, nel primo pomeriggio di alcuni giorni addietro. Sotto i portici c’è una cartoleria con in vetrina – com’è logico e comprensibile – una discreta rassegna di giocattoli alquanto appetibili per i piccoli. D’altronde se così non fosse al negoziante sarebbe toccato cambiar mestiere. Usanza diffusa che i più imputano alla crisi, spesso perché disabituati all’autocritica.

Dinnanzi a me, pochi metri avanti, una giovane mamma stava sgridando il proprio bambino, il quale, a giudicare di primo acchito, pareva facesse i capricci. Alludevano entrambi a qualcosa scorto in esposizione. Ciò che mi ha colpito era il malo modo con cui lo rimproverava: incattivita, con una brutalità che faceva trasparire un inasprimento ben più profondo della stizza per le richieste del bimbo. Magari era la classica “goccia che ha fatto traboccare il vaso”, oppure il sintomo di una fragilità di nervi piuttosto accentuata. Il caldo di sicuro non aiuta. Certo è che non avrei voluto essere nei panni del piccolo. Insulti, minacce, accenni di scapaccioni: manco un’omeletica sull’inferno poteva essere tanto terrifica, se soltanto ci fossero ancora predicatori come Dio comanda a solleticare gli spiriti sensibili.

Non avevo diritto d’intervenire, ma non ho potuto fare a meno di sentire la risposta sommessa del figlio, che mi ha lasciato basito. In lacrime, con due grandi occhioni umidi, timidamente ha tentato di chiarire: «ma non lo volevo ora. Volevo dirti che mi sarebbe piaciuto… che era bello!». Proprio così, uso del condizionale compreso: esternazione corretta che già di suo esigeva, di diritto, l’acquisto di tutta la mercanzia, compresa quella stipata in magazzino. C’è chi sarebbe disposto a mettersi nelle mani degli usurai per premiare l’italiano puntuale di un figlio in età prescolare.

La madre invece neppure lo ascoltava. Posseduta da un’ira furibonda imprecava contro di lui, sorda alle sue dichiarazioni. Mi son pure chiesto se fosse incapace d’intendere la differenza tra un kantiano “tu devi…” e un utopico “mi piacerebbe avere…” e soltanto il mio spiccato senso del pudore m’ha impedito d’invitarla a vagliare il distinguo tra “esigere” e “desiderare”. Argomento peraltro che mi vanto di conoscere a menadito, per provata esperienza personale.

La priorità comunque era di sopire con estrema violenza verbale qualunque ipotesi intorno al giocattolo in vetrina. Soltanto la pubblica via deve averle inibito maniere ben più prosaiche e tangibili.

Scena terza: la speranza è l’ultima a morire.

Ero al bar in pausa pranzo. Seduto a un tavolo, nella penombra, consumavo il mio parco panino. Riservo i festeggiamenti luculliani a ogni approvazione di riforme renziane.

A un certo punto transitano davanti a me un bambino e sua mamma. Dopo pochi metri il figliolo dice qualcosa alla madre. Vedo lei sorridere. Poi la donna allunga il braccio verso la testolina e, mentre camminano, gli accarezza la chioma. Lui, di suo, le posa la manina al fianco. Rialza il volto verso di lei, e proseguono l’uno accanto all’altra. Una sorta di complicità serena, di tenerezza soffusa.

Se in quel momento avessi dovuto fornire una descrizione dell’armonia avrei alluso a quanto mi era appena passato sotto gli occhi.


L’immagine è di M. MAGGS, alias WildOne

 

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