Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

“Chi ha tempo non aspetti tempo. Colui che esita è perduto”.


 

Il divorzio breve è legge. Dura lex sed lex.

C’è chi avrebbe preferito tempi più lunghi. Ehhhhh… il solito dilemma che si pone dinnanzi alle nostre tormentate coscienze: “meglio un giorno da leoni o cento da pecora?”. È preferibile un lungo stillicidio, un’agonia prolungata, una fine lenta e dolorosa, oppure una morte veloce, repentina, quasi fulminea? Perché immagino che quando si decide di farla finita, almeno uno dei due non veda l’ora di chiudere in fretta, il prima possibile.

Un anno dalla separazione, se non è consensuale; la metà se si è d’accordo. Diciamo che se è consensuale assomiglia alla scadenza delle mozzarelle, con durata più breve rispetto ai cibi con conservanti, notoriamente più artificiali.

Avrei pensato il contrario: se non ci si mette d’accordo neppure per dividersi per sempre, si è davvero ai ferri corti, quindi… prima ci si lascia, meglio sarebbe. Per un divorzio consensuale andrebbe bene pure un annetto. Il tempo di fare le valigie con calma, senza dimenticare nulla, piegando ben ben gli indumenti così da non doverli far stirare. Con quel che costa la lavanderia!

Riflettendo però con il dovuto trasporto, con calma, e con le sinapsi sotto sforzo, capisco i legislatori, che è notorio quanto siano animi sensibili alle umane vicende e ben radicati nella vita quotidiana. Un divorzio non consenziente si porta appresso divergenze, ripicche piccole o grandi, dispetti. Fosse pur solo per riprendersi il vecchio orologio della nonna, o la laurea incorniciata dimenticata in soffitta, o una chiavetta usb con file compromettenti scordata in fondo a un cassetto: ogni volta una scusa, una dilazione, un sotterfugio, per evitare all’ex coniuge di tornare in casa per riappropriarsi del ricordo, col quale piangere affranti nella solitudine di una mansarda, al chiaro di luna e con una bottiglia di rosolio in mano. Ovvio che ci voglia almeno un anno di preghiere, d’insistenze, di chiamate: in sei mesi, se rompi di brutto, al massimo sei riuscito a portarti via il pappagallo, mentre dalla finestra volavano le valigie, i calzini e il portatile di cui il partner si libererà senza troppi scrupoli.

Continuo però a restare perplesso: sei mesi sono proprio pochi, se sei consenziente. C’è pure il rischio che a tre mesi dal divorzio ti giunga la notizia di essere diventato padre. Perché a volte l’essere troppo consenziente può presupporre un’intesa, sebbene fugace: capita… soprattutto se non si regge il vino. Per carità, in questo modo ti resta un souvenir dal passato, ma si capisce quanto possa creare qualche fastidio, degli inconvenienti, un briciolo di grattacapi, soprattutto se nel frattempo ci si è già accasati, magari pure con una compagna o un compagno a loro volta allietati da prole frignante e capricciosa.

Non sta bene pensar male, ma viene un po’ il sospetto che i giuristi l’abbiano fatto apposta. Un divorzio lampo se si è d’accordo… può avere esiti nefandi: almeno di essere sufficientemente calcolatori, è un attimo rovinarsi. Perché riconosco che le decisioni d’impeto abbiano il pregio di farci godere dell’effetto sorpresa: rompono la routine in maniera eclatante. Come quando fai il raccordo dell’autostrada e sei in procinto di svoltare prima del casello, per andare a cena dai parenti in campagna, e di punto in bianco ti prende il momento catartico e tiri diritto per finire al mare a mangiare pesce. Ma non sempre le scelte repentine sono foriere di branzino innaffiato da Pigato ligure. Così, in sei mesi, ti ritrovi sulla strada, costretto a pagarti un affitto, a mantenere la famiglia appena lasciata, il mutuo e, magari – dato che il detto “la fortuna aiuta gli audaci” vale più come motto per i paracadutisti che non per i comuni mortali – resti senza lavoro.

Ecco allora che la plurimillenaria saggezza dei papisti viene incontro: dovremmo tenerlo a mente prima di fare certe scelte. Loro lo sostengono con forza e si battono anima e corpo per scongiurare i divorzi, ancor più questi, del sottogenere “fulmineo”. Che santi! Perché fanno dell’amore vicendevole, della carità cristiana, dell’attaccamento al prossimo la loro ragione di vita, e mettono in guardia gli scriteriati che s’abbandonano a scelte tanto rapide.

Ponderare, prendere tempo, sondare. Non avere fretta. Mentre per chiunque una passeggiata in montagna, un’escursione in luoghi sperduti, un’uscita in solitaria dura al più un weekend … il Messia, quando gli prendeva la smania di far due passi, se ne usciva a camminare nel deserto e ci stava quaranta giorni. Insomma, insegnava l’importanza di prenderla lunga. Si vuol paragonare una scampagnata tra le dune con la fine di un matrimonio? Sei mesi son troppo pochi; perfino un anno è un’inezia, raffrontato all’eternità, per giunta. Di più… ci vuole di più… tanto di più. Cosa succederà mai! Alla peggio la moglie continuerà a prendersi botte, insulti e umiliazioni; o al marito toccherà l’interminabile tormento muliebre fatto di frasi logoranti, di rimproveri quotidiani tonificanti come una goccia d’acido negli occhi al posto del collirio, di tradimenti reciproci più o meno palesi o intuiti. Eh che sarà!

Tempus fugit. Appunto.

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