Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Cinquemila, a detta dei sindacati; cinquanta, per la questura


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Veniva giù che Dio la mandava, ieri pomeriggio. Talmente tanta che per la Fussan da Bar già si pensava a un’arca: l’unico problema sarebbe stato il formare le coppie destinate a sopravvivere al diluvio, data l’alta percentuale di singles arrivati con la speranza di rimorchiare, o di darsi all’alcool a mo’ di consolazione. Per fortuna una mezzoretta prima del fatidico appuntamento al castello le nubi hanno pensato bene di passare il testimone ai baristi, così che dal versare acqua dal cielo si è passati al versare Pastis al Roma. Il rasserenamento meteorologico ha dato l’impulso anche agli indecisi: dopo ogni temporale che si rispetti è un classico veder uscite pure le lumache, che si sono aggregate allo zoccolo duro, ai tanti determinati che manco le saette di Giove avrebbero scoraggiato. Com’è giusto che sia.

La piazza ha cominciato a riempirsi con il variegato “colore” che contraddistingue l’evento. Di tutto un po’, insomma. Girava voce che ci fosse un gruppetto di giovani suorine oblate, mascheratesi apposta per non farsi riconoscere: non ho idea se fosse vero ma pare che siano state tradite dalla depilazione, comprensibilmente trascurata. Di frati ce n’erano eccome, con tanto di saio made in China e banana al collo, giusto per distinguersi dagli originali. Alcune “fighe di legno” hanno colto l’occasione per mostrarsi provocanti, tanto per far credere di essere alla mano; altre bellezze locali invece han preferito agghindarsi da brave ragazze, certe che chi di dovere avrebbe colto l’autoironia, con quel che ne consegue. Ero lì, anch’io mascherato: una mise “da persona seria”, visibilmente in imbarazzo sia per il costume che non mi si addiceva sia perché, data l’età, non ci azzeccavo proprio nulla con questa adunata della “meglio gioventù” fossanese. Però mi aveva fatto un enorme piacere, nel primo pomeriggio, ricevere un messaggio d’invito da uno dei promotori, e ancor più m’ha gratificato constatare che l’unico a farsi fisime mentali sull’essere fuori luogo ero io, mentre – al contrario – sono stato accolto da amici e da sconosciuti con imprevedibile entusiasmo. Voglio dire, è la prima cosa che ti colpisce, di questo evento: l’apertura mentale ed emotiva di chi vi partecipa. Bisogna esserci per capirlo.

Da fuori cogli l’aspetto goliardico: «Io cerco sempre d’essere colorato», attestava Occhidiluna, che non è il nome di battaglia di una drag queen; la carrellata di parrucche da pagliaccio con colori improponibili, sinuosi boa di struzzo sintetico degni di Pigalle, la coppia deambulante di Bacardi, il black bloc, una sensuale bodyguard, il samurai, un antico romano con tanto di corona d’alloro, l’immancabile zorro, un corpulento legionario in mimetica, l’originale cavallo che pedala un carro volante, un paio di Minions gialli (non i mignon di Giuffrida);  perfino sacchi della spazzatura: ne ho visti quattro… e poi si dice che il principio della raccolta differenziata ci è estraneo, ce n’era per la carta, la plastica, l’umido e il vetro! Come non può passare sotto silenzio uno degli eroi dell’evento: testa rasata, sulla quale gli unici capelli risparmiati dalla lama riportavano la scritta FDB! Quando si dice “mettersi in gioco e entrare nella parte!”.

Come goliardico e spettacolare è stato l’arrivo della mitica “Piola mobile”! Mitica perché ha esordito con la prima FDB e ha alle spalle tutta una sua storia: intrepidi ragazzi fossanesi, novelli Ulisse & C., partirono da qui, salutarono parenti e amici, fecero testamento per timore di non tornare più, affrontarono le incognite del mondo sconosciuto e ostile oltre Stura … e raggiunsero il milanese, come il Renzo del Manzoni, però nel loro caso senza capponi e per acquistare un risciò. Non fosse che all’arrivo all’agognata meta si ritrovarono, nel luogo dell’appuntamento, un cartello che recitava: «Chiuso per lutto». La notte prima era morta la madre del proprietario. Ora, chiunque dotato di un minimo di sensibilità avrebbe almeno posato un mazzo di fiori, si sarebbe presentato al rosario o fatto dire una messa. I nostri eroi, nella piena consapevolezza che “tutto passa”, compreso il tempo e le energie investite per recuperare il risciò, si sforzarono di impostare una smorfia di affranto cordoglio – costata loro l’immane fatica di non ridere a crepapelle – e rivendicarono il mezzo. Il risciò, a mo’ di carro trionfale strappato al nemico, ogni anno fa il suo esordio: ieri con tanto di oste rubicondo e camerieri con grembiule. Ai lati le insegne, giusto per non smentire lo spirito della Piola mobile: «4 wheels is mej che 2» e «keep calm and beiva na vöta». In un battibaleno, accompagnato da un’ovazione collettiva, si materializza un tavolo apribile, una tovaglia rigorosamente a grandi scacchi, perfino il vasetto di fiori di plastica come centrotavolo e, a seguire, salami, pizzette, foccaccine, vino e birra.

L’uomo “dal cappello di paglia”, che già aveva distribuito mezzo migliaio di braccialetti, nel frattempo premiava i costumi più originali; un gongolante e sedicente manager della Fussan da Bar timbrava in fronte i partecipanti come avrebbe fatto Jahvè con i 144000 eletti; quattro vestali custodivano “il fuoco sacro”, elargendo ai devoti la giusta mercede. Affiancate, di schiena, le medesime fan club componevano il motto dell’evento: SWAG, che è tutto dire.

La partenza non aveva l’ambizione di equipararsi al “Giro d’Italia”; d’altra parte nessuno aspirava alla maglia rosa: qui il profilo è più terra terra. Ciò non di meno la presenza di spettatori, fattasi perfino più considerevole dopo la prima sosta, ha giovato a ringalluzzire gli animi. La prima tappa al Roma ricordava assai l’invasione dei forni per rivendicare il pane: un’orda più di assetati che di affamati ha investito il locale che, va riconosciuto, ha spiccato per efficienza e organizzazione. Un ottimo esordio della serata. «Butta giù la pasta, ziooo», «..ma è la mensa della Caritas?», erano alcune delle uscite dei ciclisti improvvisati; come l’immancabile richiesta: «Hei, ehi, prendimi un piatto… ti passo il biglietto», surclassando i tapini in prima fila. Ma ci stava, insomma.

Poi, direzione “Angolo dei gelati”, dove gli animi cominciano a carburare. È il momento in cui ci si inizia a sciogliere: cadono le inibizioni, si socializza pure con chi non si conosce, partono i selfie a manetta… una condizione catartica che ti fa sentire parte integrante con il mondo. È davvero eccezionale: pacche sulle spalle, risate, strette di mano, presentazioni con nomi che purtroppo non ricorderai oltre una manciata di minuti ma che ti fa piacere aver fatto. Sono riuscito perfino a scambiare delle considerazioni serie sui viaggi di Russia dell’Algarotti con un ragazzo conosciuto sul momento; ha fatto da contrappeso alle farneticazioni spese con altre e altri, da rasentare il patetico! Le mie più sentite scuse tardive a chi legge qui…

Meta successiva, storica per la Fussan da Bar: la bocciofila “Forti e sani”. Ahhhh, qui l’ambiente sa di familiare, di intimistico, di “paese” ma nel senso bello del termine. Lo spazio stesso, racchiuso tra il pergolato e il giardino, è ottimale: ci si rilassa, si fuma, si continua a bere e a buttar giù qualcosa. Intanto noti i primi approcci, le avances che si fanno più marcate, l’allegria che pervade tutti. Nello stesso tempo pensi con gratitudine agli esercenti che si sono dati disponibili: è bello e significativo vedere che, sarà un caso o sarà la mia fantasia malata, si tratti dei locali più popolari, più alla mano. Posti, come il bar del Viale successivo, che anche al di fuori di questa occasione non storcono il naso se a frequentarli arriva la gente di tutti i giorni, magari in abito da lavoro, con il toni macchiato di grasso o di vernice, oppure se il tuo accento non contempla per forza la «e» laaaarga. Gestori che mettono in conto di dover riordinare dopo, di accollarsi uno sbattimento non previsto, di sopportare le bonarie molestie di chi ormai è allegrotto e, nel contempo, sta mettendo a dura prova la propria vescica.

L’ultima meta è Cussanio. Non il santuario, però. I miracoli si compiono senza intercessione mariana, come l’arrivare ancora in sella sani e salvi. La comitiva, tutt’altro che sminuita nel numero, si ritrova il tragitto illuminato, qua e là, per ovviare al buio del percorso tra i campi. È naturale che non ci si pensa, sul momento, a chi in retrovia ha lanciato l’iniziativa, si è preso i mal di pancia nel promuoverla, e si accolla pure le difficoltà del caso, perché è pacifico, nel cuore della notte, lasciarci andare all’ebrezza, allo spirito libero, al contesto un po’ anarchico e senza troppi paletti. Ma il giorno dopo è giusto riconoscere alla FDB il gran merito di riproporre ogni anno un evento così speciale: il successo, credo, sta proprio nella piena, totale, completa sintonia tra l’essere giovani e il voler fare cose da giovani. Nessun logo né patrocinio; nessuno dall’alto che dirige, pianifica, fa riunioni e incontri di programma; nessun sponsor pagante né patrono di turno. La libertà di esserci senza colori politici o religiosi.

In compenso una marea di entusiasmo, tanto da sfidare perfino il mal tempo; la capacità di adattarsi: va bene tutto, non si fa gli schizzinosi; la certezza che ci vi partecipa non lo fa per primeggiare, per mettersi vanitosamente in mostra, per avere visibilità sui giornali o nella vita collettiva, ma per il puro e unico piacere di bere in compagnia di amici, alla buona. Si richiede soltanto una bici. E la voglia di far festa.

Come è giusto che sia, dal basso, restando in basso, ma possibilmente non tanto basso come in un fosso.

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2 Commenti

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    Non son mai riuscita a partecipare o curiosare, ieri ci si è messa la febbre. Grazie per avermici fatta entrare un pochettino!
    PS: pensavo di essere l’unica ad utilizzare l’espressione “figa di legno” 0_0!

    • Luca Bedino

      Mi spiace per te perché è un’esperienza davvero singolare, come tutto ciò che nasce spontaneo e libero. A suo modo è una metafora della gioventù, la sua espressione più genuina.

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