Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

“Convivere è peggio che uccidere”


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La notizia, proposta dal tg regionale del Piemonte stasera ma già uscita sui quotidiani e diffusasi sulla rete ben prima del solerte notiziario subalpino, ha consentito a me e ai miei amici di scompisciarci dalle risate. La frase, pubblicata sul bollettino parrocchiale da un pio sacerdote del novarese, ha dell’esilarante: non vedo atteggiamenti alternativi. Perché immagino che nessun individuo dotato di un minimo di cervice avrebbe mai potuto prenderla sul serio. Oddio, sì, magari anche… sì, ma a sola altra condizione. Mi spiego meglio, usando l’immaginazione.

La chiesa è gremita di fedeli: uomini seduti da una parte, donne dall’altra. Nei primi banchi i più rispettabili; negli ultimi gli anziani, che son soliti rientrare soltanto a metà funzione. Vecchine sdentate con il velo di merletto nero in testa e la doppia fede al dito; giovani mogli con quello bianco, traforato, leggermente profumato di violetta di Parma. Mariti con il colletto della camicia inamidato, la giacca del giorno di festa, le scarpe lucide. Qualcuno che, garbatamente e placidamente, si succhia una caramella all’eucalipto. Altri, di quando in quando, danno una sbirciata all’orologio da polso con il cinturino di pelle lucida.

Un discreto sentore d’incenso inonda la navata semibuia, mentre da dietro l’altare chierichetti annoiati si scaccolano il naso con serafica disinvoltura, appolaiati su scranni troppo alti per loro ma funzionali per dondolare i piedi con insistente nervosismo. Poi c’è lui, il sacerdote, dalla fronte resa luccicante per il riflesso delle candele. Dal presbiterio si dirige verso il pulpito: scompare per un attimo, lasciando traccia di sé soltanto nel ritmico e monotono suono delle scale di legno, con il cigolio degli assi secolari e tarlati in sottofondo, mentre sale nascosto alla vista. Poi, poco dopo, ricompare, assiso in alto, con stola e rocchetto, tricorno in testa e sguardo trasognato. La voce roboante, asciutta, metallica, che sventra il silenzio dell’aria, preludio delle trombe del Giudizio finale. Il braccio destro s’alza, minaccioso, mentre l’indice della mano, ammonitore e teso, chiama a testimoni l’intero coro celeste: angeli, arcangeli, cherubini, serafini, troni, santi, beati, martiri, confessori… tutto l’apparato di rappresentanza del Padreterno: «… convivereeee… (segue una lunga pausa, utile a raccogliere l’attenzione, come quella condizione di quiete che anticipa la tempesta; le orbite degli occhi si dilatano scrutatrici sull’uditorio impallidito, quasi a cercare tra gli astanti potenziali rei dell’immonda condizione di peccato mortale)… è peggio che uccidere (il tutto detto con il medesimo, lapidario, gelido tono di voce». Un’ulteriore pausa, sottolineata, stavolta, dall’arco sopracciliare aggrottato, la mandibola serrata e sospinta in avanti, e la postura del busto prolungata verso il vuoto, a simulare quanto poco occorra per precipitare nel vuoto dell’abisso della dannazione eterna.

Ahhhhhhhhh, sublime e apocalittico. Nessuno avrebbe osato fiatare: avresti notato il pomo d’Adamo degli uomini deglutire il rimorso per pensieri fugaci coltivati nell’intimo della mente; il rossore sulle gote delle giovani che, per un attimo, per un solo istantaneo frangente della vita avevano considerato la pur remota possibilità di una così scellerata opzione; il biancore terreo di chi aveva già ventilato una timida promessa in tal senso. Omicidio… peggio. Libera nos Domine. A cerimonia ultimata, dopo l’ite missa est, inondati dalla luce del sagrato, crocchi di fedeli si sarebbero formati spontaneamente, prima di raggiungere le pasticcerie per ordinare le torte per il pranzo domenicale, tutti accomunati da un’unica, solidale, fraterna e, soprattutto, caritatevole messa al bando di quelle coppie di conoscenti che convivevano, novelli assassini, anzi, pure peggio. La nota d’infamia li avrebbe marchiati a vita, segnando loro e la propria prole a venire.

Ma siccome così più non è… a parer mio non si può che riderci sopra: una boutade fuori tempo massimo, che farebbe la pari con l’indizione di una nuova crociata di bambini, di poveri e di vecchi alla riconquista della Terra Santa. E fa altrettanto sorridere constatare l’acrimonia di chi s’indigna o lo zelo di coloro che perpetuano la notizia con ipocrita capacità di scandalizzarsi.

I parroci che conosco – penso di poterlo affermare con un buon margine di sicurezza, nonostante sia un giacobino di vecchia data – avrebbero reagito con quella prosaica conoscenza dell’umana natura che contraddistingue chi bada più alla sostanza che all’apparenza: mi pare di vederli… mentre dicono a bassa voce «eh, certo, non va bene, è peccato mortale», e nel contempo abbozzano un indulgente sorriso, alzano le spalle, aspirano profondamente l’aria per rilasciarla subito dopo in un eloquente e remissivo sospiro.

Per concludere scuotendo la testa.

Sibillini: non saprai mai se sia un gesto di biasimo o di comprensione.

Ma un sospetto ti rimane dentro… e resti loro riconoscente.

 

 

 

L’immagine è di Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797 (particolare).

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