Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Copiare senza citare non fa di te Oscar Wilde


Il copiare è un’inclinazione naturale, pure sana se si ha la ventura di prendere a esempio modelli positivi.

Fin da piccoli copiamo gli altri; dai grandi, prima di tutto. Ed è un bene, almeno d’avere un padre alcolista.

* * *

Anni fa ero in coda nell’ufficio postale della mia città. Una fila lunghissima.

L’episodio è di quelli che non si scordano più: grossomodo a metà c’era una ragazza con un bambino seduto in un passeggino. Lei non era la madre.

Il bimbo dava segni d’insofferenza; a un certo punto proprio il piccino – il ritratto dell’innocenza – esordì a gran voce con un bestemmione da far tremare l’edificio. La giovane divenne paonazza.

I presenti rimasero basiti: nessuno avrebbe immaginato che tanta tenerezza potesse proferire un’imprecazione così potente. Il pargolo si era limitato a copiare un’espressione di certo sentita da qualcuno a lui familiare, in momenti d’impazienza o di sfogo. Se avesse imparato a citare pure la fonte, probabilmente sarebbe stato compreso un po’ più di quanto gli sguardi collettivi sentenziavano in quel preciso istante.

La torta che solo io so fare così bene

Provo a fantasticare su una scena che, comunque, non sarebbe così dissimile da altre sperimentate nel passato.

Si è invitati a una festa in casa di amici. Volevi portare il dolce ma quello esposto nella pasticceria è già stato prenotato. Opti per una bottiglia di moscato.

A fine pasto fa la sua entrata la torta, accompagnato dalla frase: «spero sia buona: è la prima volta che provo questa ricetta». Incredulo, riconosci proprio la stessa medesima identica vista nel pomeriggio, soltanto disposta su un vassoio casalingo.

Reazione? Una gran pena per la sedicente cuoca.

ben più che copiare è farsi belli con l'arte altrui!
l’ho fatta io, ovvio…

Troppa immaginazione? Certo che no!

Per formazione, di norma, ho un’istintiva predisposizione alla verifica delle fonti e alla citazione delle stesse. In ambito storico è doveroso – la sacrosanta attribuzione del pensiero altrui –, e nel contempo palesa almeno altri due aspetti: il primo la natura della fonte – quindi la sua autorevolezza o la sua inconsistenza –; il secondo la responsabilità dell’autore su quanto afferma o testimonia.

Su questo blog, tempo addietro, mi è accaduta una situazione spiacevole: citai un’esperienza narrata da una persona che seguo e che reputavo seria. Pensai quindi di copiare la riflessione che mi aveva colpito. Ovviamente avevo contattato prima la persona che la scrisse, per chiederne il consenso.

La bacheca di quest’anima bella era spesso impreziosita di suoi pensieri costruttivi, postati con una certa costanza.

Ottenni il consenso. Fui però invitato a non citarla.

Sbagli ne facciamo tutti: non ne sono esente di certo io.

Sul momento pensai che si trattasse di modestia, oppure, visto il tenore di certi miei scritti, che fosse per una sorta di distacco da certe mie posizioni. Compresi il gesto.

Ciò che non feci – per una volta – fu di verificare l’autenticità della fonte, perché ero convintissimo della mano che aveva redatto quell’intervento. Era una penna prolifica, la sua.

Condivisi l’articolo anche su gruppi social molto frequentati, con migliaia di utenti. Pochi minuti dopo fui contattato su whatsapp da un’amica, che mi girò un testo molto simile a quello da me inserito.

Differiva soltanto in pochissimi particolari: erano scomparse le frasi in napoletano e la figura paterna.

Nel copiare dall’originale il plagio fu rifatto ad arte: infatti sarebbe stato inverosimile un altro dialetto e, soprattutto, la presenza del babbo nell’episodio, perché chi descriveva il pezzo come vissuto in prima persona aveva un’età avanzata, e il genitore non era Matusalemme, il vegliardo di biblica memoria.

Riuscii a spiegare in tempo la vicenda all’amministratore del gruppo più consistente, prima della sua approvazione dell’articolo, così si evitò la pubblicazione.

Risparmiai pure all’autrice la comprensibile stizza per la mancata citazione che invece inserii subito nell’aggiornamento, con tanto di link nel primo commento sul blog. Non ci furono conseguenze.

Copiare “come se non ci fosse un domani” [cit.]

Provai poi a copiare e incollare su google altre perle di saggezza di quella sublime mente: provenivano da altri autori, ma venivano spacciate come frutto del proprio portento creativo. Addirittura una fotografia – non sua, ça va sans dire -, raccolse parecchi apprezzamenti, ma nei commenti, come arguibile, nessuna traccia dell’autore vero dello scatto. Un po’ come la torta citata sopra!

Da allora affinai l’attenzione, e adesso non conto più i casi di plagio riscontrati.

Ci sono esseri talmente modesti che pur di non mettere un pensiero proprio preferiscono usare quello altrui.

Non citano l’originale perché intanto tra geni ci s’intende.

O forse perché considerano chi li legge pronto a bersi di tutto.

Oppure perché gli apprezzamenti che ricevono li gratificano ben più degli sguardi di commiserazione qualora esprimessero la meschinità e la povertà mentale del proprio pensiero.

Una manciata di like illude d’essere Oscar Wilde o Bukowski; Ansel Adams o Steve McCurry.

Un timido suggerimento per copiare con esiti di strabiliante successo

La prossima volta provate a scrivere “prima gli italiani” o, in alternativa, “è stata abolita la povertà” spacciando queste massime eterne per vostre.

Montagne di pollici alzati e di apprezzamenti universali garantiti!

Se proprio si deve esagerare, vada almeno il copiare i grandi, visto che dopotutto

siamo nani sulle spalli di giganti

Bernardo di Chartres

Ti è piaciuto l'articolo? Puoi condividerlo:
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: