Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Dimmi come parli e ti dirò chi sei


parla come mangi

Primo venerdì di quaresima: imparare a memoria «L’Amaca» di Michele Serra su Repubblica e «Il Buongiorno» di Gramellini su La Stampa sull’appello per esprimere in italiano termini e concetti sempre più usati in altre lingue. Il “la” all’iniziativa su Change.org si deve ad Anna Maria Testa di Internazionale.

La preoccupazione è fondata: troppi adoperano con estrema disinvoltura lingue a noi ignote, a cominciare dal latino. Non capisco ad esempio che senso abbia usare a man bassa espressioni come “curriculum” al posto di “aria fritta”, visto il significato concreto che ha acquisito oggidì. Eppure è inflazionato, alla stregua di “par condicio” anziché “inesistente”, a giudicare dagli effetti che ne seguono. L’appello però pare prenda di mira soprattutto gli anglicismi. In merito esprimo il mio più totale dissenso, pur consapevole del peso assolutamente ininfluente nello scongiurare l’esito ovvio dell’iniziativa.

In primo luogo perché sono dannatamente elitario e mi scoccerebbe parecchio se prendesse piede la consuetudine di esprimersi in italiano: è una lingua che conosco poco ma che sto pian piano, con caparbietà, sforzandomi d’imparare. Di primo acchito pare alla mia portata. Non è troppo ostica, perché le parole si pronunciano come si scrivono, pertanto sono fiducioso: tra qualche decennio potrò pavoneggiarmi tra i rari eletti. Ora però, se i firmatari troveranno ascolto, l’applicazione e lo sforzo alfieriano che sto investendo finirebbero vanificati. Mi solleva il pensiero che nessuno di costoro si sia fatto una doccia gelata pubblicamente, altrimenti precipiterei nello sconforto più nero: il passato recente insegna che iniziative così veicolate abbiano sortito un’immediata concretizzazione!

In secondo luogo perché amo il mio prossimo, come e più di me stesso. Nel mio sperticato altruismo non posso accettare che chi usa l’inglese a man bassa venga privato dell’unica opportunità a propria disposizione per vendere “fuffa”. Che si tratti di proclami politici; di consulenze affidate a professionisti dell’ovvietà; di corsi formativi; di riunioni programmatiche… laddove entra in campo l’inglese quasi sempre, inevitabilmente, c’è o il banale o l’inconcludente o il vuoto. Questo perché se si adoperassero i corrispettivi del nostro idioma si rivelerebbe subito il trucco. Invece l’effetto opposto è d’imbambolare l’uditorio profano o l’interlocutore semplice facendo credere che a monte vi siano competenza, emancipazione, globalizzazione, proposte innovative. Soffrirei troppo nel vedere umiliato qualche politicante perché costretto a sostituire la parolona suadente con la sorella nostrana. E come dormire di notte al pensiero di nugoli di consulenti e di scopritori d’idee, di rampanti protetti di mecenati, di mantenuti e di arrivisti… sul marciapiede a domandare la questua perché adoperando l’italiano nei loro corsi, nelle indagini sul campo e nelle iniziative compartecipate sono stati presi a pedate, a furor di popolo, una volta appurata l’abissale, sconfinata, infinita inconsistenza? No, giammai.

D’altra parte, come sosteneva un mattacchione della Storia, tale Goebbels, sodale di un altro bell’imbusto del passato:

«Noi non parliamo per dire qualcosa, ma per ottenere un certo effetto»*.

Qualora non sia stato abbastanza convincente – e non ho motivo di dubitare che avvenga diversamente – è possibile visionare  e sottoscrivere l’appello #dilloinitaliano cliccando qui sotto:

https://www.change.org/p/un-intervento-per-la-lingua-italiana-dilloinitaliano?source_location=trending_petitions_home_page&algorithm=curated_trending

*Carranda, Luisa, Il mestiere di scrivere. Le parole al lavoro, tra carta e web, Feltrinelli, Milano 2008, p. 23.

L’immagine è un particolare di Louis-Léopold Boilly, I politicanti nel parco delle Tuileries, prima metà sec. XIX.
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