Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Dollari vs euro


Ho fotografato dei dollari. Non per poi inquadrarli come certuni fanno con le vecchie lire: niente di male, ma questi li ricambierò in banca. Neppure per ostentare un tesoretto con il quale al massimo potrei far celebrare da un prete due gregoriane in suffragio della buonanima di Giordano Bruno. Nemmeno per attestare il ritorno da un viaggio in America. D’altronde non sarebbe la priorità tra le mete in programma: prima di morire vorrei aver visto almeno la Santa Casa di Loreto, Lourdes, Fatima.

Stanno lì, adagiati sul piano del tavolo in giardino. Poco più in là c’è il posacenere. Sono dollari, mica la reliquia del Sacro Graal. Perché allora immortalarli? Perché una persona che ambirebbe – con scarse possibilità – ad essere ritenuta sana di mente fa uno scatto a 220 dollari americani?

Beh, ieri sono stato con due amici in Liguria. Viaggio non programmato: eravamo dall’altro versante degli Appennini ma una telefonata ci ha confermato la possibilità di visitare un centro in cui si accolgono migranti e così, nel tardo secondo pomeriggio, abbiamo varcato il colle di Nava, procedendo chilometri e chilometri tra boschi e strade piene di curve, e siamo arrivati a destinazione quando ormai avevamo quasi perso le speranze, intorpiditi dalla nausea e dal giramento di testa. Lì, in mattinata, a un nucleo familiare avevano diagnosticato la scabbia. Appresa la notizia ho scoperto che uno dei mei amici soffre di bacteriofobia. Guarda te, il destino! È stato rassicurato: non correva nessun rischio. A un certo punto tre giovani donne sono venute a chiederci se potevamo cambiare loro del denaro: partivano l’indomani e occorrevano gli euro per i biglietti del viaggio. Mi son fatto avanti, ho verificato l’ammontare della valuta, ho fatto la conversione. Pare impossibile a credersi ma è molto più immediato convertire dollari in euro che sentinelle in piedi in esseri caritatevoli.

Tutto è avvenuto spontaneamente né poteva essere diversamente. Ho riposto il denaro nel portafoglio e abbiamo proseguito la serata. Oggi li ho tirati fuori. Sono in ferie, volevo approfittarne per andare in banca. Così, tenendoli in mano, questi biglietti hanno cominciato a suggestionarmi. Non tanto per i ritratti austeri di Franklin o Jackson, perché agli uomini degni d’importanza si finisce con assuefarsi, quanto per ciò che potevano aver rappresento nelle mani di queste giovani donne africane, una delle quali, oltretutto, con delle ecchimosi livide sul volto.

Mi son chiesto quanto avessero viaggiato con loro. Magari fin dalla terra natia: risparmi racimolati dai familiari e dai parenti. Forse il resto ricevuto nel saldo del tragitto con gli scafisti. Potevano perfino essere il baratto per scelte non volute ma obbligate, pur di mettersi in salvo. O il poco che ancora possedevano mariti o fratelli, consegnato frettolosamente prima di separarsi, nelle scialuppe di salvataggio o nei centri d’identificazione: l’ultima, scarna, esigua opportunità per tentare di sopravvivere in questa società sconosciuta. Dollari americani: una sorta di salvacondotto. Avrebbero sfamato per un po’. Corrotto qualcuno, alla bisogna. Reso mansueti degli aggressori. Una sicurezza, per quanto effimera e momentanea.

Non ho idea se nell’istante in cui allungavano le braccia scarne, magre, imbarazzate come i loro sguardi supplichevoli, queste giovani si rendessero conto di come un gesto banale – il cambio del denaro – simboleggiasse una svolta netta: prendere in mano gli euro è stato il primo passo d’integrazione concreto. Da adesso avrebbero avuto l’opportunità di muoversi, vivere, agire nel Vecchio Continente. Per pochissimo tempo, è vero. Né potranno fare chissà cosa. Ma, e in questo sta lo sconcertante, l’integrazione più prosaica, indispensabile, necessaria per consentire di vivere è il possesso di denaro locale. Il resto è affidato al buon cuore di tanti, alla capacità di apprendere la lingua del posto, al modo di presentarsi e farsi accettare. Senza denaro soltanto un gran colpo di fortuna, la carità o la filantropia si rivelano le rare opportunità per essere accettati.

Mi si dirà che non è necessario essere profughi. Anche per noi vale lo stesso: senza denaro non sei niente e nessuno. Meriti il giusto disprezzo. Mentre più ne hai – o dai ad intenderne di averne – e maggiormente sarai accettato. Forse che qualcuno ha mai fatto il razzista con stranieri che giungono qui per degustare i nostri piatti, far incetta di casolari da ristrutturare, investire in vigneti? Neppure la religione o il colore della pelle sono un ostacolo, quando a metter piede sull’italico suolo sono petrolieri arabi o imprenditori cinesi. Siamo intolleranti con chi arriva sui barconi non tanto perché neri o di altra religione. Gli xenofobi vecchio stampo ci sono, purtroppo, ma sono dei tristi nostalgici. Siamo intolleranti perché sono dei pezzenti. Non hanno il becco di un quattrino. Sotto sotto, senza che ce ne accorgiamo direttamente, ci ricordano che siamo intrisi di razzismo fin nelle viscere. Un razzismo contemporaneo, nuovo ma ben più pernicioso perché sempre più dilagante e alla portata di tutti: basta avere qualche euro in tasca per ritenere chi ha soltanto dei centesimi un indegno. Figuriamoci chi non possiede neppure quelli.

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