Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Donne con il velo


Si è «sparata otto anni di suore» da piccola, Valeria. È la blogger di Surf your life,  spontanea, autoironica, coinvolgente: il suo racconto lo trovate qui.

Ne è uscita indenne come Ercole dalle dodici fatiche. O quasi, insomma.

Io dalle suore non ci son stato. A me son toccati i religiosi: salesiani e lassalliani. Ma è proprio di suore che racconto in queste righe, stimolato dal suo articolo e pervaso da una certa saudade, come spesso avviene allorché riemergono ricordi lontani. E poi perché credo sia giusto parlare di entità pressoché in via d’estinzione, almeno quelle autoctone: un tributo alla memoria.

La prima che conobbi era una sorella del nonno. D’altronde – con malcelato e legittimo orgoglio, com’é arguibile – posso rivendicare un pedigree da far invidia ad Adinolfi, perché suore, preti e missionari hanno blasonato il parentado paterno. Non era un’esclusiva solo della mia famiglia, sia chiaro: un tempo bastava una prole numerosa perché la “chiamata divina” si facesse sentire già in tenera età, prima ancora che la predestinata o l’eletto sapessero il significato di vocazione. E tanti magari lo scoprivano quand’era ormai tardi per tornare indietro.

*     *     *

Di tanto in tanto i miei genitori decidevano, per un’ignota e sadica ragione, che fosse il momento di far visita a “magna” suora – zia suora – in dialetto. Accadeva di domenica, e quindi non è che le mie sorelle ed io fossimo proprio al settimo cielo: nel pomeriggio dell’unica giornata libera una suora sostituiva le occasioni di svago. Ovvio che in seguito, da ragazzino, finivo con l’attribuire un peso sostanziale alla pur deprecabile frase canzonatoria: «… sfiga di suora!», quando i coetanei ne additavano una in giro.

In più c’era un’aggravante, che non mancavamo di far presente sotto forma di tanto stizzita quanto vana protesta: «… ma magna suora ha la pelle che punge!». Perché la santa donna, felice di vederci, non smetteva di baciarci, però la peluria del volto, incorniciato da un cupo velo nero appena schiarito da una fascia bianca per celare i capelli, con degli spilli a trattenerne il panno, pungeva la pelle di noi bambini.

C’erano delle volte che la zia saliva in macchina con noialtri e tutti insieme andavamo in visita a un santuario mariano immerso nei boschi. Per lei una gita inaspettata, per noi uno stillicidio. In quelle circostanze ci regalava dei rosari di plastica: rigorosamente azzurri per me, rosa per le mie sorelline. Non accadeva mai che sbagliasse colore: cosa non architettava per una formazione serena e senza turbe! Comunque non è il caso di attribuire a lei e alle sue coroncine il merito della mia identità di genere, ma resta apprezzabile lo sforzo dei “distinguo”: un tassello aggiuntivo per farmi crescere consapevole della mia mascolinità. Come no!

Certo è che, se avessi recitato tutti i grani dei molti rosari donatici, adesso potrei vantare un credito per il paradiso per almeno tre generazioni a venire. Invece finivano nei cassetti. Me sciagurato: avessi investito allora per riscuotere poi!

L’alternativa alle corone mariane erano le caramelle. Faceva tenerezza perché le offriva come se stesse donandoci l’ultima goccia del suo sangue, tirandole fuori dall’abito dopo aver frugato in tasche invisibili: l’effetto era quello di un prestigiatore che estrae il coniglio bianco dal cilindro. Di tanto in tanto, sempre da anfratti sconosciuti, compariva pure un fazzoletto raggrumato, con cui si nettava il naso con un movimento veloce, quasi felino. Noi piccini non ci perdevamo un gesto: già il personaggio evocava un ché di misterioso, figuriamoci le sue mimiche, il tono della voce sussurrato, i discorsi fuori dal mondo. Perché, tolta lei, era alquanto improbabile sentirci chiedere da chicchessia se recitassimo le preghierine serali; se facessimo i fioretti; se mandassimo il bacio a Gesù passando davanti a una chiesa. Accadeva persino che ci sottoponesse a delle verifiche: sondava la nostra conoscenza delle orazioni.

La preghiera all’Angelo custode, l’Eterno riposo, l’Atto di dolore, per non parlare delle giaculatorie zuccherose al Sacro Cuore di Gesù o di Maria, mandate a memoria… ehhhhh, andava in brodo di giuggiole ascoltandoci. Devo dire che facevamo la nostra parte. Non avevamo alternative d’altronde. Educazione da catechismo di Pio X. Assai Ancien régime.

E poi c’erano le consorelle. Le incontravamo nel convento. Ci venivano incontro smaniose di noi.

Pur a distanza di decenni e decenni ricordo ancora dell’alito di qualcuna di loro. Emanavano un odore all’epoca a me sconosciuto, che identificai però negli anni a venire: Fernet Branca.

Magna suora scuoteva la testa e abbassava il capo, quasi mortificata, e scambiava qualche commento con i miei in proposito, ma noi non ne comprendevamo il senso. Notavo soltanto mio padre che palesava con lei uno sguardo di stupore, ma subito dopo si rigirava verso di noi, strizzava l’occhio e alzava le spalle come a tranquillizzarci.

Immaginavamo fosse qualcosa di stravagante.

D’altra parte ai nostri occhi tutto lì dentro era fuori dall’ordinario: il sentore di chiuso; le file interminabili di vasi di sanseverie, begonie, nastrine, photos e spatiphillum sui davanzali dei corridoi rischiarati da grandi vetrate; i lumini accesi davanti alle statue; le piastrelle di graniglia così lucide di cera da specchiarsi dentro; il silenzio dell’ambiente, rotto solo dal vociare querulo delle religiose. Anch’esse ci offrivano caramelle, ma mentre quelle della zia erano al latte, incartate in un involucro bianco con una mucca blu disegnata sopra – “per pura coincidenza” le stesse in voga a casa della nonna – le loro erano appiccicose, tanto che faticavi a scartarle senza lasciare residui di carta stagnola incollata sopra. Forse perché le conservavano a lungo, regali di chissà chi e chissà quando, in attesa di un riciclo qualora se ne fosse presentata l’occasione.

Non ho idea se quel mondo a se stante; quell’umanità fuori tempo; quella condizione di donne semirecluse si perpetui ancora oggidì con i medesimi rituali.

Spero, in cuor mio, che almeno adesso si tratti di scelte libere e spontanee, perché ciò che da bambino mi pareva avvolto da un alone di mistero e di singolarità, e m’intimoriva e incuriosiva allo stesso tempo, adesso mi lascia soltanto una gran pena per quelle vite di donne consacrate a uno sposo in eterna attesa di venire.


L’immagine è di Giorgio Clementi, Le due suore

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