Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Fate la carità!


Alla vigilia della Giornata Mondiale contro la povertà, stimolato dalle suadenti parole di chi, biancovestito, circondato dallo sfarzo di ori e di marmi preziosi, attorniato dai principi della Chiesa con attici lussuosi, prebende e rendite d’ogni sorta, invita tutti noi a rifletterci un po’ sopra, m’è venuta l’ispirazione di scriverne.

In effetti fa bene, ogni tanto, pensarci. L’ideale sarebbe farlo con un buon bicchiere di brandy invecchiato e un dignitoso sigaro cubano, distesi su una morbida Chesterfield dinnanzi al camino acceso. In mancanza di ciò mi accontento del mio studiolo e delle sigarette rollate a mano. Berrò più tardi, quando uscirò a far due passi.

La povertà. Una condizione che sarebbe un dramma se non ci fosse.

Innanzitutto perché ai poveri è destinato di diritto il regno dei Cieli: in questo mondo non hanno avuto nulla, ché almeno li si illuda che nell’altro saranno padroni. Diversamente potrebbero cominciare a pensare che sarebbe ora di rivendicare qualcosa… e si profilerebbero guai grossi. Così invece stanno buoni buonini, dato che a loro sarà assicurata una vita di soddisfazioni in aeternum. Altro che le grane e le preoccupazioni dei ricchi quaggiù: paura dei ladri o dei sequestri; scocciature con fattori, domestiche e maggiordomi; l’ansia di apparire; il timore di non avere una cantina ben fornita e via dicendo. Tutto risparmiato, a loro.

Poi, se non ci fossero i poveri, le pubblicità dell’8xMille della Chiesa Cattolica si ridurrebbero a mostrarci i possenti armadi dei monsignori, in noce massiccio, vuoti… tutti da riempire, magari con i prelati costretti a presentarsi nel filmato con abiti sgualciti o rammendati per muoverci a pietà. ‘Na tristezza infinita.

Almeno gli occhioni dei senzatetto e i ventri gonfi dei pargoli africani hanno un loro pathos.

Inoltre che mondo piatto sarebbe se tutti fossimo ricchi? Dove starebbe più il piacere dei rampolli ventenni delle “famiglie bene” se altri, come loro, potessero ordinare magnum di champagne nei locali sulla pubblica piazza, durante gli aperitivi serali? Che gusto si avrebbe a raccontare della vacanza esotica se questa fosse alla portata di chicchessia? E che sorte toccherebbe alle ragazze formate apposta per abbindolare il riccone di turno, farsi ingravidare e sposarselo, se non esistesse differenza tra uomini danarosi e uomini squattrinati?

La società ha un bisogno irrefrenabile di poveri. Condividi il Tweet

Essi ci consentono di star bene anche con la coscienza. Perché si può evadere le tasse per un’intera vita, privando gli altri di servizi essenziali, ma rimediare con un lascito nel testamento; una donazione di quando in quando; un’offerta alla parrocchia… tutto ciò garantisce una gran bella figura passando per munifico benefattore, e nel contempo ci si sgrava dall’animo il fardello dell’evasione.

«Oh quanto bene ha fatto quel brav’uomo: ha donato tanto ai poveri!». Già. Non si fosse mai sentita quest’eclamazione.

I poveri, in aggiunta, permettono ai politici di arricchire la propria propaganda elettorale e i conseguenti consensi: infatti promesse e assicurazioni di tutela e di aiuto alle fasce deboli son sempre un ottimo cavallo di battaglia. Il fatto che vengano disattese è un’inezia: tanto chi vuoi che li stia ad ascoltare quelli… son sempre a lamentarsi!

La povertà, infine, fa bene pure ai poveri. Li fortifica. Poco o niente colesterolo alto; rarissima l’obesità, il rischio d’infarti, la pressione alle stelle; assente del tutto la gotta.  Li eleva pure nel carattere: moltissimi bisognosi, sebbene ne siano all’oscuro, sono dei filosofi stoici al cui confronto Zenone, Epitteto e Seneca apparirebbero dei dilettanti.

Quand’ero piccolo i miei genitori – che pur non m’hanno mai fatto mancare nulla – mi mandavano a scuola con i pantaloni con l’orlo risvoltato ben più di una volta sola. Sempre puliti e stirati, ma con quella linea assai evidente che attestava quanto stessi crescendo, ma che nel contempo palesava il fatto che non vivessimo nell’oro. Eravamo quattro figli, e papà sgobbava giorno e notte per crescerci con dignità. A quel tempo io non lo capivo. L’unica cosa che comprendevo erano gli sguardi – talvolta atroci – dei compagni di classe. Li pativo enormemente. Eppure quella pratica che proseguì per parecchio mi servì da lezione in seguito. Finché camperò saprò il significato delle privazioni; il peso delle rinunce; il prezzo da pagare per avere il rispetto altrui in questa società buona a predicar bene e a razzolare malissimo.

Ecco perché quando sento parlare di povertà da chi di questa ne ha perfino fatto un voto consacrato, ma neppure di lontano ne conosce il significato vero – altrimenti rifuggirebbe dal lusso e la vivrebbe sul serio – mi sale un’avversione viscerale. Perché trovo che sia un’onta perfino peggiore della povertà stessa il cercare consenso, pietas e compassione, sfruttandone l’esistenza.

Non cambierà niente. Mai. Perché la povertà fa troppo comodo: chi non ha nulla è malleabile, sfruttabile, sottomesso. Una manna, se somministrata con la giusta strategia.

Ma almeno si arrivasse a un dignitoso silenzio e a un più disinteressato aiuto: sarebbe già un gran passo in avanti.


L’immagine è di Thomas Benjamin Kennington
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