Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Fuori di testa!


Or bene, la fine dell’estate è alle porte. Almeno dalle mie parti s’intuisce dai bar che cominciano a riempirsi; dalle vie nel centro storico dove gli spettri lasciano il posto ai mortali; dai banchi in chiesa che riaccolgono la moltitudine dei devoti rincasati da pellegrinaggi mariani, cammini di Santiago, ritiri spirituali. L’eco sotto i portici antichi resta un ricordo agostano. È in questo periodo che, nell’ultimo sabato del mese, il canto del cigno risuona sotto il cielo stellato. Ogni anno il colpo di coda delle spensierate, allegre e sonore serate estive si rinnova nella mia città. Si tratta di un evento fatto di musica, di tende accampate – gratuite benché, mi pare, con diritto di precedenza ai non astemi, ma potrei sbagliarmi -, di birra e di cibo. Non sarebbe nulla di straordinario, niente di differente dalle sagre e dagli spettacoli di qualsivoglia paese se, almeno dal mio opinabile punto di vista, non avesse una propria originalità.

A partire dal posto: avviene in una cascina settecentesca. Beh, è spontaneo immaginarcela immersa nella campagna; invece, questa sorta d’isola felice, è piazzata in mezzo al centro abitato, tra un moderno complesso scolastico e i palazzi in laterizio del borgo nuovo. Una specie di enclave come San Marino in Italia o, per certuni non in difetto di fantasia, la Padania nel Settentrione. Quasi che il passato abbia testardamente puntato i piedi, rifiutandosi di sparire nelle colate di cemento, asfalto e mattoni. Ora sta lì, bella come il sole, con l’aia, l’orto e i prati adiacenti diventati cortile, campo da calcio, aree verdi. Vetrate e murales hanno sostituito fienili e viti rampicanti. Anziché sentir muggire le vacche, ragliare gli asini, starnazzare le oche, grugnire i porci, adesso cantano gruppi musicali, chiacchierano e ridono i giovani, si baciano gli adolescenti. Il nome stesso del fabbricato è atipico: cascina Sacerdote. Vien da pensare a un prete, magari a un curato di campagna che lì trascorreva l’estate, con la perpetua a cuocere capponi; invece il proprietario era un ebreo, un benefattore locale della città, vissuto nella prima metà del secolo scorso.

In secondo luogo ci sono gli organizzatori. Particolari pure loro.

Non fanno capo né a un centro sociale né a un oratorio. La loro particolarità sta nel fatto che sono dannatamente normali, il che pare abbia dell’incredibile oggigiorno. Mi va di scriverne perché merita davvero parlarne. Lo dico a ragion veduta: per il settantesimo anniversario della Liberazione sono stati tra i primi a farsi in quattro nel dare una mano per rendere unica e indimenticabile la ricorrenza. Instancabili e attivissimi. Scusate se è poco! Sono i classici ragazzi della porta accanto: studenti universitari o lavoratori precari che impegnano il proprio tempo libero a suonare, a fotografare, a smanettare sui pc o a flirtare, come tanti. Giovani strappati alle ore di studio, pratica alienante di cui sono notorie le conseguenze controproducenti per un chimerico futuro lavorativo; alla solitudine, la quale, da che mondo è mondo, se praticata intensamente può causare cecità e peli sul palmo delle mani; alla politica militante, ormai elitaria, perché pochi, in questi fulgidi tempi, possono vantare il possesso di un patentino per guidare ruspe, o la concessione di vendita al minuto di fumo, o ancora la licenza per la somministrazione al pubblico di aria fritta.

Infine, questo evento ha un ulteriore carattere singolare. È vero che si va per ascoltare gruppi emergenti o noti; per vedere le attività di altri giovani – quest’anno pure il “Peluchero” sarà sul posto a far barba e capelli -; per bere e mangiare; per accamparsi… ma il sorprendente sta nella possibilità di socializzare. Già: lì ci si conosce perché tra fuori di testa ci s’intende. È la differenza tra il partecipare a un concerto in una piazza o in uno stadio dove ci si ritrova accalcati sotto un palco come le aringhe, e il muoversi tra gente presa bene, ritagliandosi spazi tra le panchine, imboscandosi tra i cespugli, sdraiandosi sull’erba, ballando nel cortile.

Si rivedono amici e se ne conoscono di nuovi. Va da sé che ci si possa conoscere anche scambiando il segno della pace a messa o facendo la fila all’ufficio postale pigiati l’un all’altra, ma il bello qui è che succede con la musica in sottofondo, una birretta in mano e il cielo stellato sulla testa.

È tutta un’altra esperienza. Una boccata d’ossigeno tra l’omogeneità urbana e la fine delle vacanze.

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Si ringrazia Roberta Borello –  les yeux mécaniques // fotografia e grafica – per l’uso delle fotografie relative alla passata edizione.

Info evento: http://vocalmente.justintown.it/events/freak-out-fest/

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3 Commenti

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    Mi piace molto come scrivi e la descrizione della festa e del luogo mi ha fatto pensare alle Case del Quartiere qui a Torino.
    Ti adotto nel gruppo Facebook #adotta1blogger. Non sai cos’è? Vienici a trovare e se ti piace rimani 🙂

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