Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

“Hai da accendere?”


 

 

Abito in una città che come fiore all’occhiello vanta un castello medievale e un’ampia piazza circostante. Però, secondo l’inveterato principio per cui non può esistere la perfezione in questo mondo perché entrerebbe in conflitto con quella divina inficiandone l’esclusiva, accade che questa meraviglia urbana sia deturpata da due elementi che, a giudizio di molti cittadini, ne sminuiscono il valore. Gli zingari e i colombi.

I primi, di cui mi viene da scrivere stasera in questi sproloqui, occupano lo spazio fisico, materiale, terreno; gli altri quello aereo. Non ritrovandomi in un momento particolarmente ispirato a ciò che è pneumatico tralascio quest’ultimi dall’argomento.

Gli zingari si potrebbero anche definire gitani ma il termine è troppo romantico: evoca donne provocanti, agghindate di monili d’oro, imbellettate, sinuose e dalle forme procaci, che danzano al ritmo di chitarre e di fisarmoniche suonate da altrettanti seducenti uomini dall’incarnito abbronzato, i baffetti curati e l’orecchino luccicante che lancia bagliori ambigui.

I miei concittadini hanno un’immagine differente. Non per colpa loro, s’intende, ma degli zingari, è ovvio. Qui deambulano una donna e un ragazzo, ospiti fissi del piazzale, i quali hanno ripudiato i sacri valori della tradizione rom. Per carità, la donna conserva le treccine ma scommetterei la mia proverbiale chioma che sia una scelta in spregio alle acconciature delle sue coetanee, una ripicca alla mai abbastanza lodata tendenza di uniformarsi in tutto e per tutto alle mode del momento. Certo, indossa abiti sgargianti e lunghe gonne ma soltanto perché non ha il portamento e il fisico idoneo per i leggins come le oriunde, che invece li vestono con estrema disinvoltura. La classe non è acqua.

Le zingare d’oggi hanno abiurato l’identità propria; non sono quelle di una volta: disdegnano le nobili abitudini d’un tempo, come infilarsi le galline sotto le ampie vesti, ché non si pratica più, o il sottrarre bambini altrui, dato che ormai ben pochi hanno il fegato di metterne al mondo, per come tira l’aria di questi tempi.

Il suo sodale non è da meno: in sintonia con i tempi grami – non certo per solidarietà umana – ha abbandonato lo sfoggio di sfavillanti catene d’oro, sebbene… che sia uno zingaro… lo sgama chiunque. I suoi pantaloni infatti non hanno l’orlo a venti centimetri da terra come quelli indossati dai giovani dai costumi urbani; non ha creste in testa; non indossa corone del rosario al collo e neppure piercing o tatuaggi da far invidia a una ferramenta. Inoltre si capisce benissimo che non si fa le lampade come ogni bennato dovrebbe, perché ha la pelle scura ma non arancione. E, soprattutto, sia quando cammina sia quando si appoggia a una transenna, non tiene mai e poi mai in mano uno smartphone con corrispondente sguardo trasognato: segno inequivocabile di disadattamento sociale.

Gli zingari danno oggettivamente fastidio. Hanno uno stile di vita che urta con il nostro, emancipato e culturalmente elevato. Basta osservarli per un poco e lo intuisci subito. Arrivano da fuori, dandosi arie da pendolari – e già è una canzonatura alla classe proletaria – ma poi non si prendono neppure un cappuccino al bar, né lo fanno in seguito, snobbando il rito vitale della socializzazione al bancone, dove di solito si partoriscono le sublimi genialate che ci accompagneranno lungo tutta la giornata. Stanno sempre nella piazza, con il freddo o con il caldo, su e giù, in lungo e in largo, per elemosinare qualche spicciolo. Una persona civile impiegherebbe le medesime energie e quell’allenamento costante per fare il maratoneta, anziché consumare la suola delle scarpe per poco o niente. Conosco un numero considerevole di giovani belli, puliti, profumati fin da quando si alzano, che scelgono saggiamente di stare a casa a guardare la tv o a navigare su internet piuttosto di fare un qualsivoglia lavoro che non sia l’attività per cui hanno studiato ben più dell’ordinario corso quinquennale all’università, o per una professione che non appaia confacente alla loro vocazione interiore, al cognome che portano, alla chiamata divina che attendono placidamente da anni. Gli zingari invece questuano. È un’indecenza. Anche perché questa propensione a chiedere soldi li distoglie da ciò che per secoli pare sia stata una loro prerogativa: i due in questione, perdendo tempo a importunare i passanti e chi parcheggia, non svaligiano case e non contrabbandano rame o oro. Uno zingaro che chiede denaro è uno zingaro che si sottrae ai suoi doveri primordiali, e questo è biasimevole!

C’è chi si muove a pietà o che è talmente timido da non riuscire a rifiutare l’obolo. Ciò è esecrabile: sia perché sottrae parte del denaro che poteva essere investito nel croissant mattutino, nell’elemosina a messa, nella mancia alla pettinatrice, sia perché incrementa l’abitudine a chiedere. Non ultimo ci rammenta che la timidezza è la prerogativa dei perdenti, che a differenza degli arrivisti riescono a dir di sì pure a chi non conta nulla.

Ne consegue che di questo passo uno zingaro non sarà mai motivato a proseguire gli studi in ingegneria né ad ambire a un posto di manager in una multinazionale. Al massimo farà gavetta come politico. Chi benefica uno zingaro sottosotto è mosso dal timore che costui possa soffiare il posto di lavoro al proprio figlio o al benamato nipote, qualora avesse la malaugurata idea di andare a chiederlo a qualche artigiano, bottegaio, commerciate, impresario, che notoriamente non aspettano altri lavoratori che gli zingari, a braccia aperte e in barba alla crisi.

So di molti miei concittadini infervorati per debellare questa piaga sociale. Hanno tutta la mia solidarietà. Soprattutto i cattolici. Sì, quelli che vanno a messa ogni domenica, magari così impegnati nelle funzioni religiose da dare il loro personale contributo di presenza e di testimonianza. Ho provato a mettermi – indegnamente – nei loro panni. Mi veniva in mente la frase di Gesù quando ammoniva: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Roba da non dormir di notte, se penso a ciò che m’è capitato di leggere ultimamente tra gli sfoghi di questi timorati d’Iddio, anime pulsanti della comunità ecclesiale: alcuni di loro si strappano le vesti all’idea che venga chiusa una parrocchia cittadina, ché sarebbe una tragedia, ma poco manca che i medesimi cristiani di Santa Romana Chiesa invochino nuovi forni in città, e non per i panettoni di cui andiamo fieri. Poi, a ben riflettere, capisco perché possono dormire tranquilli. Gesù non aveva fratelli più piccoli e comunque, quandanche fosse stato, Maria era nativa di Nazareth e la paternità risultava la più blasonata da immaginarsi per una sposa, quindi di sicuro non scorreva sangue sinti o rom nella sue vene. Il Messia non alludeva a loro ma ad altri. Qualora esegeti raffinati mi ricordassero che le Scrittura vanno prese alla lettera solo per certe evenienze e non per altre, a seconda delle circostanze, dell’opportunità e della contingenza, e che gli zingari spesso sono battezzati, si può obbiettare che l’altrettanto celebre invito evangelico a porgere l’altra guancia, a questo punto, valga pure per lor signori. Anzi, un cattolico praticante dovrebbe imporsi caparbiamente di farli soffrire: il massimo sarebbe poterli crocifiggere. Purtroppo al momento attuale la legge non lo consente. Diamo tempo al tempo. Sulla croce, a imitazione del Cristo, avrebbero garantita la vita eterna.

E certamente ricambierebbero l’afflato caritatevole, intercedendo per la salvezza dei loro solerti fratelli.

Immagine

 

La fotografia è tratta da http://bag-of-dirt.tumblr.com/post/54839804095/a-look-of-defiance-on-the-face-of-a-french-gypsy Peraltro suggerisco una visita al sito, ne vale davvero la pena.

 

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