Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

I fioretti della quaresima


I fioretti fanno parte dei ricordi della tenera età di un po’ tutti, o almeno di chi tra noi ha avuto l’impagabile opportunità di crescere cattolico.

Avvincenti ore pomeridiane trascorse “alla dottrina”, dove una suora o una catechista allietavano gli altrimenti noiosi momenti sprecati giocando o trastullandoci in istrada.

Esperienze che, seppur lontane nel tempo, basta un qualunque accidente per riportare alla memoria.

In questo caso galeotto è stato il messaggio di un’amica, che non sentivo da un po’, la quale mi domandava cosa ne pensassi dei fioretti quaresimali.

I fioretti odierni, non quelli della nostra infanzia.

Una richiesta piuttosto insolita, lo ammetto. La pia donna, angustiata per le singolari proposte suggerite da una catechista ai pargoletti – credo in età da prima comunione -, più che un conforto desiderava sollecitare una mia reazione. Bontempona.

I fioretti di quando ero bambino

Rispetto a quelli dei santi, i fioretti dei coetanei e i miei restavano nell’ambito della quotidianità. Il genere più gettonato era legato alla “gola”: fare a meno di dolciumi, di cioccolata, di merendine gustose.

Nessuna rinuncia al sesto comandamento perché la mia generazione non vantava i primati di precocità dei bimbi d’oggi: si credeva alle cicogne e ai cavoli, e si sgranavano gli occhi increduli – perfino atterriti -, dinnanzi a due cani che facevano conoscenza tra loro in primavera.

Comunque in famiglia le prelibatezze erano centellinate d’ordinario, come pure le bevande gasate. Non occorreva presentare la tessera annonaria in casa, però era ben più frequente mangiare pane burro zucchero o la marmellata, anziché i cornetti o le brioche, quindi non appariva un gran sacrificio astenersi da ciò che di solito ci era già precluso.

Esistevano pure i fioretti del genere “morale”: sopportare i fratelli senza infierire su di loro – un sacrificio immane – o darsi a impegni alternativi, come la visita a conoscenti anziani, con una certa cadenza. Pure questi erano fardelli gravosi, visto che l’alitosi della vecchia zia o le domande a raffica su come andasse la scuola, se avessi la fidanzatina, cosa avrei voluto fare da grande… erano stilettate al sistema nervoso.

Però la Quaresima significava penitenza e sacrificio, quindi mettevamo in conto che qualche sforzo dovevamo pur farlo, magari barando il bastevole per non incrinare le buone intenzioni e inficiare il risultato finale.

I fioretti del nuovo millennio

Tra tutti i problemi, dilemmi e aspetti della contemporaneità confesso che la natura e la specie di fioretti in uso in questi radiosi tempi non ha mai sfiorato la mia pur accesa curiosità.

L’amica ha però provveduto a illuminarmi con uno stralcio di conversazione tra madri su WhatsApp, intorno al delicato e vitale argomento.

Pare infatti che la catechista abbia invitato i frequentanti a fare fioretti mettendo da parte i propri risparmi. Insomma, a computare in denaro il valore di un fioretto: lo sterco del diavolo sarà ritirato ogni venerdì. Il malloppo verrà versato in chiesa, nella solenne messa di Pasqua. Ignoro se presenteranno un forziere o se convertiranno il tesoro in lingotti d’oro.

i fioretti nel nuovo millennio
Foto di Cinzia Re, per gentil concessione

I fioretti 2.0

È la modernità, bella mia! Di qui a poco s’infilerà la tessera del bancomat o la carta di credito nel cesto della questua virtuale: codice PIN e via… ad maiorem Dei gloriam.

La questione però non verte tanto sull’esborso di denaro in sé, quanto nell’offrire questa soluzione in alternativa a fioretti meno prosaici.

La richiesta ha lo stesso sentore della busta riempita di euro, allungata agli sposi al posto di un regalo che invece sarebbe restato a ricordo negli anni a venire. Magari detestato a morte dalla novella coppia, perché non scelto dalla lista di nozze, ma pur sempre un tangibile, concreto, reale gesto sincero da parte di qualcuno.

Provoca la medesima ripugnanza della paghetta generosa del genitore, in sostituzione del tempo e delle attenzioni negate al proprio figlio.

Non ho la presunzione di mettermi nei panni del Padreterno o di chi per esso, ma al suo posto mi suonerebbe come “il resto delle monetine” lasciato in mancia al banco del bar, dopo il caffè, quando invece… un “per cortesia” o un “grazie” avrebbero fatto di gran lunga più piacere al cameriere che ci ha servito in quel momento.

Ma quelli son gesti che non hanno prezzo, ecco.

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