Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

I raccomandati nell’Aldilà


Son tornato da poco dalla prima sortita della mia vita a Napoli. Di solito ciascuno da una vacanza si porta appresso un ricordo: dai classici souvenir alle malattie veneree, a seconda dei gusti, delle inclinazioni e dei programmi messi in cantiere. E non è inusuale scorgerli anche nelle case altrui: una gondola veneziana, un duomo di Milano in miniatura o una madonnina di Lourdes in plastica con la corona azzurra a mo’ di tappo in testa, mezza piena o mezza vuota. Non per forza vanno visti alla stregua di oggetti di dubbio gusto. Potrebbero avere una loro dignità, perché evocano ricordi, emozioni, sensazioni: una luna di miele, un’eroica impresa, un viaggio della speranza… comunque occasioni fuori dall’ordinaria routine.

Da Napoli mi son portato dietro soprattutto il ricordo di un luogo che ci tenevo tanto a vedere. Lo scrivo qui per consigliarlo vivamente a chi volesse inserirlo nel proprio carnet de voyage, in un ipotetico Gran tour del Mezzogiorno… alla Carlantonio Pilati, per intenderci.

Occorre una premessa. Sebbene non ami molto il fantasy, esiste un settore di nicchia di questo genere che per me fa eccezione. È quello dei racconti fantastici contemplati alla voce “Paradiso, Inferno, Purgatorio”, prerogativa della narrazione dottrinale cattolica.

Più in un tempo remoto, assai meno oggidì… purtroppo. La concorrenza letteraria, da Dante in avanti, in effetti s’è dimostrata spietata. Per non parlare di quella cinematografica.

Mi affascina l’originalità e l’immaginazione con cui la mente umana sia riuscita lungo i secoli a spingersi talmente in là da configurare una dimensione ultraterrena, con l’aggiunta di doviziose descrizioni, di puntuali osservazioni, di ferme certezze. E questo senza che mai e poi mai nessuno sia tornato da laggiù per confermarci l’esattezza di questi mondi, peraltro eterni: l’uno di dannazione perenne, l’altro di gioia infinita, e il terzo di sala d’attesa non troppo accogliente. Che mi risulti, pare che un colpo di fortuna simile l’abbia avuto soltanto Maria Maddalena de’ Pazzi – nomen omen –, durante un’estasi in cui avrebbe incontrato il giovane gesuita Luigi Gonzaga, al quale toccò il compito di fare gli onori di casa. Ma comunque si trattò di una visita ai soli appartamenti alti. L’attico, diremmo oggi.

Scrivo questo per dire che uno dei luoghi a mio avviso più accattivanti e singolari della città partenopea è la chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco.

Ci tenevo a vederla per l’interesse intrinseco e perché il tema del purgatorio si conciliava con il ventennale di matrimonio: due decenni che nulla hanno a che fare con l’inferno ma che muoverebbero all’altrui invidia se li paragonassi al paradiso.

La guida – preparata, gentile, affabile – accompagnandoci nella zona sottostante l’edificio e attraverso i cunicoli d’accesso al cimitero sotterraneo, ci ricordava che a Napoli v’era la consuetudine di adottare i crani di taluni defunti, coloro le cui anime versavano in condizioni di estrema sofferenza nel purgatorio.

In effetti – penso io – abbrustolire nel fuoco, ma solo il necessario per non bruciare troppo – tipo carne al sangue – non sarebbe da augurare a nessuno. Mi viene in mente il passo di uno dei romanzi che più amo, nel quale è riportato con dotta ironia che inferno e purgatorio, secondo autorevoli dottori, potrebbero essere contigui:

«Niente vieta che lo stesso fuoco punisca gli uni e purghi gli altri. Domineddio giustiziere non regala niente nemmeno alle anime purganti; una tenuissima pena post mortem eccede maximam huis vitae; ante diem iudicii, angeli e diavoli le traducono sul posto; forse assistono ai patimenti…»*.

Dal lunedì al venerdì – aggiunse la giovane “ciceronessa” – esse soffrivano i tormenti degli inferi. Il sabato la Madonna sceglieva dall’alto del Cielo le anime da avocare alla gloria dei beati, e inviava un angelo a prendere le pezzentelle spurgate grazie alle preghiere – e alle offerte – di chi le aveva prima adottate. La domenica riposo per tutti. Una sorta d’intervallo. Il lunedì successivo riprendevano i dolori per le restanti.

Ovviamente toccava all’anima in pena darsi da fare nel cercare qualcuno ancora in vita che si prendesse la briga di adottarla. Lo faceva apparendo nel sonno. Ignoti i requisiti di coloro che l’avrebbero presa in carico, ma si presume non si andasse troppo per il sottile, vista pure l’urgenza di schiodare quanto prima da quei tormenti. Erano tempi nei quali i distinguo tra coppie con diritto d’adozione ancora non si potevano con l’ardore che caratterizza l’epoca attuale. Certo è soltanto che non fosse contemplato l’affido.

Singolare immaginarsi l’andirivieni dall’Aldilà degli angeli, ogni sabato, visto che lassù vige l’eternità quindi senza un inizio e una fine. O zelanti informatori provvedevano a ricordare le scadenze, o pie anime celesti sbirciavano tra le nuvolette e nel vedere gli ebrei far festa e non lavorare intuivano che fosse il giorno giusto per un giro di raccolta.

L’adozione, appunto, avveniva grazie a una supplica nel sonno. Di sicuro per i vivi che transitavano in quegli anfratti… dinnanzi a nicchie gremite di teschi… avvolti da un profumo non proprio suadente… l’impressione, rincasando, doveva restare ben radicata. Forse non era manco il caso di mangiar pesante per sognarseli nella notte successiva. Ma mi guardo bene da insinuare il sospetto che fosse un condizionamento mentale. Lo potrei al massimo contemplare quando, a forza di sentirci ripetere “vota sì… vota sì…” accompagnato da minacce tremende, nel sonno s’hanno incubi su imminenti sciagure epocali, ma pure in tali frangenti, con il ritorno della luce, di solito il risveglio minimizza lo spavento notturno, e si ritorna alla lungimiranza dell’uomo assennato.

Piuttosto – mi chiedo – come facevano dopo a identificare tra gli ignoti defunti quello giusto, apparso ad implorare l’adozione?

L’incognita però che più m’assilla è ancora un’altra. Considerato che in vita si ha un certo carattere, presuppongo che una volta trapassati esso non si modifichi. Quindi ci saranno anime che per tutta l’esistenza terrena fecero esercizio nel chiedere favori, adulare e raccomandarsi per ottenere vantaggi, successi, prestigio: codeste partivano favorite nei viaggi onirici, perché svezzate nella pratica. Chi non ne conosce ancora oggidì a decine, nonostante il governo attuale ci abbia educati a privilegiare il merito? Per loro sarà stato un gioco da ragazzi apparire in sogno, e per giunta al patrono capace di assicurare l’adozione vincente. Da che mondo è mondo, hanno un fiuto speciale nell’identificare chi possa garantir loro un vantaggio.

Ma, di contro, non mi riesce di scartare l’ipotesi che alcune anime siano ancora lì, a soffrire le fiamme dell’inferno, rischiando di scendere più in basso, dove «soffriranno suplizj d’un atrocità straordinaria accagionati dallo stato colpevole dell’anima: passio quae est per modum animae»** soltanto perché non hanno l’indole a chiedere, o la faccia tosta di mettersi in prima fila il sabato mattina.

Il cruccio è che – a ben vedere – non ci sia giustizia neppure nell’aldilà.


*CORDERO, FRANCO, L’armatura, Garzanti libri, Milano 2007, p. 61.
**CHÈNES, CARLO, L’eccellenza della Santa Fede Cattolica, Apostolica, Romana nel suo esordio, progresso, insegnamento e ministero sacerdotale, sopra la sedicente religione maomettana, luterana, calvinista, [I], Tip. Ribotta, Torino 1855, p. 337.
Ti è piaciuto l'articolo? Puoi condividerlo:
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: