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Ironia: vaccino senza controindicazioni

I veri colpevoli dell’Hollywood – The School Party


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L’ «HOLLYWOOD – The School Party!» organizzato sabato scorso nella mia città è stato un evento che ha richiamato 1300 giovani in un’unica sera: fa effetto perché soltanto la festa del santo patrono riesce a portare qui tante persone in una sola volta. Ragazzini e ventenni insieme al Palazzetto dello Sport, e non era neppure il test di ammissione all’università o la prova selettiva di un concorso pubblico per un posto da accalappiacani municipale. Ho portato mia figlia e i suoi amici di buonora e, rientrando a casa, mi colpiva favorevolmente vedere per le strade gruppi di audaci adolescenti che arrancavano a piedi tra la neve, il buio e il ghiaccio per raggiungere questa sorta di oasi. Sconfiggevano il freddo armati di bottiglie di plastica, riempite con antigelo o prodotti similari, come peraltro abbiamo fatto tutti nei bei tempi aurei.

Ovvio che i volenterosi promotori dell’iniziativa abbiano riscosso successo: lo stesso che avrebbe avuto un venditore di panini il penultimo giorno della quarantennale traversata del deserto del popolo ebraico. A digiuno di divertimento in un’età come la loro senza essere asceti o eremiti… come non capirli! Come comprendo – ma ovviamente non approvo – i loro coetanei mascalzoni. Tagliati fuori dagli altri; visti come pezzenti, come pària da tenere lontani il più possibile nella vita ordinaria, hanno sfruttato un’occasione assai ghiotta: si sono imbucati, si son presi la loro rivincita, e hanno rubato cellulari, soldi, giubbotti, come predoni nel Sahara. Mentre tutti gli altri si stavano divertendo, bevevano, abbordavano – o ci tentavano – e si facevano fotografare.

Mi pare l’anticipo di quanto di qui a poco potrebbe accade anche a noi adulti. Una fetta sempre meno marginale di disperati finirà per approfittare delle nostre apparenti certezze: lì è bastato pagare un euro per il deposito delle borse, delle pellicce e dei gioielli per credere che fossero al sicuro. Così come è sufficiente pensare di essere persone civili, normali, integrate e benvolute per illudersi che tutto resti al suo posto. Laggiù i buttafuori e il servizio d’ordine, qui le telecamere, i sistemi di sorveglianza, gli allarmi in casa, alle macchine e alle cinture di castità. La soluzione invocata dopo la festa è la medesima che ci sentiamo propinare dai media e da certi politici: una maggior chiusura preventiva, aumento della vigilanza, repressione dura, controllo. Troppo complicato chiederci il perché dei ragazzini arrivino a compiere simili gesti: il risultato di un’evidente emarginazione sociale, dell’esclusione a priori, della condanna verso chi non appartiene a una cerchia conosciuta. Altrettanto accade tra noi: ci si lascia sopraffare da un ingiustificato senso di superiorità, dal distacco nei confronti di coloro che riteniamo debbano conquistare la nostra fiducia e la stima soltanto dopo due-tre generazioni, per essere valutati alla pari con il nostro stile di vita, con il tenore che possiamo permetterci, con l’educazione acquisita. E in questo modo proseguiamo la nostra quotidianità tra un selfie al ristorante e un vernissage a una mostra; tra una sciata sulla neve e magari una tirata, pure, di neve. Ci beiamo placidamente. Chissà per quanto ancora.

E comunque, nella gara a chi dare la colpa per i danni e i furti durante l’evento, mi sento di integrare la lista che sta girando sui giornali, sui social e sulle bocche di parecchi sociologi della domenica:

a) i genitori che hanno riempito le tasche di contanti e di ogni ben di dio: personalmente ho provveduto a verificare che mia figlia lasciasse a casa i lingotti d’oro e i diamanti che voleva usare come merce di scambio per corrompere i baristi, essendo lei minorenne;

b) le parrocchie, i cui oratori non organizzano più serate di tombola che avrebbero distolto una buona parte dei partecipanti;

c) la stupidità dei ladri, che li ha spinti ad impossessarsi di giubbotti per la maggior parte taroccati, con firme contraffatte e già usati;

d) il Padreterno, che tarda a mandare nuove piaghe in questa società corrotta e iniqua.

Vorrei invitare, come babbo e come essere vivente, i giovanissimi organizzatori a non demordere, a continuare a proporre. Solo chi non fa nulla non compie errori.

Vorrei altresì sperare che quest’esperienza non finisca vittima degli oscurantisti, dei disfattisti e dei troppi che non aspettano altro che simili pretesti per invocare il ripristino della normalità, che qui è sinonimo di monotonia, la quale lentamente logora, e ci fa invecchiare – tutti – precocemente.

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