Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Il buio non s’illumina bruciando un’opera d’arte


Un’opera d’arte nella mia città ha rischiato di sparire sotto le fiamme divoratrici del fuoco.

Purificatrici, sosterranno i maligni, come se un gesto turpe dovesse essere giustificato perché non proprio tutti subivano la sindrome di Stendhal ammirandone l’estasiante beltà.

Un articolista parla di “statua”: non mi addentro sulla definizione del manufatto. Constato la divergenza di vedute ma non mi va di fare lo spocchioso. Fa troppo caldo.

opera d'arte

Ho sempre pensato però che le statue fossero un’altra cosa: da quella ad Augusto Ottaviano alla Pietà, da Biancaneve e i sette nani nei giardini elitari alle Madonne di Lourdes in quelli dei conventi.

Piuttosto mi spiace che ancora una volta si tirino in ballo i vandali, popolazione germanica degna di tutto rispetto, ma anche in questo caso sono consapevole come certa tradizione letteraria sia dura a morire. Sorvolo.

Vandali

Beh, è questione di punti di vista: altri li definirebbero “eroi”, sottovalutando il reato e la disdicevole gravità del gesto.

Questo perché c’è chi ritiene che l’opera d’arte fosse talmente bella da sminuire la facciata della chiesa barocca sullo sfondo.

Piazzata lì come una ragazzina che si porta appresso un’amica carina, ma non quanto lei, così il confronto la farà risaltare ancor più.

Il reato chissà che non sia duplice: deturpazione di opera d’arte e attentato all’incolumità pubblica. Il danno morale è un altro paio di maniche.

La posizione sopraelevata – voluta per consentire a chiunque di rimirarla – avrebbe offerto visibilità al falò, ma proprio la collocazione a ridosso di una strada trafficata poteva rivelarsi terribilmente pericolosa.

La “giraffa” in legno – così battezzata da coloro che difettano di conoscenze zoologiche perché di un cavallo si tratta – sarebbe precipitata in avanti, arrecando danni perfino mortali a chi transitava di sotto.

Il museo a cielo aperto

L’opera d’arte si ergeva all’ingresso della città.

Messa lì per elevare gli animi, altrimenti insensibili, al bello.

A imperitura memoria. Fino a stamane. Nel pomeriggio di oggi l’hanno smontata.

I piromani hanno agito in spregio al pericolo d’essere colti sul fatto, in un’ora in cui diventa poco plausibile la scusa che quei listelli, pali, assi oramai invecchiati alla bisogna fossero un invito per un barbecue.

Incuranti della selva di telecamere concorrenti all’occhio onniscente d’Iddio.

Oltretutto, rimirando dal vivo lo scempio immane, mi rendo conto solo a danno avvenuto della tragedia arrecata all’arte.

Succede come per chi ci sta accanto: ci si accorge della sua bontà, della bellezza, o ancora della simpatia, quando non è più con noi.

L’opera d’arte

Osservavo la preziosa tessitura delle viti e dei bulloni che reggevano l’ardita costruzione lignea, e i tiranti ora flosci, prima invece cavi metallici in tensione, a significare la sfida tra quanto appare visibile e ciò che è invece sottintesa narrazione astratta, pulsione ermetica dell’inconoscibile, sublime interpretazione tra l’empirico della dimensione spazio temporale e la raffigurazione ideale dell’artista.

I sentori di bosco e il retrogusto fruttato lo lascio alle etichette dei vini, ma si può aggiungere, all’occorrenza.

arte

Gli inquirenti stabiliranno se si sia trattato di un autodafé. Con il nuovo clima non è raro che spuntino i classici “più realisti del re“, tanto abbruciar eretici non è peccato.

Potrebbe pure essere una goliardata: si comincia con appiccare il fuoco, poi qualcuno di colore da impalarvi sopra si trova sempre.

Una spiegazione alternativa

Non trascurerei la casualità: la cinta in corten vicino alla “statua” è deprecabilmente interpretata come invito alla minzione.

Parecchi sostengono stimoli altri effetti, altrettanto fisiologici ma più di sostanza, però penso si limitino a un’attribuzione metaforica.

La posizione panoramica offre un valore aggiunto allo sfogo della vescica.

Purtroppo non tutti possiedono gli strumenti culturali per leggere nella palizzata in corten un contributo commemorativo all’antico bastione scomparso da secoli, e chissà che l’urina, a intenso contenuto alcoolico dei reduci dalle bevute serali, non abbia alimentato l’incendio.

Niente benzina bensì acido ureico sul manufatto artistico.

Le alte temperature estive cagionano un surriscaldamento al corten, come evidenziano le piante nelle fioriere limitrofe, messe lì quale rimando allegorico alle sofferenze dell’inferno, e l’urina a contatto con il metallo incandescente potrebbe aver generato l’autocombustione, diramatasi sull’intreccio artistico delle assi, purtroppo non ignifughe per intrinseca natura del legno.

 

Orfani d’ispirazione

Grazie al pronto intervento dei vigili del fuoco si è evitato il peggio.

Essere privati di un’opera d’arte simile getterà nello sconforto una moltitudine di visitatori, che da ogni dove giungeva apposta per ammirarla, accollandosi sacrifici e peregrinazioni pur di scattare una foto in comitiva dinnanzi allo svettante equino in legno.

Un cubo in vetro, poco più avanti, serviva a duplicarne il riflesso  perpetuando a dismisura l’effetto mirabolante del bene culturale.

Da snob qual sono, ho sempre ritenuto che la fruizione di un’opera d’arte necessiti di uno sforzo minimo per apprezzarla: che si tratti di far la coda davanti al museo o della lettura di una didascalia, questi rituali concorrono all’appagamento mistico che scaturisce dal contatto con il sublime.

Chissà che proprio il deprecabile e biasimevole gesto non porti a una sua ricollocazione in uno spazio meno accessibile alla vista degli indifferenti al gusto estetico.

Sottrarre a questi incivili l’occasione di perpetuare nefandezze è un dovere.

Mi sa che di qui a poco pure il cubo inclinato verrà spostato altrove, affinché la città non subisca l’ennesima violenza ai danni del bello.

Il vuoto servirà da monito per il futuro.

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