Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Il cancro è un dono ma non dirlo a Babbo Natale


Il cancro inteso come regalo datoci dalla fortuna o dal fato, oppure dalla divina provvidenza – insomma da chi più ci aggrada – è un aspetto che l’Occidente secolarizzato aveva perso di vista da tempo.

Ci ha pensato la iena diventata colomba a ricordarcelo.

cancro

La foto qui non è inserita a caso. La scattai all’alba del 9 dicembre dello scorso anno, dalla finestra di una stanza d’ospedale.

Il sole che timidamente spuntava dai monti fu vissuto come un dono della Natura.

Un dono, perché avrebbe potuto essere l’inizio di una giornata grigia, con un cielo plumbeo e scuro, e invece l’aurora sorse in tutto il suo chiarore, portando una luminosità inattesa dopo una notte buia, d’angoscia e traumatica.

L’ultima che mio padre, malato di cancro, ha vissuto.

Il cancro è una malattia davvero particolare. I medici computano in un certo numero di mesi le possibilità di vita, e in quell’arco di tempo può succedere di tutto: capita perfino che delle crisi improvvise inducano a credere che la scadenza sia anticipata.

Poi, invece, segue una ripresa, talvolta perfino più lunga del previsto. E via così, tra alti e bassi.

In quei frangenti ci s’illude addirittura che la dipartita sarà posticipata ben oltre i prognostici. Credi, insomma, che potrà esserci un futuro più rassicurante.

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Il dono del cancro: il classico regalo mal riuscito

La Toffa dichiara che il cancro sia un dono, e lo fa sorridendo. Buon per lei e per chi, ricevendo un pacco con tanto di fiocco, dopo averlo scartocciato riesce pure a farselo piacere, sebbene si riveli quanto di meno desiderato.

A me non è mai successo: mi si legge subito in faccia se un certo dono non mi aggrada.

Magari invece rientra tra i regali messi in capo alla lista dei desideri nella letterina per Natale. Oppure ti va bene qualunque cosa, l’importante è ricevere un dono: un cancro qualsiasi, tanto sono tutti uguali, come ha addirittura specificato.

Toh, è pure facile da accontentare, lei.

Davvero mi è difficile superare l’indignazione emotiva che ha suscitato una dichiarazione simile, maggiorata perché detta per presentare il proprio libro.

Dovrei perlomeno non aver vissuto in prima persona quella notte all’ospedale: l’epilogo del cancro. Il momento nel quale realizzi quanto un lungo calvario sia alla svolta, e la persona che ami stia soffrendo come non augureresti al tuo peggior nemico, ed è in procinto di spegnersi per sempre.

 

L’importanza di razionalizzare le emozioni

Ho lasciato scorrere un po’ di tempo prima di scriverne, ma mettere i pensieri nero su bianco serve per ordinare ciò che passa per la testa e perciò adesso mi lascio andare. Non ho alcuna pretesa di offrire altro che farneticazioni personali condivise senza velleità d’insegnare alcunché.

Una malata di cancro che vede il tumore come un dono recupera – non so quanto intenzionalmente o meno – una grande tradizione ascetica del mondo occidentale.

Pertanto, sebbene a esternare un’asserzione simile non sia il più celebre degli oncologi, le va dato atto del merito culturale.

La si può vedere come un’eredità dello stoicismo classico o come l’insegnamento della plurisecolare scuola di martirio cristiano.

In tal caso ogni sofferenza, dolore, disgrazia è un’opportunità per identificarsi con il calvario del Messia. Dunque ben venga qualsivoglia occasione per star più male possibile: purifica ed eleva.

Un po’ come il martire Lazzaro, che mentre veniva abbrustolito sulla graticola suggeriva al suo carnefice:

«assum est… versa e manduca»,

ossia: «sono cotto da questa parte, gira dall’altra e poi mangia».

Il male contemporaneo per eccellenza, che scava nel tuo corpo e lo distrugge, e che sfibra e logora di dolore chi ti vuol bene, è da viversi come un dono: non ho idea di quante copie venderà il suo libro, ma di certo sfiderà i secoli conservato e allegato nella voluminosa pratica per la canonizzazione che, a questo punto, si è garantita di diritto.

Sancta Nadia Toffa,

ora pro nobis.

 

 

 

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