Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Il culto fa miracoli


Il culto squisitamente cattolico delle reliquie e della devozione ai santi è un aspetto del cristianesimo romano che mi affascina parecchio.

La mia fede è un ricordo ormai lontano nel tempo, legata all’adolescenza in collegio e ai primi anni giovanili, ma non sarò mai abbastanza grato alla divina provvidenza per avermi fatto nascere in una famiglia di sane, indiscutibili, ortodosse tradizioni papiste.

Nell’immaginarmi educato alla dottrina in qualche confessione protestante provo lo stesso vuoto interiore di un astemio in birreria.

Invece – vivaddio, è il caso di dire – ho respirato incenso e profumo di candele fin da bambino.

E ho mandato più baci a santi e a beate che a potenziali dolci metà.

No culto? No conversione!

L’anno scorso scesi a Napoli in settembre, per la prima volta in vita mia.

Soltanto per un’avversa congiuntura gli dei non mi consentirono di assistere allo straordinario miracolo di san Gennaro: programmai il viaggio nella settimana antecedente.

Prendervi parte sarebbe stata un’esperienza folgorante, pari a una caduta da cavallo sulla via di Damasco.

culto

 

È questa commistione di divino e d’immanente che conferisce alla fede un’essenza ineguagliabile, come con il Nazzareno sulla sacra Sindone, o con le gesta di san Giorgio che uccide il drago, nonché per altre stupefacenti imprese contro natura della quali è ricca la tradizione.

Mi limitai a visitare il tesoro a lui dedicato. Un culto – il mio – più artistico che religioso, non disgiunto da una pruriginosa curiosità profana.

Ma devo ammettere che il miracoloso lo si percepisce comunque, passeggiando tra il tripudio di argenti, di pietre preziose e di raffinatezze dell’arte orafa.

Mi riferisco al pastore che si occupa di un gregge che pasce in un ovile tanto privilegiato.

Nel senso che dev’esserci “un di più” non spiegabile secondo le leggi di natura se un uomo di Dio riesce a dormire sonni tranquilli con la propria coscienza e nel contempo rammenta il monito evangelico:

«Non accumulatevi tesori sulla terra (…) accumulatevi invece tesori nel cielo (…) perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.».

Non mi permetterei mai di dare all’arcivescovo e cardinale partenopeo dell’ignorante o dello smemorato, quindi deduco che vi sia del miracoloso nel travaglio dell’animo senza che ne sia intaccato il corpo.

Perché nell’osservare l’eminentissimo porporato si constata, e non per Sola Fide, quanto il fisico non risenta degli strazi interiori per cotanta contraddizione.

Deo gratias!

Vero è che qualsivoglia esegeta potrebbe rispondermi che il tesoro menzionato nelle Sacre Scritture esonera quello di san Gennaro, perché dell’oro, dell’argento, degli smeraldi, dei diamanti, dei rubini, degli zaffiri… alla ruggine e alle tarme citate in Matteo – aerugo et tinea – nulla importa: non è “pane per i loro denti”.

Cristo potrebbe aver alluso a ferraglia e a fazzolettini ricamati con pizzo di Bruxelles.

Il culto altrui ammaestra comunque

Quest’anno le mie esigue risorse m’hanno costretto a rimandare il pellegrinaggio, ma son già pago nel vedere che il patrono dei napoletani non abbia lesinato la mistica conversione in sangue.

Con il valore aggiunto della compartecipazione di un potenziale presidente del Consiglio, di suo miracolato dal destino per poter ambire a un ruolo tanto importante dotato soltanto del physique du rôle.

Visto che i fedeli interpretano in senso propizio la manifestazione dallo spirituale al fisico nell’ampolla benedetta, spero di non peccare di presunzione nel forzare il divino disegno, scorgendo nella combinazione di eventi un’investitura celeste.

Lo penso da materialista, però. Senza la necessaria fede.

Confido sia bastevole il proverbiale: “uno più uno fa due”.

Ovvio, se si crede di tutto cuore a entrambe le situazioni c’è pure del merito.