Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Il mal di turismo


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Pare stia diffondendosi su larga scala: giorni addietro leggevo un articolo su un sito web d’informazione locale* in cui l’autore, tale Stufia, inseriva un po’ tutti nella lusinghiera categoria degli “idioti” – a meno che parlasse per sé usando il pluralis maiestatis – perché non si fa abbastanza per promuovere il turismo dalle nostre parti. Non aveva l’esclusiva dell’originalità: nelle settimane antecedenti su quotidiani e settimanali nostrani si è dato spazio alla notizia di una provincia smorta e poco allettante per i visitatori forestieri. Insomma, ci sono delle resistenze a farci colonizzare: deprecabile. Il turismo è visto come panacea alla crisi, come fonte di guadagno per numerose categorie, come opportunità per risollevare le sorti dell’economia, e di qui a poco – chissà – sarà ritenuto efficace come elisir di lunga vita. Indubbiamente sarà vero. Come è innegabile che spesso strutture, commercianti, albergatori non siano all’altezza di un’accoglienza ottimale: un problema di mentalità, prima ancora che di logistica. E pure di rispetto per chi ha fatto tanta strada per venire apposta fin qui.

Embè? Siamo degli idioti… per questo? Perché?

Il “doversi aprire ai turisti” che cosa comporta, in pratica, se non spese: per l’adeguamento delle tecnologie obsolete – dalla sostituzione dei piccioni viaggiatori all’uso della potabile anziché dei pozzi nel cortile –, l’apertura in orari straordinari, notturni, nelle feste ordinarie, comandate, di precetto; i costi del personale per prestazioni aggiuntive, ché il solo piacere di vedere facce nuove di sicuro non gratifica a sufficienza da soprassedere a starsene con la morosa il sabato sera o al mare nel weekend.

A sentirne la necessità il più delle volte però non sono le categorie direttamente interessate ma politici, amministratori, opinionisti e i tanti professionisti del parlar a vanvera, maîtres inégalés nel fare i conti nelle altrui tasche.

Coloro che operano nel settore, là dove ne hanno sentito l’indifferibile bisogno, si sono adeguati; gli altri no, o perché quanto guadagnano basta loro per una vita dignitosa, o perché la tipologia di clientela che hanno – o che vivaddio vogliono mantenere – è più che appagata per il servizio che le si offre. Altrimenti sarebbe già fuggita a gambe levate, visto che l’oro e il denaro nessuno se lo fabbrica – alchimisti esclusi – né lo si trova sugli alberi come credeva Pinocchio, e dunque per un pessimo servizio ci si casca una volta e non due. Peraltro non è il caso di venire dalla Nuova York o dalla Terra del fuoco per assodarlo.

Ma, mi chiedo io, è così necessario stravolgere l’identità delle nostre comunità per andare incontro ai turisti? Non sto assolutamente dicendo che non vadano accolti e che non debbano migliorarsi modalità e opportunità per mostrare quanto di bello e di valido abbiamo qui. Sarebbe assurdo asserire il contrario. Però, non è che proprio questi aspetti di tradizione, di vita sociale ancora improntata ai bisogni semplici e refrattaria a quelli non necessari; di abitudini e di mentalità meno tecnologiche ma più umane siano, in definitiva, proprio l’essenza dello stimolo a venire da noi? Ieri, ad esempio, ero in alta Val Maira, una delle vallate del cuneese meno contaminate e più selvagge. È vero che il mio iphone non prendeva; che le strade tutte curve non agevolassero la guida, costringendomi a rallentare a ogni piè sospinto; che avrei dovuto saldare il conto all’agriturismo con moneta sonante… ma l’atmosfera e il contesto naturale erano impagabili. La transumanza turistica lì è centellinata: pochi ma buoni, come si suol dire. Elvetici e teutonici in particolare. Buoni, intesi come frequentatori rispettosi di ciò che “passa il convento”, turisti filtrati dalla mancanza delle comodità più accessibili che invece si trovano nelle cosiddette località turistiche gettonate, le quali della montagna non hanno che le cime in alto: per il resto pare di trovarsi in una qualunque cittadina ben attrezzata di pianura, con esercenti che parlano le lingue, fast food, negozi griffati, insegne e luminarie di ogni genere.

Una villeggiante mi ha parlato di formaggi tipici del posto: me ne ha descritto la bontà e il sapore con tanta convinzione che avrei voluto prenderne un po’ da portarmi a casa. Non è stato possibile perché di domenica il formaggiaio è chiuso. Anziché risentirmi, l’ho ammirato. Perché costui ha il coraggio di non barattare la propria dignità di lavoratore con il presunto obbligo di asservirsi alla clientela, ancorché straniera. Si farà “un mazzo tanto” durante la settimana e – giustamente – nel giorno festivo si riposa. Ma perché dovrebbe fare altrimenti? Per lucrare di più? Per fare un servizio supplementare a degli sconosciuti? Ci si può guadagnare il Paradiso facendo del bene in modi alternativi. Il medesimo formaggiaio, per inciso, aveva donato gratuitamente diverse forme di suoi prodotti per la sagra del paese in cui mi trovavo.

Ma lo stesso accade nei paesini di Langa: quando mi spingo in vespa in quelle zone ciò che mi appaga sono proprio i paesaggi naturali, le piazzette ridimensionate, a portata d’uomo, senza scale mobili per salire in alto, senza gli ampi e anonimi piazzali adibiti a parcheggio o le catene di locali commerciali con le insegne luminose vedibili da lontano. Non c’è «campo» per sintonizzarmi con l’universo mondo? Me ne farò una ragione perché se vado su un’altura tra le vigne sarà ben per godermi il panorama, i calanchi, le colline con i filari ondulati e degradanti, altrimenti me ne starei bello bello in piazza Vittorio a Torino, a navigare pacificamente su internet seduto su una panchina di pietra.

Rischiamo, a mio modesto avviso, di dar peso a un infondato complesso d’inferiorità perché per le nostre strade non si sente parlare russo, tedesco, sami o aramaico. Con il rischio di assistere, negli anni a venire, a una crisi delle nostre identità locali, appiattiti in un omogeneo e comune servilismo verso il ricco straniero, qualunque esso sia. Il quale, non dimentichiamocelo, in virtù del fatto che pagherà – virtualmente, con la carta di credito – esigerà sempre più energie e attenzioni, concrete e non virtuali. Quelle che inevitabilmente si dovranno sottrarre ai nostri affetti, alle amicizie, al tempo libero e agli interessi che ciascuno ha diritto di esperimentare.

Così, quella che potrebbe apparire una dignitosa fonte di guadagno null’altro sarà che l’umiliante mancia donataci munificentemente dal danaroso signore di turno, padrone del nostro tempo e dei nostri servigi.

* http://www.grandain.com/2014/08/08/siamo-proprio-idioti/

L’immagine è un particolare dell’arrivo degli esploratori nelle Indie, xilografia, 1493,

in Relazione di Cristoforo Colombo a Luis de Santángel, ministro delle Finanze di Ferdinando d’Aragona.

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