Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Il merito come retorica dell’effimero


 

 

 

Può accadere di incontrarsi tra conoscenti e sentirsi porre domande esistenziali in grado di lasciarti basito, del genere: «ma sei qui?» o «… ti sei fatto crescere la barba?». L’interlocutore ti vede; constata la tua presenza corporea; interagisce; eppure tutto ciò pare non basti a dissolvere il dubbio di conversare con un fantasma, con uno spettro o con un qualcuno di diverso da come lo si ricordava in antecedenza. Sono interrogative retoriche fàtiche, giusto per avviare una chiacchierata, e non esiste l’obbligo per legge di fornire una risposta. Beh, la tentazione di darne comunque una, piuttosto caustica, è sempre in agguato ma ti trattieni. Almeno finché il caldo di questa estate non si farà sentire a dovere.

Oggi, giusto per dire, ho incontrato un’amica. Tutta gongolante perché, a detta sua, è stata una fortuna essersi imbattuta proprio in me: – Tu che sai tutto sicuramente puoi aiutarmi – .

Esordire con una premessa simile ha il potere di indispormi come poche altre circostanze nella vita, sulla falsariga degli sconosciuti che per strada ti chiamano “ehi capo…” mentre abbassano il finestrino della macchina per avere indicazioni stradali.  È come se mi pigiassero un tasto nel cervello, si accendesse la spia luminosa dell’insofferenza, si attivasse l’impeto omicida.

L’amica è un’anima bella, non potevo infierire: mi sono limitato ad alzare il palmo della mano verso di lei, per scongiurarla a proseguire. Invano. Voleva che le consigliassi dei libri per le vacanze. Da leggere in spiaggia.

Mi ha colpito che specificasse dove avrebbe letto, come se un posto rispetto a un altro facesse la differenza. Dunque per ogni luogo un libro, non sono ammesse deroghe. Sapevo che pratiche del genere fossero in voga per altre situazioni: il diritto internazionale ammonisce di non bere vino rosso con la pizza; quello consuetudinario che non sia buona norma pregare san Giuda Taddeo per una congiuntivite al posto di santa Lucia… e la vulgata corrente stabilisce, dunque, che non si possano leggere che certi libri in spiaggia.

Non avevo la benché minima idea di cosa consigliarle, perché arguivo che alludesse a racconti leggeri e ariosi, capaci insomma di sostituirsi egregiamente a un ventilatore là dove la mancanza di corrente elettrica non consente ristoro adeguato alla calura. Il fatto è che di scrittori capaci di comunicare questa sensazione di evanescenza ce ne sono parecchi oggidì, insomma, vi è l’imbarazzo della scelta. Il problema è che a nominarne uno si rischia di offendere chi sta attendendo con le labbra pendule il nome dell’eletto, perché si sentirebbe ridotta a lettrice onnivora e di meschina cultura: un po’ come se ti si domandasse di stimare l’età presunta dell’interlocutrice. Se ti tieni troppo basso, si sente presa in giro; se cerchi di essere realista è pure peggio. E il genere da spiaggia, quale dovrebbe essere? Perché sono responsabilità non da poco, se sei tra coloro che credono che la letteratura influenzi l’animo, come l’arte eleva al bello, la musica all’armonia, certi riti religiosi alla superstizione. Le proponi storie d’amore? Passionali, magari, così si monta la testa e al calar del sole finisce tra le lenzuola del primo che incontra sul lungomare di sera? Giammai. Tragiche? rischiando di rovinarle le vacanze perché qualunque possibilità d’abbordaggio verrà scartata pur di evitarsi una delusione cocente? Magari mi toccherebbe rimborsarle il conto delle ferie. Romanzi d’avventura. Un’ipotesi, ma è pur vero che se si limita a trascorrere i suoi giorni in Riviera o nella vicina Costa Azzurra, ogni volta che alzerà gli occhi dalle pagine si ritroverà dinnanzi la transumanza di verde età che si spiaggia in Liguria o oltre confine come balene disorientate: maturerà un odio viscerale per l’ambiente circostante e per la vita, che non le ha riservato luoghi esotici, dune di sabbia e oriundi fascinosi; soltanto nonnini con nipoti frignanti; cariatidi in costumi leopardati di dubbio gusto, e gruppetti di adolescenti brufolosi che “s-ciabattano” indolenti e annoiati, con borse sotto gli occhi più copiose di quelle delle madri con il pranzo ‘a mare. In ferie ci si rilassa: horror, gialli, thriller sarebbero in contraddizione. Troppa tensione: si è in vacanza e non sul lavoro con il terrore di perderlo da un momento all’altro, come una pugnalata mentre ci si fa la doccia. Potevo ricordarle che i libri sono come le cravatte: molto personali ed è raro azzeccare i gusti altrui. La questione però avrebbe implicitamente sottolineato l’evidente, ossia che la di lei conoscenza mi era nota come il quarto segreto di Fatima.

Ho proseguito motivando ciò che mi pareva più razionale: non bisogna leggere. Ancor più in vacanza. La lettura è démodé. Non serve a nulla. Già lo studio è assolutamente inutile ma spesso lo si affronta per senso del dovere o come alternativa a un lavoro serio, ma la lettura, che è una scelta non imposta, va abbandonata.

Innanzitutto leggere in giro non crea l’alone di fascino d’un tempo: tenere in mano un libro anziché uno smartphone o un tablet è indice di regresso, di povertà incipiente, di preistoria, oltre che di mancanza assoluta di reti sociali. Con le pagine non interagisci: né ti mettono un like né ti comunicano quanto gli altri siano brillanti e vincenti. Un romanzo non ha nemmeno delle immagini! In secondo luogo un libro costa più di svariate birre, che puoi farti pure in compagnia e che in spiaggia dissetano, lasciandoti un’ebbrezza piacevole che t’accompagna in modo più appagante del magone di certi racconti. Infine un libro, se lo prendi in prestito, rischi di macchiarlo con la crema abbronzante; di riempirlo di sabbia; di rovinarlo, e poi di doverlo rimborsare: così oltre al danno c’è la beffa di non poterlo allineare nella libreria accanto alle foto, ai vasi, ai souvenir di viaggio, alle bomboniere dei matrimoni e alle casse dello stereo.

Molto meglio prendersi delle riviste di gossip, se non si sa dove tenere le mani. Esse alimentano l’industria dell’effimero, che andrebbe incentivata come un tempo si faceva con la dottrina cattolica e, cosa che più conta, le riviste patinate sviluppano una conoscenza concreta della realtà e stimolano l’ambizione.

L’ambizione è la chiave del successo oggidì. Guai però maturarla attraverso i libri: non serve a nulla. Anzi, è   c o n t r o p r o d u c e n t e… ti fai del gran male!

Bisogna ambire ai modelli proposti dalla società corrente, i cui personaggi non leggono. Se ne guardano bene. Al massimo, se proprio si sente impellente il bisogno di inspessire il vuoto con un’aurea culturale, è assai gettonato il riempirsi la bocca di un termine raffinato e seducente: m e r i t o. Spendibile ovunque: dalle campagne elettorali o davanti a un bianchetto durante l’aperitivo, in pubblico e in privato.

Fare del merito uno stile esistenziale è vincente: meglio quindi abbronzarsi senza leggere, che sennò restano le rughe e non ci sarebbe merito nel sopportare la graticola solare; meglio non distrarsi sulle pagine, ché altrimenti si rischia di perdere l’occasione della vita, che può passare davanti proprio mentre si sta girando il foglio; godersi la spiaggia, il suo contesto, la sua mondanità e il tempo che passa. È un merito meritevole e meritato. Perché il tempo passa, anche al mare.

Se proprio ci si vorrà dare ai libri, sarà fattibile in pensionato: ne stampano a corpo 18 non per nulla.

… forse non gli Harmony, ma la demenza senile saprà ovviare, a suo modo.

L’immagine è di Laura Scarpa, “Tramonto sulla spiaggia di Nizza”.

Un grazie di cuore per avermi concesso l’uso della sua opera. Mi permetto di invitarvi a visionare una selezione dei suoi lavori – per inciso lei dirige ComicOut – al link:

caffeacolazione.tumblr.com

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