Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Il quieto vivere


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Continua a rivelarsi una strabiliante fortuna, almeno per me, vivere in una città a ridosso dei monti ma non così vicino da incontrare lupi famelici, come si legge in questi giorni di alcune località nelle vallate della provincia, dove le bestie mordaci sono scese nei centri abitati come solo accadeva nel lontano medioevo. È una fortuna perché di tarda sera hai il gran vantaggio di passeggiare tranquillamente godendo della brezza notturna che scende dalle Alpi. Assapori una sensazione di pace, di silenzio, di calma che altri potrebbero sperimentare soltanto dopo un lungo volo e l’incomodo di raggiungere un deserto, una landa nordica, le sconfinate pianure della Pampas. Un bel risparmio di tempo, di energie e di denaro.

Ovviamente, nella finitezza del mondo, ogni aspetto positivo si porta appresso pure conseguenze meno vantaggiose. In questo caso la placidità, il raccoglimento, la pacatezza, assimilati con ingordigia insieme al latte materno o all’artificiale fin dalla più tenera età, sviluppano una predisposizione al quieto vivere. Il quieto vivere in se stesso non sarebbe una malattia grave. Anzi, forma degli anticorpi utili ad affrontare certe situazioni della vita: grazie a questo si possono tollerare colleghi che altrimenti strangoleresti; vicini di casa contro i quali volentieri ti lasceresti andare a ogni sorta di legittime puntualizzazioni; suocere, mogli, compagne o compagni, fidanzate o fidanzati pedanti; decisioni da prendere in gruppo che al contrario fomenterebbero liti cruente.

Non è una malattia contagiosa, perché non si trasmette a chicchessia. Sono refrattarie: le persone aperte di mente, quelle dinamiche, le giovanili e chi non ha avuto i natali in questo posto.

Neppure è una patologia ereditaria, perché a genitori affetti non per forza corrispondono figli con gli stessi sintomi.

Il problema della sua potenziale gravità non va però trascurato: i primi sintomi sono insofferenza, nervosismo e avversione per tutto ciò che mette in discussione, appunto, il quieto vivere. All’inizio si presentano con saltuarietà: la chiusura momentanea di un tratto di strada, un cartello di divieto per parcheggiare la macchina, una manifestazione annuale con musiche e suoni… che scalfiscono l’ordinarietà e generano scompiglio. La mancata reazione razionale, come il chiedersi quanto, in fin dei conti, possano cambiare e danneggiare la nostra vita simili passeggere situazioni al punto di dover reagire spropositamente, è il primo aggravarsi del fenomeno in noi.

Subentra, a vari livelli, un peggioramento crescente: il suono delle campane delle chiese; il rumore dei mezzi per lo smaltimento dei rifiuti al primo mattino; gli eventi spettacolari che richiamano tanta gente… ebbene, sono fattori che vengono vissuti come condizioni avverse, come vere e proprie calamità che si abbattono sulle proprie teste alla maniera delle dieci piaghe mandate da Dio all’Egitto.

Il quieto vivere a questo stadio genera intolleranza, preclusione, perfino violenza verbale o scritta. Persone intelligenti, amabili, ammodo, d’improvviso si trasformano in aguzzini, in censori, in fanatici pronti a lanciare strali assurdi o a indire crociate collettive. Non è colpa dei singoli ma del quieto vivere: si è impossessato a tal punto della ragione e dell’emotività da far dimenticare loro d’essere stati anch’essi giovani; dell’aver desiderato di vivere momenti di euforia, di gioia, di festa; oppure di ricordare con rammarico che ai propri tempi ciò non era possibile e che dunque si dovrebbe gioire perché adesso altri posso vivere condizioni a loro precluse in passato, anziché logorarsi dall’invidia o dal proprio tornaconto o dalla insana necessità di dar contro per partito preso.

C’è una notizia positiva: si può guarire. A qualunque età.

Provare per credere… e che quest’estate sia una buona convalescenza per più persone possibile, perché ne vale la pena!

 

 

L’immagine è un particolare del frontespizio dell’opera “Notturno” di G. D’Annunzio per le edizioni Treves, 1921.

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