Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Il taglio


Non abito troppo distante dal centro storico e tra le alternative per raggiungerlo c’è quella di transitare attraverso un sobborgo adagiato sotto una delle salite verso l’abitato antico. Di solito il tragitto lo faccio a piedi, per andare al lavoro. Ma è lo stesso pure dopo cena, le volte in cui l’animo è ben disposto alla socializzazione. Un eufemismo per dire che andrò a farmi una birretta con gli amici. Anche due, talvolta.

Qualche sera fa, addentrandomi per le viette semibuie del sobborgo, mi è capitato di assistere a una scena d’antan.

Le costruzioni di quella zona consistono soprattutto in palazzine edificate nel secolo scorso per gli operai di un’industria locale, che ebbe un periodo radioso nella produzione della ghisa, prima del declino e della chiusura totale. Quindi nei decenni a venire ai lavoratori dello stabilimento – ormai in estinzione – si alternarono inquilini esterni alla ditta. I palazzi, l’uno accostato all’altro, subirono un lento deterioramento, ma di recente almeno alcuni sono stati recuperati e restituiti a nuovo decoro.

Ebbene, si era ormai all’imbrunire quando ho inforcato una stradina che costeggiava in lunghezza la facciata di uno degli edifici, con alloggi dislocati quasi a piano terra.

Le finestre stavano spalancate per lenire i postumi della giornata rovente con la lieve brezza che cominciava a farsi sentire. L’ocra del tramonto lasciava poco a poco il posto a una tinta più scura del cielo, mantenendo però un’atmosfera calda, da serata estiva, capace di farti amare il mondo e d’illuderti che il tempo sia inesauribile ed eterno in queste notti che si caricheranno di stelle, illuminate dalla luna.

L’aria sprigionava profumi di sugo di pomodoro, di basilico, di cene familiari. Gli odori si mescolavano ai suoni casalinghi. Una sensazione di tranquillità, di atmosfera paesana quieta e rassicurante, ti avvolgeva fin dentro.

Mentre camminavo l’occhio è caduto all’interno di un alloggio posto ad altezza di visuale: capita, se la via è anonima e semibuia e questo sia l’unico ambiente al piano ammezzato ad avere la luce accesa. Così, pur non essendo intenzionato a sbirciare come un voyeur, la fonte luminosa istintivamente ha catturato l’attenzione. Un po’ come se in una sala d’aspetto, altrimenti silenziosa, vi fossero due persone intente a conversare: non è che ti riesce di estraniarti… in un modo o nell’altro non puoi fare a meno di sentire.

Doveva essere la sala da pranzo, perché ricordo che nel brevissimo istante in cui lo sguardo ha impresso la scena c’era un tavolo con delle sedie intorno.

C’era altresì un uomo seduto, a un lato. Ma ciò che m’ha colpito stava dall’altra parte.

Una donna, in piedi, tagliava i capelli a un ragazzo – almeno mi è parso di intravedere – seduto di fronte a lei. Presuppongo fosse il figlio o, del caso, la figlia.

Tutto qui? Tutto qui.

O forse no, affatto. Almeno per me.

Viviamo in una società dai ritmi frenetici; dai rapporti furtivi e spesso fugaci; contatti domestici che talvolta si limitano a un frettoloso «ciao! Io esco, prendo le chiavi, ci vediamo…», o istantanee che ci regalano la contemplazione di una famiglia muta, seduta un po’ qua un po’ là per la casa, avvolta in un silenzio interrotto soltanto dalle notifiche di un nuovo messaggio su whatsapp, di quando in quando.

Allora, mentre proseguivo per la mia strada, mi è venuto di fantasticare, suggestionato dal quadretto appena intravisto. Ho immaginato la precedente discussione a tavola: i genitori che invitano il figlio a sfoltire la chioma, oppure proprio lui a richiederlo, magari per l’ennesima volta perché la mamma rimandava sempre.

Chissà se invece non siano seguite le ritrosie del diretto interessato perché non voleva saperne di cambiare pettinatura.

E il padre? Avrà preso parte alla discussione? Può essere, magari in appoggio; oppure se ne è stato defilato, perché in certi casi è meglio rimanere neutrali: osservare, annuire con uno sguardo a ogni ciuffo che cade a terra, o accigliarsi per ciascuna sforbiciata.

La madre che giunge in tinello munita di asciugamani, pettine, spazzola e forbice. Poi avrà iniziato a tagliare; a dare rassicurazioni; a procedere con spigliatezza. Ogni tanto un’intimazione di star fermo.

Sguardi che s’incrociano: l’uno concentrato ma amorevole della madre, l’altro fiducioso e grato del figlio.

Un’intimità fatta di contatti soffusi: il pettine che dipana i capelli; la mano di lei che gli inclina la testa a lato, in avanti, e di nuovo a lato; le rassicurazioni: «ho quasi finito… solo più un attimo»; il soffio materno sul collo per ripulirlo dal di più; la conclusione annunciata con un «ecco, a posto. Fatto! Vai a specchiarti in bagno, ché se del caso ti aggiusto ancora qualcosa».

«Grazie».

Non lo può sapere, questa famiglia, ma un ringraziamento glielo devo anch’io. Perché assistere furtivamente e per pochissimi istanti a questa scena domestica fa assaporare il calore di tempi lontani; la genuinità e il valore dei gesti semplici; il ricordo dei momenti amorevoli e filiali in casa.

Abbiamo bisogno un po’ tutti, di tanto in tanto, di constatare che esistano ancora.

E magari d’impegnarci a farli rivivere, nel nostro quotidiano.

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