Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Il tempo vola, son passati 100 anni.


ITALIA

E così siamo già al IV novembre. La festa dell’Unità nazionale e delle forze armate. Quasi che l’una presupponga l’altra. Va beh, si sa che l’unità nazionale si è raggiunta con la Grande Guerra e che per arrivare a questo ambito traguardo ne sia dovuto scorrere parecchio di sangue, ma il fatto che la si debba celebrare con lo sfoggio di parate, di corpi dell’esercito, di armi in bella vista, di marce militari a me suscita ancora delle perplessità, sebbene l’obbligo di leva sia un ricordo ormai lontano. Vedere l’esercito occupato a supportare gli alluvionati o i terremotati; intento a spegnere incendi o a salvare vite in mare mi smuove a ammirazione verso chi indossa una divisa; vedere il luccichio dei fucili, l’incedere dei mezzi armati, lo sfavillio delle decorazioni di guerra al contrario m’incupisce. Odorano di morte, di sangue, di vite stroncate. Le loro e le altrui. Di chi lo fa di professione e dei tantissimi che non l’hanno scelto. I civili inermi.

L’Italia ripudia la guerra. Si impegna soltanto in missioni di pace, dove però il significato di “pace” mi è sconosciuto. Se da piccolo dicevo “pace, pace” dopo un litigio, mi aspettavo il ripristino dell’armonia tra amici e non un sonoro ceffone, tanto per ricordare chi aveva l’ultima parola. E se dovessi festeggiare l’Unità nazionale mi piacerebbe veder sfilare la fiumana di volontari che con la loro attività gratuita tengono unito un Paese altrimenti allo sfascio totale, incapace com’è di dare un lavoro a chi lo necessiterebbe, e servizi adeguati e professionali a coloro che ne avrebbero diritto.  Provo a pensare a questa nazione se non ci fossero donne e uomini che si prodigano negli ospizi, nei doposcuola, nelle strade, nelle calamità, nel tempo libero, nelle aree disagiate: il crollo totale dell’Italia. Eppure continuiamo a onorare frotte di generali, a elargire pensioni d’oro, a tributare stipendi cospicui a ufficiali e a strutture piramidali e gerarchizzate dove, per prendere una decisione, occorre percorrere chilometri e chilometri di corridoi, di caserme e di palazzi; spendere fiumi di parole, di consultazioni, di visti, di nulla osta, di autorizzazioni, d’imprimatur prima di ottenere un sì o un no. Mentre nel mondo reale i volontari si rimboccano le maniche e agiscono, colmando il vuoto di uno Stato che preferisce affidarsi al loro buon cuore, piuttosto che assumere professionisti nelle aree archeologiche, nelle biblioteche e nei musei, nell’educazione e nell’assistenza, nei canili e nei parchi. L’Unità nazionale per me sono loro e loro dovrebbero sfilare a buon diritto.

Capisco però il problema di fondo: non sarebbe bello far passare in rassegna, sotto gli occhi di tutti, quella parte d’Italia che con la sua gratuità sottrae l’occupazione a chi ambirebbe pure di guadagnarsi la pagnotta. Così, a ben pensarci, devo ricredermi. È l’esercito a garantire l’unità nazionale: speriamo sia sempre con le buone e non con le cattive…

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