Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Il vaccino salutare


Sono tornato da un viaggio a Lisbona. Per uno come me, che soltanto a fare sessanta chilometri per raggiungere Torino, girare nelle sue strade, frequentare persone interessanti e passarvi delle serate è già appagante, ovviamente vivere una settimana laggiù è stata una gran bella esperienza.

Una parte del tempo l’ho vissuta da turista: ho visitato i luoghi canonici stabiliti da chi la sa lunga. Mi sono affidato a Fernando Pessoa e alla sua guida della capitale*. Certo un po’ datata: è del 1925 e fa un certo effetto, ad esempio, seguire il consiglio di prendere la carrozza per certi itinerari. Inoltre non è così affidabile come TripAdvisor, le cui recensioni infallibili alla stregua delle sentenze papali proferite ex cathedra sono azzeccatissime, com’è notorio. D’altronde i ristoranti “più famosi e rinomati” e gli hotel de charme preferisco scoprirli da solo, giusto per poi evitarli come m’accade con taluni personaggi che contano e che, solitamente, sono di una noia mortale. Si cenava in un quartiere popolare, in una zona storica dove la locandiera praticamente serviva il baccalà nell’ingresso di casa sua come mia nonna le acciughe al verde nell’aia della cascina. In campagna però la vista non avrebbe contemplato di fronte un bordello con via vai di clienti assai allegri – e come biasimarli – e neppure l’andirivieni sulla strada di personaggi pittoreschi, dalle provenienze le più disparate. Musiche etniche di feste che si svolgevano nella piazzola vicina fungevano da sottofondo: nello spiazzo si aggregavano i residenti, per lo più oriundi dalle tante ex colonie portoghesi. Una realtà molto cosmopolita – roba da far venire una sincope a Salvini – che spaziava dall’Oriente all’America latina, passando per l’Africa. Inutile dire che rincasavo frastornato dall’atmosfera di festa e dalla compartecipazione, se non linguistica almeno di “spirito”, con i presenti. Più che le ruspe lì occorrevano le brandine, a fine serata.
L’altra parte del tempo invece l’ho trascorso a scrutare l’anima della città, come mi piace fare un po’ ovunque, compreso dove vivo. Me la immaginavo molto turistica, invece l’impressione che ho avuto è che i turisti qui non siano visti come tali, ovvero come visitatori in cerca di servizi o di prodotti possibilmente da salassare, da spiumare, da spremere come agrumi. Sono trattati come ospiti, ben accetti ma lasciati indipendenti: pochissime indicazioni viarie, scarne strutture appositamente per loro, e perfino i Caffè e i bar, fatta eccezione per quelli più blasonati, non facevano differenze tra avventori del posto e stranieri di passaggio. C’è, ovvero, una naturalezza e una spontaneità che sorprende. Si relazionano con te senza vederti come una vacca da mungere. È come se lo scorrere del tempo, il proseguire della vita e la routine quotidiana mantenessero immutate le abitudini e i modi di porsi degli abitanti rispetto a chi invade la loro capitale per visitarla. Lo squisito proprietario che ci ha messo a disposizione delle camere a casa sua si era preoccupato di avvisarci di fare la prima colazione molto presto, in un certo locale, se avessimo voluto assaggiare del pesce fritto cotto sul momento: non più tardi delle nove e mezzo… tanto per dare la misura dei loro ritmi!
Ma ancor più mi ha colpito la forte solidarietà tra gli abitanti di certi quartieri: in uno, in particolare, appese alle pareti delle case sulle stradine che si inerpicano verso il castello medievale vi sono decine e decine di ritratti fotografici di donne e uomini che vissero e vivono nella zona. Ripresi nella propria quotidianità: venditrici, osti, artigiani, barbieri, “macchiette” di quartiere, anziani, suonatori, artisti, perfino i mendicanti probabilmente “adottati” dal quartiere. C’era pure un cane con il suo nome scritto sotto. Pur restando figure estranee, comunicano una sensazione di familiarità, mettendoti a tuo agio mentre passeggi, quasi che i loro volti, “presentandosi” in piazza, diano una sorta di benvenuto. Un modo per farti sentire tra loro.
Davanti ai fossati e alle palizzate che scaviamo o innalziamo noialtri… dinnanzi alle paure, alle diffidenze e ai pregiudizi che ormai distilliamo in ogni occasione… di fronte al livore, al razzismo, all’intolleranza che sembrano di casa e poco manca che siano somministrati con il latte materno fin da piccoli… ebbene, vivere una settimana in una grande città dove percepisci a pelle gli effetti salutari di chi non teme di perdere la propria identità interagendo con gli altri, semplicemente perché ritiene più gratificante lo scambio alla chiusura… tonifica l’anima, facendoti sperare che, almeno altrove, c’è chi ha elaborato uno stile di vita sereno. La risposta più eloquente l’ho trovata su un graffito, in una stradina del Bairro Alto, uno dei tanti che dà colore e vivacizza muri, angoli e facciate della città: gira e rigira l’antidoto all’ignoranza e a ciò che ne consegue è il sapere, la conoscenza, la cultura nelle sue forme più varie.


*PESSOA, FERNANDO, Lisbona. Quello che il turista deve vedere, Einaudi 2007.

PS. La foto in apertura ritrae un circolo culturale: il Buédalouco Pharmácia de Cultura

[cfr. pagina fb] sito in Rua do Norte, Nº60, Bairro Alto, 1200-284 Lisbona

 

 

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