Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

Il vero razzista non dimentica i meridionali


«I meridionali te li trovi dappertutto ormai».

L’ultima considerazione che mi sarei aspettato di sentire sul razzismo era questa.

Si discuteva sull’accettazione di chi non fosse italiano.

Il mio interlocutore paventava l’apocalisse imminente grazie all’arrivo di persone senza “la nostra cultura”.

Ci tiene a difenderla, la cultura, costui. Un supporto sola Fide. C’è del merito in questo sostegno alla cieca.

Aveva visto da qualche parte sui social la notizia – ennesima sciagura! – della futura trasformazione di una ex chiesa in moschea. Ho rintracciato l’articolo qui.

Segue la ferrea difesa dell’identità nazionale. Repertorio di circostanza in cui il cattolicesimo è la punta di diamante.

Fa un po’ ridere che a farsi paladino del cristianesimo sia spesso chi non saprebbe recitare il Credo, e magari ignora le quattro virtù cardinali o le tre teologali. “Contano le intenzioni”, direbbe qualcuno. Appunto.

Ma non è il caso di far l’esame di coscienza agli altri, dunque mi taccio.

meridionali

L’integrazione dei meridionali pareva un buon esempio

Nel relazionarmi con chi adotta il metodo “testimone di Geova”, con una casistica mandata a memoria, evito di soffermarmi su ciascun punto. Purtroppo alla mia età devo economizzare sul tempo.

Di solito inserisco nella chiacchierata una visione alternativa. Ravviva la conversazione senza spostare il filo del discorso.

È così che ho citato i meridionali, perché più che il colore della pelle qui il problema era l’accettazione di modi di vivere e di approcci alla realtà differenti da chi risiede in queste terre da subito dopo il diluvio universale.

Nessuno dal Sud Italia ci ha impedito di mangiare la bagna caüda o la polenta; di allargare a dismisura la “e” quando parliamo; o di lavorare come ossessi per metter soldi in banca a beneficio dei nipoti; ancora… da veri piemontesi, d’esser “falsi e cortesi”, e via dicendo.

I meridionali giunti dalle assolate regioni mediterranee

Dalle mie parti ce li ricordiamo bene, anche perché la mia città ha vantato, fino a qualche decennio addietro, un’insolita concentrazione di caserme.

Qui giuravano gli allievi carabinieri dopo il CAR. Poco distante un’altra caserma, altrettanto grande, accoglie gli artiglieri. Una buona parte di entrambe gremite da meridionali.

Per i giuramenti arrivavano ondate migratorie dagli ex stati borbonici in grado di riempire hotel, ristoranti, trattorie, locande, bettole di tutto il circondario.

Inoltre ogni sera affollavano il centro storico: una fiumana di giovani vestiti di nero, in fila come tante formiche, salivano su dal sobborgo e assediavano i portici, passeggiando in lungo e in largo.

In quegli anni parecchi consideravano le ragazze disposte a dare confidenza a questi allievi carabinieri o ai soldati di leva come delle “poco di buono”, di facili costumi. Il rischio era che si mettessero insieme con ‘n tarun, ‘n mandarin, ‘n nên dij nösti: una vita votata alla sottomissione a uomini ritenuti gelosi, maschilisti e possessivi.

I meridionali residenti, invece, costituivano una sorta di clan, identificabili per cognome: il solo nominarlo evocava episodi leggendari, tratteggiati nelle conversazioni dentro i bar con toni pittoreschi, spesso ingigantiti.

Capitava quindi che il racconto di una colluttazione – passando di bocca in bocca – non di rado assurgesse a rissa a mano armata; una denuncia si trasformava in sentenza pure se fosse stata ritirata; la frequentazione nel tempo libero con coetanei insigniti di questi cognomi “blasonati” corrispondeva a un’onta per una qualunque famiglia bennata, di subalpina ascendenza.

Parecchi vivevano nei quartieri di recente costruzione.

Colui che abitava in una Via dal nome nuovo metteva in conto lo sgomento degli ascoltatori, appena enunciava il proprio indirizzo. Occorreva rassicurarli subito: si trattava della vecchia villetta di famiglia a inizio della strada, non dei palazzi popolari più in là.

Seguivano sospiri di sollievo. Talvolta la dovuta commiserazione.

Come vivevano i meridionali qui

Avevano i loro bar, i meridionali: presso l’area della stazione ferroviaria e sul viale limitrofo, o nelle zone periferiche.

Socializzavano in gruppi chiusi; i ragazzini colonizzavano determinati luoghi per giocare e scorrazzare.

Ai giardini pubblici le madri nostrane si ritrovavano in orari diversi o in zone alternative, per non correre il rischio di contaminazioni: dopotutto i bambini meridionali – a detta loro – non conoscevano l’educazione, parlavano ad alta voce e sbraitavano, erano malvestiti. Non venivano invitati alle feste di compleanno dei coetanei.

Nel deprecabile, funesto e sciagurato caso in cui i meridionali si sistemavano in alloggi in centro, i residenti presagivano in anticipo – novelli indovini – quali e quante traversie avrebbero affrontato nelle future riunioni condominiali, “con quelli” a parteciparvi: rogne, discussioni, incomprensioni.

Lo davano per scontato, senza manco conoscere i nuovi vicini di casa.

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La gerarchia di disprezzo per i meridionali

Già, non erano proprio tutti uguali i meridionali. C’era chi era più malvisto di altri.

Un “terûn” impiegato nell’Asl, alle Poste o in un Ente pubblico era disprezzato perché si presumeva fosse un raccomandato, però almeno “aveva gli studi”; gli operai portavano via il posto ai nostri; chi ancora aspettava un’attività lavorativa era un perdigiorno a prescindere.

Ma la quintessenza dell’uomo del sud imboscato e sanguisuga dello Stato, che se ne andava in pensione giovane, era una categoria ben precisa, che nella mia città vi lavorava perché, oltre alle caserme, esiste un reclusorio proprio in centro storico.

Si trattava dei “tira-fruij”. Mai che da ragazzino mi capitasse di sentirli nominare con un’altra definizione. Il termine dispregiativo, in dialetto quasi a sottolineare una distanza pure linguistica, descriveva l’atto di chiudere la serratura delle celle. Un compito che soltanto costoro pareva potessero assolvere.

I meridionali si sono integrati, nonostante tutto

Il processo non indolore d’inserimento è avvenuto. Di rospi ne hanno ingoiati parecchi, poi perfino nella Lega i meridionali sono diventati benaccetti: gli strali razzisti restano un pensiero lontanissimo, come la Padania e la secessione.

O al pari del ricordo di una società civile e pensante, per chi ha una certa età.

Salvo poi scoprire che ancora c’è chi li riesuma come condizione negativa:

«I meridionali te li trovi dappertutto ormai. Guarda in che stato è la scuola, la sanità, il pubblico! Una disastro: e di chi è la colpa? Loro!».

Mi ha spiazzato.

«Aspetta che arrivino questi, adesso. Non ci ha insegnato niente il passato? Finiremo dalla padella alla brace».

*   *   *

Non mi son mai spiegato il voto dei meridionali a Salvini, ma adesso finisco con il pensare che aderire a questo partito sia una sorta di riscatto per molti. Un prendere le distanze dall’esperienza migratoria al Nord, così bruciante.

Un modo per dire: “quelli sono peggio di noi; non abbiamo nulla in comune con il loro arrivo qui”.

Eppure basterebbe sostituire a “meridionali“ i nuovi venuti, e le vicende appena ricordate sopra appaiono pressoché simili: stessa accoglienza, medesimo trattamento, identico processo di rifiuto.

Il passato non ci insegna niente, in effetti… se non proviamo nemmeno a leggerlo.

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