Ignorante con Stile
La realtà non supera la fantasia. Quasi mai, perlomeno.

Importa un fico…


Oilalà oilalà: arrivano le ruspe per radere a zero i campi Rom! Non proprio subito, ci vuole ancora un po’ di pazienza. Si sa, le cose belle bisogna guadagnarsele poco a poco. La ruspa: che potere evocativo! a chi non è familiare quanto sia benefica? Ieri c’era una collinetta, oggi ci sono le fondamenta per un centro commerciale. Merito? Della mai abbastanza lodata ruspa! Prima si stagliavano campi coltivati, adesso sorge l’Expo: grazie a cosa? Alle ruspe, anche!

La proposta salviniana dovrebbe essere encomiata almeno con un Nobel. Il novello Nerone in salsa verde poteva suggerire profondi fossati intorno ai campi nomadi; riempirli d’acqua e di coccodrilli; attivare ponti levatoi con carrucole difettose. Ma l’idea è scontata e al nostro non fa difetto la banalità. Certo che no. Anche una colossale muraglia per cingere l’abitato è un déjà vu, oltretutto di provenienza cinese, e sarebbe uno smacco morale copiare da chi ha fatto delle imitazioni un affarone proprio sulle spalle dei nostri poveri e vessati imprenditori. Con quanto sono salate le bollette elettriche, pure il filo spinato ad alta tensione diventa impraticabile. Invece appianare tutto è una soluzione pratica, moderna, tipicamente nazionale, peraltro.

Certo, sebbene meticoloso, il loro intervento lascia un nodo irrisolto: gli ex abitatori. Non è richiesta una laurea alla Normale per rendersi conto che togliere ai Rom un tetto e lasciarli senza un punto di riferimento – non potendoli espatriare essendo o cittadini italiani o, comunque, europei – presta il fianco a dimostrazioni verosimilmente non proprio affettuose. O forse s’immaginano gli anziani del campo appostati con le braccia incrociate dietro la schiena a osservare il cantiere, facendo commenti su come procede la demolizione? Già, perché sfido chiunque privato di una “casa” a esprimere sentiti e calorosi ringraziamenti. Anche perché se non si ha più nulla da perdere; non si ha dove andare; non si è dell’umore giusto per godere della proverbiale ironia della Destra padana e italica… è giocoforza che l’apprezzamento ai mittenti non sarà un applauso corale, uno scroscio di battimani equiparabile all’annuncio dell’elezione papale o della riconferma di un presidente del Consiglio. Almeno che gli strateghi leghisti s’immaginino una riedizione gandhiana in versione gitana: fisarmoniche e chitarre che accompagnano ritmicamente una lunga marcia del silenzio e della fame. Magari verso il mare. Può essere che i dotti filologi sanscritisti di scuola borgheziana facciano riferimento alle origini indoeuropee del variegato mondo sinti per giustificare affinità con il pensiero del Mahatma. In tal caso un “chapeau” non lo si nega davvero.

A questo punto interviene la consulenza dei proseliti, i quali – manco a dirlo, da che “mondo è mondo” – sono più realisti del re. Un classico. Così il salto dalla pulizia ambientale a quella etnica è di gran lunga più spontaneo e meno fantasioso della comparsa della Padania nella Storia dell’umanità. Ha una sua ragion d’essere: si è fatto trenta, tanto vale fare trentuno. Un lavoro preciso, di quelli che una volta terminato ti asciughi il sudore con il fazzoletto e, subito dopo, ti concedi una birretta gelata per meglio assaporare quanto la fatica sia stata ben ripagata.

Camere a gas! Questa l’arguta proposta di una parte della base: gira sui social, soprattutto tra le pieghe dei commenti, tra le righe delle risposte ai post, tra le battute d’odio viscerale degli improvvisati maîtres à penser nostrani. Non è applicabile… e ha un che di mostruoso soltanto immaginarlo. Ma ciò nulla toglie al fatto che i like e i commenti d’appoggio ci siano, eccome! Ora, tra i teorici che sostengono l’inaffidabilità delle posizioni prese dietro uno schermo dai cosiddetti “leoni da tastiera”, e quelli che ritengono essere lo specchio fedele di un sentire individuale, credo che neppure l’oraziana via di mezzo, in questo frangente, lasci tranquilli coloro che hanno a cuore le sorti della società in cui vivono. Ovvero, il fatto che si arrivi a pensarlo ed a aderirvi, sebbene ciò accada con un click del mouse o una pressione sul touch del palmare. Ci si allarma, e questo perché certe esasperazioni si concretizzano ben al di fuori del virtuale: il taglio di due dita a un romeno è episodio di cronaca attuale, non un resoconto dall’Historia di Isidoro di Siviglia. Il Ciel non voglia che nascano pure le “sentinelle in ginocchio”, ad implorare con novene la trecentesca peste nera, o la spagnola, per debellare la progenie indegna.

Un tempo ci si appoggiava a talune interpretazioni delle Scritture per giustificare la persecuzione di frange considerate inutili alla società: un peso, sterili, improduttive. Ecco allora che, in conclusione, mi permetto di cedere la parola a un illuminista: chi è allergico ai liberi pensatori è avvisato.

«Un altro passo di cui si è abusato in maniera grossolana è quello di san Matteo e di san Marco, dove è detto che Gesù, un mattino avendo fame, si avvicinò a un fico che aveva solo foglie, poiché non era tempo dei fichi: maledisse il fico, che subito seccò. Si danno molte spiegazioni di questo miracolo; ma ve n’è una sola che possa autorizzare la persecuzione? Un fico non ha potuto produrre frutti verso il principio di marzo, lo si è fatto seccare: è questa la ragione per fare seccare di dolore i nostri fratelli in tutte le stagioni dell’anno?»*.


*VOLTAIRE, Trattato sulla tolleranza, Feltrinelli 1996, p.116.

I riferimenti ai Vangeli sono: Mt. XXI, 19;  Mc. XI, 13.

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