Ignorante con Stile
Ironia: vaccino senza controindicazioni

In cerca di una risposta


Il pensatore

Alcuni giorni addietro m’era arrivato un messaggio di un amico, un poco più che ventenne universitario. La notifica dell’anteprima sullo schermo del cellulare mostrava il nome e leggendolo ho abbozzato un sorriso. C’era in ballo una serata con birretta e, di sicuro, una piacevole chiacchierata, perché è di quei ragazzi con il tarlo dell’approfondimento mai banale, senza essere saccente. La settimana scorsa l’avevo “paccato” in barba a ogni benevola intenzione e così davo per scontata una tirata d’orecchie. Invece nessun rimbotto, bensì una domanda. Dopo i video degli jihadisti mi chiedeva se vi fosse «…una maniera giusta, o meglio più virtuosa se vogliamo, con la quale l’uomo dovrebbe reagire di fronte a questi eventi…».  Riportato così sembra il consulto all’oracolo di Delfi ma va detto che l’ultima volta che ci trovammo mi aveva passato un testo di Henning Ritter, Sventura lontana. Saggio sulla compassione, da leggere. Seguiva a una serata in cui ci si interrogò se fosse o meno possibile provare compassione per tutte le disgrazie dell’umanità. Se, insomma, di fronte alle efferatezze, alle stragi, alle violenze delle guerre, delle ingiustizie o dei cataclismi naturali si riuscisse a vivere un dolore solidare o se invece non fosse, al massimo, un coinvolgimento emotivo, legato alla tragicità ma anche all’ineluttabilità. La sua domanda, adesso, non era dunque strampalata, né il fatto che la chiedesse proprio a me, che sono tutto tranne l’artefice di risposte complete e soddisfacenti, implicava che si aspettasse una soluzione dogmatica. Si discute per il bisogno di capire e per il piacere del confronto, non per trovare verità inconfutabili: per queste c’è chi ha le risposte pronte per ogni evenienza da duemila anni a questa parte.

Lessi il messaggio e feci per scrivergli.

Il fatto è che comincio, poco a poco, lentamente, a piccoli passi, a rendermi finalmente conto che le risposte d’impeto quasi sempre hanno la prerogativa (sarebbe più corretto dire “il merito”, ma taluni ultimamente ne fanno un uso tanto sfacciato quanto impudico, a mo’ di turibolo con più fumo che incenso, che preferisco non nominarlo) della naturalezza ma lo svantaggio della superficialità. Spesso sono perfino controproducenti. Le risposte migliori sono quelle ponderate, che si prendono il loro tempo per maturare. È un’ovvietà per i saggi, i lungimiranti e gli uomini vissuti. Per me non è così, deficio. Talvolta mi va bene e ci azzecco, per illuminatio Dei, per una botta di fortuna, per un casuale e raro momento di freschezza mentale; talaltra meglio avrei fatto ad attendere. Sto imparando, anche se la strada è lunga, irta e ignota. Frequentare un corso di buona politica m’avrebbe giovato assai!

In questo caso volevo rispondere che l’indignazione da una parte e l’invocazione di un atto di giustizia adeguato alla brutalità dell’esecuzione dall’altra sono la reazione virtuosa.

Da un’uscita del genere si evince subito che non aspiro a candidarmi a un concorso di idee originali – neppure più a un qual si voglia altro concorso, peraltro: mi mancano i santi protettori, senza i quali mi convinco ogni giorno che passa che non si va da nessuna parte. I meritevoli dovrebbero configurarsi come la classica eccezione che conferma la regola ma aspetto trepidante che chi di dovere m’illumini su cosa significhi esserlo.

Il quesito postomi dal mio amico però ha continuato ad arrovellarmi la mente e ancora non gli ho risposto, perché preferisco farlo a viva voce. Intanto mi sforzo di dare un senso compiuto alle suggestioni che alimenta.

Tra quelle che si fanno strada vi è l’inclinazione a suddividere i figli d’Adamo in buoni e in cattivi. Per i primi è scontato che derivi solo il bene; dai secondi il male. Manicheismo di provincia. Retaggio dei bei tempi andati e del catechismo, in quelle indimenticabili e coinvolgenti ore di dottrina in cui ci insegnavano che da una parte c’erano i santi, i beati, gli angeli e noi, serafici fanciulli pronti ad accodarci; dall’altra i malvagi, i dannati e i diavoli. Poi le lezioni finivano e nostro malgrado ci toccava giocare in cortile e lì ti dividevi tra guardie e ladri. Infine rientravi a casa e alla TV ecco le meritevoli gesta dei bravi cowboy contro i sadici indiani… e via dicendo fino alla politica di ieri, perché in quella di oggi i bravi son tutti insieme. Un cuor solo e un’anima sola. Siccome i cattivi ci devono essere per forza – altrimenti mi crolla addosso l’intero universo di certezze – vien da pensare che s’impersonino nei valori e nei diritti. Or dunque quale può essere la reazione virtuosa davanti ai video delle esecuzioni sommarie, se la trasmissione di questi è il prodotto, il risultato, la ponderata scelta di mostrarci dei cattivi che uccidono brutalmente dei buoni o, per quanto arduo vederla dall’altro versante, dei prescelti che giustiziano i malvagi? Se avessimo visto dei video che palesavano con altrettanta bestiale vividezza l’uccisione di civili ma per mano di soldati occidentali portatori di democrazia in medioriente, nel periodo delle mai abbastanza lodate missioni di pace, quale sarebbe stata la reazione giusta, se non virtuosa? Perché dei civili sono morti per mano degli eroi civilizzati, o sbaglio? Per errore, per carità; per sfiga, ci mancherebbe; «significa che era la loro ora…», tanto per rubare una classica frase che avrebbe detto mia nonna, sebbene  riferita a qualche sua coetanea novantenne.

A me, personalmente, i distinguo tra le guerre giuste e ingiuste restano in subordine alle vite umane di chi la guerra non la sceglie per professione come invece la fa chi ne è attore coinvolto con tanto di fucili, mitragliatori, bombe e ogni altro ben di Dio utile a sconfiggere il nemico, debellare il Male e far trionfare i diritti universali tra i barbari. Così pure la modalità con cui vengono privati impunemente della vita uomini, donne e bambini mi è in subordine rispetto alla morte in se stessa: la differenza è solo d’impatto emotivo. Perché venir sgozzati come agnelli fa più senso che restare seppelliti sotto le macerie per un’esplosione. La colpa è mia, condizionato dai film truculenti nei quali è arduo trovare una fila di morti avvelenati dal gas ma ne basta uno solo, a cui si mozza la testa, per impressionare. Per me ha pure un’importanza relativa il fatto che varino colore le divise: avevano un loro peso quando giocavo a soldatini da piccolo perché faceva la differenza distinguere chi ne avesse catturati di foggia diversa. Dinnanzi a ciò che compiono non trovo ci sia più valore in una mimetica soltanto perché sopra ha stampigliate le insegne dei nostri Stati civili. A monte c’è l’annientamento di chi ha come unica colpa l’essere presente nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Capisco che un cappellano militare avrebbe da ridire sul mio modo di vedere ma ognuno interpreta la realtà con gli occhi che ha, insomma, e non ho di sicuro la pretesa di essere un falco.

Ciò non toglie che nessuno mi leverà dalla testa la convinzione che la responsabilità imperdonabile sta in chi fornisce le armi. In chiunque, fosse pure san Michele in persona per debellare le schiere degli inferi. Perché non c’è e non ci sarà mai, a mio modesto parere, una motivazione giusta e una ingiusta nel foraggiare la morte, tecnologica o primitiva, calcolata o istintiva. Dietro c’è la consapevole responsabilità di produrre morte. Sempre. Almeno che qualcuno immagini che davvero escano mazzi di fiori dai cannoni, la banderuola con scritto BANG dalla canna di una pistola, il tappo di sughero da un fucile.

Mannaia o arma da fuoco, il risultato è il medesimo. Anche quando parte accidentalmente, senza essere in zone di guerra acclarate. E a farne le spese è la vita di un sedicenne.

 L'uomo pensante, particolare da "La porta dell'inferno", Rodin, 1871-1917, Parigi.

3 Commenti

  • Davvero un bel pezzo. Sono stato colpito dalla frase “A monte c’è l’annientamento di chi ha come unica colpa l’essere presente nel posto sbagliato nel momento sbagliato”. Ho basato tutta la mia tesina su questa Sfortuna, che da buon fisico mi spiego solo tramite un modello deterministico, il quale, per me, aggrava gli oneri delle scelte umane.
    Ti ringrazio per lasciare una finestra dove poter arieggiare questioni che altrimenti per molti si spegnerebbero giovani.

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